Il boomerang della rivolta dei trattori contro il Green Deal: così la protesta diventa una grande marcia dei Tafazzi
di Maurizio RicciA seguire le notizie, sfugge come la rivolta dei trattori abbia motivazioni spesso diverse da paese a paese. Di mira, infatti, viene volta a volta presa questa o quella regola imposta da Bruxelles: il limite ai pesticidi, piuttosto che la quota di terra da lasciare incolta o altro ancora. Ma non tutte insieme. Giustificati o meno, questi attacchi sono, cioè, quasi sempre molto specifici e settoriali. Tuttavia, nella narrazione che ne è stata fatta su giornali e tv e che ha finito per imporsi nell'opinione pubblica da una parte, nella classe politica dall'altra - in ossequio alla legge semplificatrice dei media - i trattori sono in marcia non contro un codicillo, ma contro il Green Deal, ovvero contro tutto il ventaglio della politica ambientale della Ue, a 360 gradi. Il rischio, di conseguenza – ci abbiano pensato o no gli agricoltori – è che, soprattutto nel mezzo del difficile passaggio elettorale di quest'anno, i partiti, anziché qualche ritocco, finiscano per imporre una paralisi,…
A seguire le notizie, sfugge come la rivolta dei trattori abbia motivazioni spesso diverse da paese a paese. Di mira, infatti, viene volta a volta presa questa o quella regola imposta da Bruxelles: il limite ai pesticidi, piuttosto che la quota di terra da lasciare incolta o altro ancora. Ma non tutte insieme. Giustificati o meno, questi attacchi sono, cioè, quasi sempre molto specifici e settoriali. Tuttavia, nella narrazione che ne è stata fatta su giornali e tv e che ha finito per imporsi nell'opinione pubblica da una parte, nella classe politica dall'altra - in ossequio alla legge semplificatrice dei media - i trattori sono in marcia non contro un codicillo, ma contro il Green Deal, ovvero contro tutto il ventaglio della politica ambientale della Ue, a 360 gradi. Il rischio, di conseguenza – ci abbiano pensato o no gli agricoltori – è che, soprattutto nel mezzo del difficile passaggio elettorale di quest'anno, i partiti, anziché qualche ritocco, finiscano per imporre una paralisi, più o meno dichiarata, all'intero Green Deal. Deragliando la grande transizione ecologica che la realtà del pianeta impone.
In altre parole, la marcia dei trattori rischia di trasformarsi, attraverso le approssimazioni della politica, nel paradosso di una rivolta autopunitiva: la marcia dei Tafazzi. Perché il Green Deal è la strategia messa in campo per fermare la catastrofe ambientale e l'agricoltura è, di questa catastrofe, la prima e più vistosa vittima: per i danni che riceve direttamente e per le conseguenze che ne deve sopportare.
Fra il 1980 e il 2022, secondo i calcoli delle autorità europee, gli “eventi estremi” legati al clima hanno creato danni per 650 miliardi di euro. Ma – attenzione - i danni provocati da questi fenomeni, vistosamente più violenti o più frequenti di quanto suggerisca l'esperienza storica, non sono distribuiti allo stesso modo lungo l'arco dei 40 anni. A conferma di come il clima stia cambiando e sempre più in fretta, oltre 100 miliardi su 650 si sono registrati solo negli ultimi due anni, 2021 e 2022. Ed è la campagna, più della città, a subire gli assalti del clima. Il 43 per cento dei danni è dovuto ad alluvioni o inondazioni (come quelle recenti dell'Emilia Romagna o delle Marche); il 30 per cento a eventi meteo, come temporali o grandinate; il 20 per cento alle ondate di calore.
In Italia, conta Legambiente, l'anno scorso ci sono stati 378 di questi eventi estremi, più di uno al giorno. Abbiamo registrato quasi il doppio delle alluvioni di un anno già sfortunato, come il 2022, i giorni di ondate di calore sono stati una volta e mezza in più dell'anno prima. Il 64 per cento in più di frane, il 44 per cento in più di mareggiate, il 34 per cento in più di grandinate.
Tutto questo non comporta solo quei 100 miliardi di danni da riparare degli ultimi due anni. Il clima impazzito colpisce il cuore stesso dell'agricoltura, la sua economia. L'anno scorso, la produzione di frutta e verdura, in Europa, è stata di 24 mila tonnellate, la metà della media abituale. 2022 e 2023 sono stati gli anni peggiori per la coltivazione di cereali dopo il 2011. La produzione è risultata di oltre il 4 per cento inferiore alla media degli ultimi cinque anni. E sarebbe andata molto peggio se il raccolto più importante (il grano tenero) non avesse tenuto. Per tutti gli altri cereali il raccolto è il peggiore dal 2017, anche del 10-18 per cento. Di tanto – 10-18 per cento – è la riduzione della produzione di riso. La produzione di olio di oliva è stata di quasi un quarto inferiore, come non si vedeva dal 2014. All'Italia, conferma l'Istat, è andata male come a tutti: meno 10 per cento il vino, meno cinque per cento frutta e olio.
La cattiva congiuntura ha inasprito le proteste dei contadini, ma ne ga anche confuso il bersaglio. Dire che l'agricoltura dipende dal clima è una ovvietà che, in queste ultime settimane, sembra sfuggita un po' a tutti e agli agricoltori in primo luogo. Il calcolo è difficile, ma vitale: bisogna pesare bene i danni che alcune regole Ue comportano e i benefici che l'insieme di queste regole assicura.