Alti costi e rischi per l’economia Usa: lo scippo del petrolio venezuelano è un autogol per Trump
di Maurizio RicciDal colpo di Stato in Iran nel 1953 alla liquidazione di Saddam in Iraq, 50 anni dopo, le guerre del petrolio sono un classico nel repertorio dei presidenti americani. Questa avventura venezuelana, però, al di là della politica, sotto il profilo economico ha l'aria di un autogol. O, alternativamente, di arrivare fuori tempo massimo.In questa storia, un contenzioso specifico c'è. Vent'anni fa, il governo Chavez nazionalizzò sostanzialmente le attività nel paese di Conoco e Exxon. I tribunali internazionali hanno riconosciuto ai due giganti di Big Oil un risarcimento.
Dal colpo di Stato in Iran nel 1953 alla liquidazione di Saddam in Iraq, 50 anni dopo, le guerre del petrolio sono un classico nel repertorio dei presidenti americani. Questa avventura venezuelana, però, al di là della politica, sotto il profilo economico ha l'aria di un autogol. O, alternativamente, di arrivare fuori tempo massimo.In questa storia, un contenzioso specifico c'è. Vent'anni fa, il governo Chavez nazionalizzò sostanzialmente le attività nel paese di Conoco e Exxon. I tribunali internazionali hanno riconosciuto ai due giganti di Big Oil un risarcimento.
Ma che petrolio è? Il secondo intoppo dell'avventura venezuelana è che il greggio dell'Orinoco è particolarmente “pesante”, tipo le sabbie canadesi. E' quello che le raffinerie del Texas e della Louisiana lavorano meglio. Ma le buone notizie finiscono qui. Bisogna miscelare e diluire più volte quel petrolio per renderlo trasportabile. Il processo è altamente inquinante (non che questo preoccupi Trump) ma, soprattutto, costoso. Per andare in pari, bisogna venderlo a 80 dollari al barile. Ma anche raffinarlo è più difficile: aggiungete uno sconto di 10 dollari, sul prezzo, al momento di vendere, per compensare la raffineria.
Alti costi per le compagnie
E' probabile che Big Oil faccia il possibile per esprimere a parole con Trump la propria buona volontà. Ma i conti sono conti. Rimettere in sesto l'asfittica produzione venezuelana comporta, secondo grandi società di consulenza come Wood McKenzie, investimenti per 115 miliardi di dollari, ovvero tre volte quanto Exxon e Chevron hanno ritenuto di spendere, in tutto, nel 2025. Le compagnie di Big Oil, in effetti, l'anno scorso hanno ridotto gli investimenti del 6 per cento. E l'obiettivo dichiarato dei loro bilanci è concentrare la produzione nei giacimenti in cui si può arrivare, al 2030, ad un costo medio per barile di 30 dollari, altro che 80.
Per riassumere: Big Oil dovrebbe investire cifre impreviste e sgradite per estrarre un petrolio sostanzialmente invendibile. Il greggio, infatti, si vende oggi sul mercato sotto i 60 dollari a barile: ce n'è in giro già troppo, perché i prezzi salgano abbastanza a rendere conveniente il petrolio dell'Orinoco. Per l'anno prossimo, gli esperti prevedono che resterà a quel livello, e poi? Secondo la Iea, l'Agenzia internazionale dell'energia, dal 2026, l'aumento della domanda globale di petrolio si ridurrà a quello che definisce “un gocciolio”: nessuna corsa del barile in vista.
Aumentare l’offerta mentre l’offerta langue
Questa, dunque, la proposta indecente di Trump. E, adesso, l'autogol. Trump vuole aumentare l'offerta mondiale di petrolio, perché spera di riportare il costo della benzina negli Usa a 2 dollari il gallone. Per questo, vorrebbe un barile a 50 dollari. Ma i petrolieri americani – in particolare i cavalieri dello shale, che ha fatto degli Usa una grande potenza petrolifera – hanno bisogno del barile almeno a 62 dollari. Già oggi, a 58-59 dollari, molti sono in rosso. Se i 300 miliardi di barili venezuelani arrivassero davvero sul mercato, stracciando i prezzi come vuole la Casa Bianca, sarebbe una ecatombe.
Trump è vittima della sue fantasie e delle sue nostalgie. Nonostante i suoi tentativi di sabotare ogni tentativo di transizione ecologica, il pallino della politica dell'energia sta altrove, fuori portata. Negli ultimi dieci anni, il 60 per cento dell'aumento della domanda di greggio è venuto dalla Cina, ma Pechino, secondo la Iea, si prepara a rallentare vistosamente, grazie al boom di pannelli e auto elettriche. Ecco perché il presidente americano le odia, ma non è lui a decidere. Il dominio del petrolio è, probabilmente, alle spalle. Trump può agitarsi quanto vuole contro l'Accordo di Parigi per contenere il riscaldamento climatico, ma quell'accordo continuerà a pesargli sul groppone.