A Bruxelles, i governi sono impegnati a litigare sul nuovo bilancio comunitario, ma la domanda più importante rimane nel cassetto: ci sono i soldi per il piano Draghi? A parole, tutti sono più o meno allineati dietro le proposte dell'ex governatore della Bce per ridare competitività all'economia europea, ma gli impegni latitano e i dubbi restano. Il rapporto Draghi calcola che, per finanziare la transizione, occorrano investimenti per 800 miliardi di euro l'anno: dove trovarli? Grosso modo, il 20-25 per cento dovrebbe venire dai bilanci pubblici, il resto dai privati. Ma, paradossalmente, sono proprio i soldi pubblici i più difficili da rastrellare. Le nuove direttive sulla finanza pubblica dei diversi paesi significano austerità: margini riservati agli investimenti non ce ne sono e, se ci saranno eccezioni, è più facile che riguardino la difesa.Insomma, i soldi pubblici sono i più facili da mobilitare, ma non ci sono.
Al contrario, i soldi privati ci sono, il difficile è mobilitarli. Gli europei hanno investimenti diretti all'estero per 10 mila miliardi di euro, più altri 14 mila in titoli e azioni. Visto che il grosso di questi investimenti risulta alle isole Cayman e a Bermuda, incentivi, occasioni, condizioni più favorevoli potrebbero richiamarne una parte.
Ma il tesoretto più consistente, forse, è altrove, nei conti bancari di milioni di cittadini europei. La Bce stima che gli europei risparmino 2.600 miliardi di euro l'anno. Questa massa di denaro, tuttavia, finisce soprattutto in banca. Nei conti correnti e nei libretti di deposito degli europei ci sono oltre 11 mila miliardi di euro, un terzo di tutti gli asset finanziari d'Europa. Negli Usa, la stessa percentuale di risparmi liquidi rispetto a titoli e azioni è di un decimo. Ora, dicono a Francoforte, proviamo ad immaginare che in Europa si arrivi al rapporto conto in banca – soldi in azioni che esiste negli Stati Uniti. Ed ecco comparire investimenti per 350 miliardi di euro l'anno nell'economia europea.
Gli ostacoli da superare per fare un salto del genere sono noti e sono tanti: psicologia, scarse opportunità, frazionamento del mercato in tanti bacini nazionali. Quello che è chiaro, però, è che il passaggio in banca non è neutrale e le banche non sono gli attori a cui far riferimento per risvegliare l'economia europea. Quando si tratta di investire, gli istituti di credito si comportano come cinquanta anni fa: nella Ue, le banche investono 600 miliardi di euro l'anno nell'immobiliare e solo 100 miliardi nell'high-tech.Il tempo, però, stringe.
Il declino della manifattur tradizionale
La transizione di cui parla Draghi e che oggi è al palo non è una opzione, ma l'unica risposta sul tavolo alla crisi esistenziale del modello economico che ha fatto ricca l'Europa. Si è esaurita la spinta dell'industria manifatturiera tradizionale. Un gruppo di economisti ha calcolato che, negli ultimi dieci anni, il Pil americano è cresciuto del 25 per cento, quello dei maggiori paesi europei (Germania, Francia, Italia) a malapena del 10 per cento. Il distacco è avvenuto soprattutto negli ultimi cinque anni ed è imputabile al crollo del contributo al Pil dell'industria manifatturiera come la conosciamo. Pesa l'impatto del boom dei costi energetici, ma in larga misura il rovesciamento del rapporto con la Cina.
Rispetto a cinque anni fa, Pechino ha ridotto di un terzo le importazioni dall'Europa, mentre, contemporaneamente, accresceva del 50 per cento le sue esportazioni.Lo sterminato mercato cinese, dunque, non è più la prateria in cui correre liberamente, vendendo quel che si vuole. E il concorrente cinese corre, invece, liberamente nella prateria dei prodotti innovativi. Il piano Draghi è, soprattutto, il gradino da salire per liberare l'industria europea dal peso dell'energia, chiudere il conto con l'industria di una volta e spingerla a competere sui settori che hanno un futuro. A cercarli bene, i soldi ci sono.