Il fallimento di Trump sui dazi: il conto lo stanno pagando cittadini e imprese Usa
di Maurizio RicciRicordate? “Il peggior incubo economico d’Europa è diventato reale” titolava il New York Times nella primavera del 2025. “L’apocalisse economica d’Europa è ora” rincarava Politico: il ciclone Trump e la sua guerra delle dogane sembravano in procinto di travolgere e scardinare l’economia Ue. Diciotto mesi dopo l’alba dei dazi a pioggia, i danni provocati dal presidente americano sono ingenti, ma sono frutto di altre scelte politico-strategiche, in cui il commercio internazionale non entra affatto e che, per la soddisfazione dei maligni, colpiscono, insieme all’Europa, lui in persona.
Ursula von der Leyen presentatasi, pochi mesi dopo, a Turnberry, per implorare clemenza doganale dal presidente americano, insomma, poteva risparmiarsi il viaggio. Il pericolo Trump stava altrove, in una scomposta politica internazionale che lo avrebbe infilato nella tragica avventura in Medio Oriente, da cui non riesce a districarsi, e che ha scaricato, sulla stessa America e sul resto del mondo, una cri…
Ricordate? “Il peggior incubo economico d’Europa è diventato reale” titolava il New York Times nella primavera del 2025. “L’apocalisse economica d’Europa è ora” rincarava Politico: il ciclone Trump e la sua guerra delle dogane sembravano in procinto di travolgere e scardinare l’economia Ue. Diciotto mesi dopo l’alba dei dazi a pioggia, i danni provocati dal presidente americano sono ingenti, ma sono frutto di altre scelte politico-strategiche, in cui il commercio internazionale non entra affatto e che, per la soddisfazione dei maligni, colpiscono, insieme all’Europa, lui in persona.
Ursula von der Leyen presentatasi, pochi mesi dopo, a Turnberry, per implorare clemenza doganale dal presidente americano, insomma, poteva risparmiarsi il viaggio. Il pericolo Trump stava altrove, in una scomposta politica internazionale che lo avrebbe infilato nella tragica avventura in Medio Oriente, da cui non riesce a districarsi, e che ha scaricato, sulla stessa America e sul resto del mondo, una crisi energetica che sta soffocando di inflazione l’economia globale.
Peccato. Perché all’offensiva dei dazi americani, l’Europa ha retto. Nonostante il loro impatto, l’economia nel 2025 è cresciuta dell’1,2 per cento, cioè un po’ più dell’anno prima e marcerà allo stesso ritmo – se l’altra partita, cioè il blocco di Hormuz, lo permette - nel 2026 e nel 2027. Non da applausi, ma neanche Armageddon, nonostante le profezie di sventura. Non solo: il commercio con gli Usa, invece di rallentare, è cresciuto. L’export di europeo di beni, che Trump aveva messo nel mirino, è aumentato da 535 a 555 miliardi di euro e il deficit commerciale, in barba alla Casa Bianca, è rimasto uguale. Ma il peso dei dazi, allora? Di sicuro, non li hanno pagati gli europei.
Per il 90 per cento, chiariscono gli studi della Federal Reserve di New York, se li sono sobbarcati, come molti economisti avevano previsto, proprio gli americani: per metà si sono scaricati sui prezzi ai consumatori, per l’altra metà li hanno assorbiti i bilanci delle aziende importatrici. Una sorta di tassa occulta su tutta la economia americana.
Di cui Trump e il suo futuro politico saranno chiamati a rispondere fra un paio di settimane, alle cruciali elezioni di midterm, dove il tema dominante si annuncia l’inflazione. Da Joe Biden, Trump aveva ereditato prezzi riportati sotto controllo, dopo i picchi della pandemia. Ora, la guerra in Iran e la tenaglia di diesel e benzina alla pompa l’hanno rilanciata, ma la spinta dei prezzi che sta proiettando l’inflazione vicino al 4 per cento incorpora gli effetti a lunga scadenza dell’altra misura di bandiera della Casa Bianca: i dazi che Trump ha chiamato l’America a pagare.
I ricercatori della Fed calcolano che per ogni 1 per cento in più alle dogane su tutte le importazioni (che è sostanzialmente il raggio d’azione delle tariffe di Trump) il livello generale dei prezzi, un anno dopo l’aumento dei dazi, risulti più alto dello 0,25 per cento. Ora, nell’andirivieni contorto della politica commerciale di Trump, fra raffiche di dazi al 10, al 50, al 100 per cento, imposti e ritirati, tenere il conto non è facile, ma, secondo gli esperti, nel 2024 (era Biden) il livello medio delle tariffe doganali, negli Usa, era del 3,4 per cento. Nel 2025 (con Trump) era salito al 7,6 per cento. Una differenza di oltre 4 punti nel livello dei dazi, che, un anno dopo - cioè adesso - si traduce, dunque, in 1 punto secco in più di inflazione rispetto alla traiettoria a tariffe immutate, a raddoppiare l’effetto Hormuz.
La ricetta-miracolo dei dazi di Trump prevedeva che le tariffe rilanciassero l’industria americana, sanassero il deficit commerciale, raddrizzassero la finanza pubblica. Hanno, invece, scavato nei conti in banca di aziende e consumatori e riacceso la corsa dei prezzi. Se i dazi non crescono ancora, prevede la Fed, il picco di aumento dell’inflazione che determinano è probabilmente passato, ma il livello dei prezzi è salito e non tornerà indietro. Ed è il livello dei prezzi, non il ritmo d’inflazione – abbiamo capito in questi anni post pandemia – il nodo che gli elettori si portano alle urne. Per impedire che lo dimentichino, basta che, nel tragitto verso il seggio, si fermino non solo a fare benzina, ma anche a bersi un carissimo caffè brasiliano.