L’onda verde in Europa si è fermata. In Olanda è caduto un altro mattone del muro contro il populismo
di Maurizio RicciE' l'ora della risacca. L'onda verde si è fermata e rifluisce indietro. Niente lo illustra meglio dell'immagine di Ursula von der Leyen che, dopo aver investito tutto il suo capitale politico di presidente della Commissione di Bruxelles nel Green Deal e nella transizione d'Europa ad una nuova ecologia, è oggi impegnata in una furiosa marcia indietro che salvi le sue prospettive di riconferma. Ma, a poco più di due settimane dalle elezioni europee, il segnale del riflusso è molto di più di una indicazione di prospettiva elettorale. E' carne e sangue (se così si può dire) di un governo ufficialmente in carica, che guarda all'ungherese Orban e sembra indicare la strada a Giorgia Meloni. Geert Wilders ce l'ha fatta: l'ultrapopulista olandese presenta ancora un governo europeo in più che incorpora l'estrema destra. E il messaggio va ben al di là della politica ecologica.
Riguarda anzitutto gli schieramenti in Europa. Il partito tradizionalmente più importante - i Popolari che furono di Ang…
E' l'ora della risacca. L'onda verde si è fermata e rifluisce indietro. Niente lo illustra meglio dell'immagine di Ursula von der Leyen che, dopo aver investito tutto il suo capitale politico di presidente della Commissione di Bruxelles nel Green Deal e nella transizione d'Europa ad una nuova ecologia, è oggi impegnata in una furiosa marcia indietro che salvi le sue prospettive di riconferma. Ma, a poco più di due settimane dalle elezioni europee, il segnale del riflusso è molto di più di una indicazione di prospettiva elettorale. E' carne e sangue (se così si può dire) di un governo ufficialmente in carica, che guarda all'ungherese Orban e sembra indicare la strada a Giorgia Meloni. Geert Wilders ce l'ha fatta: l'ultrapopulista olandese presenta ancora un governo europeo in più che incorpora l'estrema destra. E il messaggio va ben al di là della politica ecologica.
Riguarda anzitutto gli schieramenti in Europa. Il partito tradizionalmente più importante - i Popolari che furono di Angela Merkel - respingono accordi di governo con l'ultradestra (anche se la branca italiana di Forza Italia, in realtà, sta nel governo Meloni), ma due dei partiti che si sono alleati con Wilders - i contadini e i conservatori - pensano di entrare proprio nel Ppe. Del resto, von der Leyen ha esplicitamente rimandato ai rapporti di forza nel prossimo Parlamento europeo la composizione delle alleanze, ben guardandosi dal prendere impegni, e lo stesso Ppe non ha firmato la dichiarazione congiunta dei partiti europei di centrosinistra che escludono ogni e qualsiasi accordo con i populisti. Tuttavia, il grande tradimento che viene dall'Olanda chiama in causa non i popolari ma il centrosinistra. A salire sulla barca del governo con Wilders c'è infatti il Vvd dell'ex premier Mark Rutte, che fa riferimento al gruppo europeo di Renew e cioè ai liberali di Macron: è un altro mattone che cade dalla diga antipopulista eretta in questi anni.
Il voltafaccia di Rutte, però, non riguarda solo gli schieramenti. Anche l'ex premier aveva a lungo coltivato le sue credenziali ambientaliste: a Bruxelles, il commissario all'Ambiente è ancora un suo stretto collaboratore. Ma il programma concordato con Wilders sembra scritto da Donald Trump e contraddice tutta l'ispirazione del Green Deal. L'idea di fondo sembra quella di adattarsi, più che combattere il cambiamento climatico e lo scontro con Bruxelles è assicurato. Idrogeno, nucleare, cattura e sequestro della CO2 sono gli assi di intervento. Scoraggiare l'eolico a terra, incentivare l'estrazione di gas in mare. Alzare i limiti di velocità delle auto e lasciar perdere la sostituzione delle caldaie a metano con le pompe di calore. Sui fertilizzanti, nessuna intenzione di limitarne l'uso, nonostante le raccomandazioni di Bruxelles. Non è una questione di principi, ma di risultati concreti. Anche se è un piccolo paese, l'Olanda è il secondo esportatore al mondo di prodotti agricoli: se decide di insistere sul letame, nonostante la CO2, gli effetti si sentono.
Nel programma di governo, non ci sono idee care a Wilders, come abbandonare gli accordi di Parigi sul clima, chiudere le frontiere, uscire dalla Ue. Ma lo scontro con Bruxelles (o, almeno, con tutto quello che in materia ha finora detto Bruxelles) è assicurato. Il nuovo governo dell'Aja, infatti, intende tagliare drasticamente l'arrivo di rifugiati, migranti, studenti extra Ue, quello di immigrati dai paesi che entreranno nella Ue e, in generale, vuole autoescludersi dall'intera architettura dell'accordo sugli immigrati che i paesi europei hanno firmato solo poche settimane fa. Un opt out tuttavia - dicono gli esperti - ormai legalmente impraticabile.
E' possibile, peraltro, che, dopo le imminenti elezioni, L'Aja incontri a Bruxelles orecchie più attente. Anche ad ascoltare il messaggio di fondo che arriva dalla svolta olandese. L'Europa che sembrava nata dalle emergenze Covid e Ucraina, l'Europa del debito solidale e degli investimenti comuni, dell'impegno collettivo per il futuro, vista dall'Olanda è già l'Europa del passato. Il programma del governo Wilders si preoccupa puntigliosamente di annunciare che, nel primo bilancio comunitario disponibile (quello che decorre dal 2028), i soldi che l'Olanda è pronta a versare non solo non aumentano, ma vengono ridotti di 1,6 miliardi di euro.
Chissà a chi è venuto in mente, a Bruxelles, neanche un anno fa, di affidare a Enrico Letta e Mario Draghi il compito di disegnare, in due ambiziosi rapporti, un'Europa coraggiosa e proiettata in avanti, che ha sempre meno riscontri nella realtà.