La guerra dei cavi sottomarini: così il controllo di Internet passa dagli abissi. E il mondo torna a dividersi in due blocchi
di Maurizio RicciCi sono guerre che non si vedono, anch’esse decisive per gli equilibri geopolitici del mondo. Guerre sotterranee, si direbbe. Sbagliato: sono guerre soprattutto sottomarine. Abbiamo sotto gli occhi lo scontro sul 5G, che ipoteca il futuro della comunicazione. Ma il presente incombe ed è, invece, il grande conflitto diplomatico-finanziario dei cavi. Tre centimetri di diametro, quanto un tubo per innaffiare il giardino, sono quasi 600 intorno al mondo, adagiati sul fondo dell’oceano, in media a 3.600 metri di profondità. Altro che 5G: il 99 per cento del traffico di Internet passa lungo questi cavi.
“I dati sono immagazzinati nella nuvola – ha scritto l’Economist – ma scorrono in mare”. La nostra mail alla zia, TikTok e i video porno, ma anche le comunicazioni interne alle multinazionali, transazioni bancarie per 10mila miliardi di dollari al giorno e, naturalmente, i dispacci diplomatici e militari.
Ci si può mettere il naso? Certamente sì. Negli anni ’80, con un sottomarino pinzarono un cavo, ne tagliarono un pezzo, inserendo una sorta di derivazione. Oggi è più comodo, con software e ‘orecchi’ sofisticati. Anche se il grosso dell’ascolto si fa a terra, nei centri dati in cui confluisce il traffico. E, siccome l’imperativo della massima velocità possibile fa sì che, fra Milano e Bergamo, può essere più conveniente passare da Washington, il grosso del traffico Internet si concentra in un lembo della Virginia, subito alle spalle dell’aeroporto Dulles. Qui, nei capannoni dei centri dati, le varie agenzie del governo americano hanno un facile accesso ai server, raccontano i due economisti autori di un libro appena uscito negli Usa, Underground Empire. Prima, quando i centri venivano gestiti dalle varie telecom, era quasi scontato. Ora che i centri sono roba di Big Tech, meno sensibile alle pressioni governative – Amazon, Google, Meta e Microsoft controllano i tre quarti di tutta la capacità Internet del pianeta – qualche frizione c’è, ma anche a Silicon Valley l’antitrust fa paura, osservano Henry Farrell e Abraham Newman.
Tuttavia, ad avere accesso ai cavi che circondano il mondo sono soprattutto le aziende che li hanno posati, li gestiscono, ne curano la manutenzione. C’è anche l’Italia in mezzo: Tim Sparkle è al settimo posto nella classifica mondiale del settore, dominata, però, da tre aziende: l’americana SubCom, la giapponese Nec, la francese Alcatel. Ma si sta facendo largo la cinese Hmn, che ancora raccoglie solo il 10 per cento degli investimenti mondiali, però è in rapida crescita.
Chi è Hmn? Non altro che la nuova incarnazione parastatale della proscritta Huawei, protagonista dell’interminabile braccio di ferro con le autorità americane sulle infrastrutture 5G. Ed ecco la replica. Siccome aziende come Hmn, in base alle regole del sistema di fusione civile-militare cinese, devono far passare tutte le strategie tecnologiche attraverso il controllo dei militari, gli americani sono impegnati a boicottare la creatura di Pechino, minacciando sanzioni e bloccandone lo sviluppo.
Il Pacific light cable network, secondo il progetto di Google e Meta, avrebbe dovuto collegare San Francisco con Hong Kong, ma il governo americano è intervenuto perché venisse escluso l’ultimo pezzo, da Taiwan a Hong Kong. In altre parole, la divisione del mondo in due blocchi si sta materializzando nelle arterie di Internet. Il grande collegamento fra Singapore e Marsiglia, via Italia, 19mila chilometri di cavi è stato appaltato all’americana SubCom, anche se il prezzo di Hmn era più basso. E, allora, Hmn si è impegnata nella costruzione dei 21.500 chilometri di Peace dal Kenya alla Francia, via Pakistan, una replica subacquea della Via della Seta. Un cavo parallelo e alternativo, a simboleggiare la competizione.
Anche se la concorrenza può anche avere ombre più sinistre. Due volte, in questi anni, i cavi sono stati tagliati: una volta nel Baltico, una volta davanti a Taiwan. Tutt’e due le volte c’è di mezzo una nave cinese. E tutti si sono anche accorti, con qualche apprensione, dell’impegno profuso dalla Russia, priva di interessi economici diretti nel settore, nel mappare le rotte dei cavi.