MILANO – Chiamare un colosso da 400 miliardi di euro “un’impresa familiare” non è cosa da tutti. Specie se questo colosso, e stiamo parlando di Lvmh, è capace di vendere in giro per il mondo borse e profumi per un valore che supera tutto il Camembert e il vino prodotti dal famoso settore agricolo della Francia.
La conglomerata del lusso - che comprende marchi che vanno dal marchio di moda Louis Vuitton allo champagne Moet & Chandon - ha rappresentato il 4% di tutte le esportazioni francesi dello scorso anno per un valore di 23,5 miliardi delle sue merci. Battendo così il contributo dell'intero settore agricolo si 'ferma' invece al 3,2%.
Dietro questa recente e curiosa statistica riportata dal Financial Times c’è tutta la grandezza della creatura di Bernard Arnault. Che, come dicevamo all’inizio, lo considera appunto “un affare di famiglia”. E allora, si chiede l’Economist, che sarà di questo affare quando il suo fondatore passerà la mano?
Come accade in Italia per Armani, l’interrogativo che riguarda la successione nelle aziende del lusso è sempre attuale. Nello scorso ottobre, era emersa una revisione della governance della famiglia Arnault in modo da definirne i meccanismi fin oltre la metà del secolo. In particolare, se in precedenza si prevedeva il passaggio di Lvmh a un direttorio sotto il cappello della fondazione belga Protectinvest, con il compimento dei 25 anni del minore dei figli di Bernard, ovvero Jean che nel gruppo si occupa di orologi, si è passati a un diverso assetto. Il controllo di quasi il 64% dei diritti di voto di Lvmh è previsto passare alla Financière Agache, con azionisti i cinque fratelli Arnault (figli del fondatore) e l’impossibilità di vendere azioni fino al 2052. Per altro, prevedendo per Bernard poteri di fatto illimitati fino ai 95 anni.
In effetti, nota la testata finanziaria, che sia un affare di famiglia è vero nella misura in cui tutti e cinque i figli sono coinvolti in Lvmh. Giovedì scorso Alexandre e Frèdèric, con un voto quasi unanime dell’assemblea, sono entrati nel consiglio di amministrazione del gruppo, dove sederanno accanto ai fratelli maggiori, Delphine e Antoine, già presenti nel board. Per ora manca un posto solo per il più piccolo, Jean appunto. "Ha tempo, è giovane", ha detto su di lui Bernard, che di anni ne ha 79.
E’ vero che già il fondatore si è garantito la possibilità di restare in sella innalzando l’età prevista come limite per il ceo. Ma per l’Economist le mosse nel board e anche in altre deleghe importanti dimostrano che qualcosa si muove sotto la guida del “wolf in cashmere”. Alcuni recenti passaggi: risale all'anno scorso la salita della primogenita Delphine alla direzione di Christian Dior, reduce da una stagione scintillante nelle vendite sotto la gestione di Pietro Beccari, passato a sua volta alla guida di Louis Vuitton. Antoine è ora amministratore delegato della holding di famiglia che controlla Lvmh. Alexandre è di fatto il numero due dei gioielli di Tiffany & Co, mentre come visto Frédéric e Jean guardano al settore orologi.
Che potrà accadere allora? L’analista di Hsbc Erwan Rambourg si esercita in tre possibili scenari di successione. Il numero uno vede Delphine, forte della sua carriera tra Dior e Vuitton dall’inizio del nuovo millennio, al vertice. Scenario numero due: Alexandre sul trono, il figlio capace di convincere il padre a comprare le valigie tedesche Rimowa e di guidarle con sicurezza. Il rilancio dell’immagine di Tiffany, cui si sta dedicando cercando anche partnership da Beyoncé a Jay-z, è un buon test. Terzo scwnario: una salomonica divisione del gruppo in cinque divisioni, una per figlio.
La conclusione è che, per il momento, quale degli scenari sia nella mente di Bernard Arnault è ancora ignoto saperlo. Quel che è certo è che lascerà un leader capace di chiudere il primo trimestre con ricavi per quasi 21 miliardi di euro, il calo del 2% ma dopo un 2023 da urlo. Posizione difficile e invidiabile quella degli eredi di tanta grandezza.