Dal petrolio ai metalli, così cambiano i rapporti di forza nel mondo. Pochi produttori e tanta concentrazione: l’Europa continua a restare ai margini
di Maurizio RicciL'oro nero del futuro non sarà nero e non lo conteremo in barili. Però rischia di essere altrettanto indispensabile, ma, insieme, anche più volatile, sfuggente e costoso. Invece della geopolitica dell'energia, infatti, sappiamo già che dovremo imparare a scrutare la geopolitica dei metalli: litio, rame, nickel, cobalto, manganese, grafite. I materiali - dicono gli esperti - di cui è fatta la tecnologia che ci aspetta. Abbastanza cruciali da spingere gli uffici studi sia del Fondo monetario che della Banca centrale europea a studiarne le prospettive di prezzo e disponibilità.
Per giungere alla conclusione che anche questa geopolitica ci rema contro. L'inversione fra le due geopolitiche è dietro l'angolo. L'Iea, che si occupa di energia per i paesi industrializzati, valuta che la domanda di petrolio e gas comincerà a scendere all'inizio del prossimo decennio. Invece, la domanda di quei sei metalli-chiave si moltiplicherà per 4 entro il 2040. Il problema che turba Bce e Fmi è che il nume…
L'oro nero del futuro non sarà nero e non lo conteremo in barili. Però rischia di essere altrettanto indispensabile, ma, insieme, anche più volatile, sfuggente e costoso. Invece della geopolitica dell'energia, infatti, sappiamo già che dovremo imparare a scrutare la geopolitica dei metalli: litio, rame, nickel, cobalto, manganese, grafite. I materiali - dicono gli esperti - di cui è fatta la tecnologia che ci aspetta. Abbastanza cruciali da spingere gli uffici studi sia del Fondo monetario che della Banca centrale europea a studiarne le prospettive di prezzo e disponibilità.
Per giungere alla conclusione che anche questa geopolitica ci rema contro. L'inversione fra le due geopolitiche è dietro l'angolo. L'Iea, che si occupa di energia per i paesi industrializzati, valuta che la domanda di petrolio e gas comincerà a scendere all'inizio del prossimo decennio. Invece, la domanda di quei sei metalli-chiave si moltiplicherà per 4 entro il 2040. Il problema che turba Bce e Fmi è che il numero di quelli che li hanno è inferiore anche a quello di chi ha il petrolio. Stendete la lista dei tre paesi che detengono le riserve più importanti di nickel piuttosto che di manganese e arrivate sistematicamente sopra il 60 per cento delle riserve globali. Più dell'Opec ai suoi inizi.
E l'Opec ci ha insegnato che la concentrazione è il primo presupposto dei cartelli che prendono il mercato per la gola.
La seconda condizione è un certo grado di coesione politica fra i grandi produttori. Sulla base delle scelte in occasione delle votazioni all'Onu, la Bce conclude che, soprattutto per rame, nickel e grafite, una vicinanza politica è visibile e, comunque, superiore a quella manifestata dai paesi dell'Opec.
In generale, per tutti i sei metalli, se si esclude l'Australia, i maggiori produttori - quasi tutti in Africa o in America latina - si muovono relativamente in sintonia sulla scena mondiale. Che vuol dire? Che sono, un po' tutti, lontani dalla linea dettata dagli Stati Uniti e appena meno da quella dei paesi europei mentre si trovano più spesso d'accordo con la Cina. Pechino è, del resto, il più importante partner industriale per i futuri sceicchi dell'high-tech, visto che sono le fabbriche cinesi a lavorare e rifinire il 35-70 per cento del nickel, del rame, del litio e del cobalto usciti grezzi dalle miniere. E se queste inclinazioni si solidificassero in vere e proprie fratture?
L'ipotesi di una frammentazione del mondo in due blocchi contrapposti, divisi (anche) da barriere commerciali, restrizioni all'export, una sostanziale incomunicabilità è ormai incorporata in tutti i modelli preparati dai centri studi per disegnare gli scenari più probabili. Dal punto di vista dei metalli-chiave sarebbe un esito devastante. Il passaggio, ad esempio, di un grande produttore come la Repubblica democratica del Congo da un blocco all'altro farebbe schizzare il prezzo del cobalto del 500 per cento nel blocco abbandonato.
Forse anche perché è un organismo che rappresenta tutti, il Fmi giunge, tuttavia, alla salomonica conclusione che, a occhio, le carte in mano ai due blocchi si equivarrebbero: quello che un blocco guadagna con un monopolio del tungsteno, ad esempio, perderebbe con quello del palladio, in mano ai rivali. Ma, forse, il Fmi è solo in ritardo. Lo studio è di un paio di anni fa e la geopolitica viaggia molto in fretta, soprattutto dopo l'invasione dell'Ucraina. In quale blocco, filo-americano o filo-cinese, ad esempio, vorremmo mettere - oggi - l'Argentina di Milei (litio), il Brasile di Lula (nickel), il Sud Africa di Ramaphosa (manganese), la Turchia di Erdogan (grafite), il Cile di Gabriel Boric (rame)?