Quell’1% di pil che l’Europa dovrà destinare al riarmo: perché 800 miliardi possono essere pochi
di Maurizio Ricci“Ci vorrà tempo, ma poi dovremo pensare anche all'Europa orientale”. La minaccia – si assicura – non va presa alla lettera: i russi amano spararla grossa e le parole erano soprattutto dirette alla propaganda interna. Il sinistro avvertimento del nuovo capo delle forze armate russe, Andrey Mordvichev, tuttavia, chiarisce una volta per tutte che l'invasione dell'Ucraina non è una questione di terre irredente, ma l'ambizione di ricreare, con le buone o con le cattive, la vecchia sfera d'influenza sovietica.
La finestra temporale a massimo rischio
Prossimo probabile obiettivo, i paesi baltici - Lituania, Estonia, Lettonia - territorio Nato, ma, soprattutto, Ue e che chiama in causa quindi, tutta l'Unione europea.Quando? L'idea che un esercito russo, sfiancato dall'avventura ucraina, sia destinato a restare a lungo fuori gioco, non è condivisa dagli esperti. Secondo l'inglese International Institute of Strategic Studies, se, a metà 2025, intervenisse una tregua in Ucraina e la produzione m…
“Ci vorrà tempo, ma poi dovremo pensare anche all'Europa orientale”. La minaccia – si assicura – non va presa alla lettera: i russi amano spararla grossa e le parole erano soprattutto dirette alla propaganda interna. Il sinistro avvertimento del nuovo capo delle forze armate russe, Andrey Mordvichev, tuttavia, chiarisce una volta per tutte che l'invasione dell'Ucraina non è una questione di terre irredente, ma l'ambizione di ricreare, con le buone o con le cattive, la vecchia sfera d'influenza sovietica.
La finestra temporale a massimo rischio
Prossimo probabile obiettivo, i paesi baltici - Lituania, Estonia, Lettonia - territorio Nato, ma, soprattutto, Ue e che chiama in causa quindi, tutta l'Unione europea.Quando? L'idea che un esercito russo, sfiancato dall'avventura ucraina, sia destinato a restare a lungo fuori gioco, non è condivisa dagli esperti. Secondo l'inglese International Institute of Strategic Studies, se, a metà 2025, intervenisse una tregua in Ucraina e la produzione militare russa continuasse al ritmo attuale, nel 2027 le armate di terra del Cremlino (marina e aeronautica sono sostanzialmente intatte) avrebbero recuperato la forza d'urto preinvasione. Intanto, il ritiro annunciato dei 128 mila soldati statunitensi e dei loro armamenti dall'Europa sarebbe quasi esaurito, visto che Trump lo vuole probabilmente concludere prima che, nel 2028, scada il suo mandato.
La finestra temporale in cui l'Europa risulterebbe vulnerabile è, dunque, strettissima. Secondo i calcoli dell'Iiss, occorrono al più presto 400 caccia, 200 elicotteri, 600 carri armati, 24 batterie di missili a lungo raggio, per riempire i buchi che lasceranno gli americani. L'industria europea può produrli. Per i satelliti e gli strumenti di monitoraggio e di intelligence, invece, bisognerà, per ora, comprarli, proprio dagli americani. Un brusco bagno di realtà, dicono gli analisti dei think tank, a cominciare da Bruegel. E' la fine del “dividendo della pace”, di cui l'Europa ha goduto dalla caduta del Muro di Berlino. Secondo Bruegel, il taglio delle spese militari, dopo il 1989, ha regalato ai paesi europei un risparmio complessivo di 4.200 miliardi di euro, almeno 140 miliardi di euro l'anno, confluiti nel welfare o negli investimenti civili. Ora, se la Russia riprende a pensare secondo i dettami della Guerra Fredda, bisogna tornare a spendere come ai tempi della Guerra Fredda, 30 anni fa.
I costi della nuova Guerra Fredda
La spesa militare europea, scesa, anno dopo anno, in media sotto il 2 per cento del Pil Ue, deve, per ricostituire l'ombrello americano, tornare almeno al 3 per cento della media pre Muro: grosso modo, circa 150-200 miliardi di euro in più l'anno. Solo che, se tornano a spirare i venti della Guerra Fredda e siamo già a ridosso delle scadenze 2027 e 2028, il tempo per ragionare della spesa anno per anno non c'è e la bolletta contro un disarmo involontario va pagata subito. L'Iiss calcola che il costo per ridare all'Europa un ombrello di difesa sia di mille miliardi di euro. Una cifra non troppo lontana dagli 800 miliardi di euro messi sul tavolo, a nome della Commissione, da Ursula von der Leyen.
Ma, come quasi sempre in Europa, più che i soldi da spendere, conta come vengono spesi. Gli 800 miliardi di Ursula sono troppo pochi, se spesi come dice Ursula e i mille miliardi dell'Iiss sono, forse, addirittura troppi, se spesi come dicono l'Iiss e gli altri think tank. Per tre quarti, i soldi previsti da Bruxelles verrebbero, infatti, spesi a livello nazionale. Ma questo, dicono gli esperti, è esattamente il motivo per cui i 329 miliardi di euro che, già oggi, i paesi Ue destinano alla difesa hanno un impatto tanto inferiore alle ambizioni e si perdono in mille rivoli. I governi, infatti, tendono a favorire le industrie nazionali: Francia e Germania, ad esempio, concentrano il 70-80 per cento dei propri investimenti militari sulle industrie di casa.
Serve un’unica agenzia Ue
Il risultato, osservano a Bruegel, è che, mentre gli americani hanno, ad esempio, un solo modello di obici e un solo carro armato, gli europei hanno sette diversi tank e nove obici differenti. Una unica agenzia che coordini strategie, programmi, acquisti consentirebbe risparmi enormi: fate un ordine dieci volte più grosso e potrete avere uno sconto del 50, anche del 90 per cento. E i mille miliardi diventerebbero molti di più.