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Anche Bruxelles scopre il suo Europe First: ora la Ue comincia a pensare prima a sé stessa

(agf)

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Il nuovo muro contro l’acciaio cinese, l’ammorbidimento delle regole ambientali svelano la sterzata di Bruxelles: meno spinta internazionalista e più attenzione ai propri problemi. Ma sulla sfida digitale con gli Usa l’Europa non può restare in secondo piano
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Un'altra bandiera ammainata. Sulle importazioni a prezzo stracciato dell'acciaio cinese, l'Unione europea applicherà una tariffa del 50 per cento e dimezzerà le quote oggi esenti. Stiamo scopiazzando le ricette Trump? Niente affatto: non è un ripudio delle importazioni, ma una mossa esasperata, per fermare il dumping siderurgico di Pechino. Giustificata o no, però, è la motivazione fornita da Bruxelles che conta: "Non possiamo - dice la Commissione - essere gli unici che osservano le regole del Wto". E' questa la bandiera ammainata. Alla fine, Bruxelles si arrende alla constatazione che non è più possibile confidare su un commercio internazionale, retto da regole condivise e rispettate e che, ormai, nel mondo degli scambi vige la contesa a colpi di mazza, nella forma di dazi e restrizioni.

Un'altra bandiera ammainata. Sulle importazioni a prezzo stracciato dell'acciaio cinese, l'Unione europea applicherà una tariffa del 50 per cento e dimezzerà le quote oggi esenti. Stiamo scopiazzando le ricette Trump? Niente affatto: non è un ripudio delle importazioni, ma una mossa esasperata, per fermare il dumping siderurgico di Pechino. Giustificata o no, però, è la motivazione fornita da Bruxelles che conta: "Non possiamo - dice la Commissione - essere gli unici che osservano le regole del Wto". E' questa la bandiera ammainata. Alla fine, Bruxelles si arrende alla constatazione che non è più possibile confidare su un commercio internazionale, retto da regole condivise e rispettate e che, ormai, nel mondo degli scambi vige la contesa a colpi di mazza, nella forma di dazi e restrizioni.

L'Europa sta cambiando pelle. O, forse, testa. Certamente identità. Si ironizza spesso sulla lentezza e la farraginosità del processo decisionale europeo. Ma questa svolta a 90 gradi è maturata nel giro di pochi mesi, fra l'estate e l'autunno di un anno fa, fra le elezioni al Parlamento europeo e quelle vinte da Donald Trump. Il "Brussels brand", il marchio che la Ue riusciva ad imprimere nella politica internazionale, è svanito quasi in un colpo. L'Europa ha smesso di essere una forza "internazionalista", per diventare una forza "nazionalista" (sia pure nel senso di un nazionalismo europeo).

Il prezzo pagato è l'abbandono della pretesa di essere il punto di riferimento del sistema regolatorio internazionale. In altre parole, il protagonista che anticipa e fissa gli standard con cui la comunità internazionale affronta le grandi sfide: il libero commercio, il clima, la decarbonizzazione degli scambi, le norme sull'universo digitale. Anche questo, in fondo era "soft power". Se quello americano si basava sull'egemonia finanziaria e culturale, quello europeo si snodava sugli schemi di risposta ai nuovi problemi.Come il clima. La Ue è stata una forza trainante nei successivi passaggi con cui il mondo ha cominciato ad affrontare il riscaldamento climatico. Ma, nelle scorse settimane, alla Conferenza mondiale sul clima di New York, il protagonista indiscusso è stato Xi, pronto ad annunciare il grande balzo della Cina dalla parte dei decarbonizzatori, con l'impegno a ridurre le emissioni, rispetto al picco attuale.

L'Europa le sue emissioni le sta riducendo da tempo, ma, a New York, si è tenuta nel vago sul futuro, visto che, dentro la Ue, un accordo sul taglio della CO2 al 2035, ancora non c'è.Contemporaneamente, Bruxelles annacqua la normativa interna sui fertilizzanti e quella esterna sulle importazioni di legname che potrebbero essere frutto di campagne di deforestazione. Al di là dell'importanza specifica dei singoli provvedimenti, il messaggio che passa è che il nuovo equilibrio della politica europea - spostato a destra rispetto al passato - comporta un brusco rallentamento delle campagne ecologiche e anche del relativo proselitismo.

Di fronte all'attivismo in senso opposto di Donald Trump, la Ue preferisce farsi da parte e non dare troppo nell'occhio.Non è facile, quando si è la terza potenza economica mondiale. Ma c'è un terreno su cui farsi piccoli non basterà, perché l'Europa è un protagonista indispensabile di quello che ci aspetta. Quali regole devono valere nel mondo digitale: quelle permissive che si sono affermate in America o quelle restrittive che l'Europa ha messo in campo in questi anni? Agli occhi di Big Tech e del suo alleato Trump, quello europeo è un mercato imprescindibile, ma riottoso.

L'offensiva - che ha già trovato una sponda attenta nella Casa Bianca - è già partita. La Apple ha appena chiesto a Bruxelles di riscrivere da capo quel Digital Markets Act, che si sforza di imporre salvaguardie antitrust sulle piattaforme di Internet. In particolare, la Apple reclama la rinuncia all'obbligo di assicurare l'interoperabilità dei suoi servizi, cioè la possibilità di accedervi e utilizzarli anche per altri operatori. Questa interoperabilità è la chiave per evitare il consolidamento di posizioni monopolistiche, a cui puntano Apple, Google e gli altri giganti di Silicon Valley per blindare mercati cruciali, come pagamenti digitali e carte di credito.

Finora la Ue ha respinto con decisione le richieste made in Usa. Ma gli osservatori più attenti registrano un recente ammorbidimento delle posizioni tradizionali di Bruxelles sull'universo digitale. Ad esempio, sulla piaga dei cookies di tracciamento. La Ue sembra pronta a rendere meno stringente l'obbligo di chiedere preventivamente all'utente, con apposito popup, il consenso ai cookies. Le piattaforme di Internet sono, con ogni probabilità, il prossimo terreno di scontro o di incontro con Trump.

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