Chiusa la porta Usa per la Ue si apre il portone dei nuovi mercati. Ma la svolta non è a costo zero
di Maurizio RicciCon la consueta disinvoltura, i geopolitologi avevano già disegnato un percorso post globalizzazione che portava all'aggregarsi di due blocchi politico-economici, diffidenti più che nemici, intorno agli Usa e alla Cina, più un mazzo di neutrali terzomondisti.
Invece, in mezzo agli scossoni del ciclone Trump, si è aperta una prospettiva più articolata, che taglia il cordone ombelicale che finora ha attraversato l'Atlantico e chiama l'Europa a ritagliarsi una propria sfera d'influenza, autonoma da Pechino, ma anche da Washington.
Un’Europa sempre meno centrale
Verosimile? Sono processi lenti e di lunga durata, che non possono essere scontati nell'arco di pochi mesi. L'Europa, ad esempio, è più coesa, ma anche più debole di venti anni fa.
All'inizio del secolo, la Ue era il maggior partner commerciale – più importante sia degli Usa che della Cina - per tutti i paesi del mondo, tranne Canada, Messico, Giappone, Colombia (con gli Usa), Yemen e Sudan (con la Cina). Oggi, la Cina domina i me…
Con la consueta disinvoltura, i geopolitologi avevano già disegnato un percorso post globalizzazione che portava all'aggregarsi di due blocchi politico-economici, diffidenti più che nemici, intorno agli Usa e alla Cina, più un mazzo di neutrali terzomondisti.
Invece, in mezzo agli scossoni del ciclone Trump, si è aperta una prospettiva più articolata, che taglia il cordone ombelicale che finora ha attraversato l'Atlantico e chiama l'Europa a ritagliarsi una propria sfera d'influenza, autonoma da Pechino, ma anche da Washington.
Un’Europa sempre meno centrale
Verosimile? Sono processi lenti e di lunga durata, che non possono essere scontati nell'arco di pochi mesi. L'Europa, ad esempio, è più coesa, ma anche più debole di venti anni fa.
All'inizio del secolo, la Ue era il maggior partner commerciale – più importante sia degli Usa che della Cina - per tutti i paesi del mondo, tranne Canada, Messico, Giappone, Colombia (con gli Usa), Yemen e Sudan (con la Cina). Oggi, la Cina domina i mercati ovunque, gli Stati Uniti sono rimasti dov'erano e la Ue primeggia solo in Nordafrica e Argentina.
Tuttavia, anche se non è in cima alla classifica, l'Europa resta una grande potenza commerciale, con una presenza pervasiva a livello globale.
Può l’Ue fare a meno degli Usa?
Il problema è: esistono, già oggi, i presupposti economici per una maggiore indipendenza dalla capacità attrattiva del grande mercato americano? L'interscambio Europa-Usa (1.500 miliardi di euro l'anno) è il più grande asse commerciale del mondo. La Ue è in grado di non farsi schiacciare dalla paura di veder amputato un pezzo dei 500 miliardi di euro che valgono, oggi, le sue esportazioni oltre Atlantico? Quanto è in grado di sostituirle con altri sbocchi commerciali?
Lo sguardo altrove
E' la partita che Bruxelles sta giocando, tentando di stringere, a raffica, nuovi accordi commerciali con grandi paesi del mondo. Il Mercosur (ovvero, Brasile e Argentina, ma non solo), il Messico, l'Indonesia, l'India. Attualmente, le esportazioni europee verso i paesi del Mercosur valgono 57 miliardi di euro l'anno, verso il Messico 53, verso l'India 50, verso l'Indonesia poco più di 10. Il totale non arriva a 200 miliardi. Ben lontani dai 500 miliardi rastrellati sui mercati Usa.
Ma non è questo il confronto da fare. Il punto è se l'aumento di esportazioni verso l'Asia e l'America latina è sufficiente ad assorbire la riduzione di esportazioni verso gli Usa che le tariffe di Trump possono determinare. Possiamo vendere in Brasile e in Indonesia la scavatrice che gli americani potrebbero trovare troppo cara? Probabilmente, sì.
Il tasso di aumento dell'export verso questi paesi, grazie ai trattati firmati o in gestazione, viene stimato ad almeno il 30-40 per cento, ovvero 60-80 miliardi di euro in più, sufficienti quanto meno ad assorbire una eventuale riduzione del 15 per cento (l'entità dei dazi), ovvero 60 miliardi di euro, di export europeo negli Usa.
Il dilemma del petrolio russo
Le prospettive, tuttavia, sono molto più ampie. Gli americani sono 350 milioni, gli abitanti dei Paesi in ballo 2 miliardi. Più poveri, certamente, ma sono questi P paesi in cui si sta realizzando il boom delle classi medie e dei loro consumi. Non sono, tuttavia, risultati dietro l'angolo. Da subito, per arrivare al mercato indiano, l'obiettivo più significativo, occorre anche navigare attraverso le secche della geopolitica e un dilemma di difficile soluzione.
Oggetto: il petrolio russo. Grazie al tetto, propugnato con determinazione dalla Ue, sul prezzo a cui può essere venduto, sul mercato mondiale, il greggio di Mosca si trova ad essere un ottimo affare per chi lo compra. La Cina, ad esempio. Ma, subito dopo Pechino, è l'India il più importante acquirente dei barili di Mosca. Un flusso di incassi, dall'India alla Russia, che vale circa 40 miliardi di dollari l'anno e che va a finanziare l'invasione in Ucraina.
Il caso India
Ed ecco Trump sostenere che, se si vuole colpire con nuove sanzioni la Russia, bisogna interrompere le vendite a paesi terzi come l'India, eventualmente con sanzioni contro Nuova Delhi, se il governo indiano rifiuta di voltare le spalle a Mosca. Ma non è una gran mossa, per Bruxelles, imporre sanzioni a chi vorresti tuo partner commerciale. L'emergenza Kiev o la prospettiva Nuova Delhi? Uscire da questo vicolo cieco non sarà facile.