Economia

La via stretta di Papademos

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L'apparenza, a volte, inganna. E i primi passi (quasi trionfali) del nuovo esecutivo greco guidato da Loukas Papademos rischiano di essere uno di questi casi. Il governo di unità nazionale ha incassato un via libera quasi plebiscitario in Parlamento (250 voti su 300) e vola nei sondaggi con un indice di gradimento vicino al 66%. Il difficile però arriva adesso. E la via, malgrado l'ottimo esordio, resta strettissima.

La prima grana, come molti temevano, porta (o meglio, non porta) la firma autografa di Antonis Samaras, il leader del centrodestra di Nea Demokratia. L'Europa ha chiesto a tutti i leader ellenici di confermare per iscritto il proprio ok alle nuove misure d'austerity legate al via libera alla nuova tranche di aiuti da 8 miliardi di euro e al piano di sostegno da 130 miliardi approvato il 26 ottobre. Papademos l'ha fatto, Papandreou pure. Ma Samaras ha detto no. Troppo umiliante, dice lui, sostenuto dalla destra ortodossa del Laos. "Ho già dato garanzie precise in tal senso a Bruxelles" ha ribadito anche oggi in un'intervista. Una presa di posizione dettata da motivi di opportunità: Nea Demokratia, il partito che ha creato la voragine nei conti di Atene truccando i bilanci, è in testa a tutti i sondaggi in vista delle prossime elezioni grazie proprio ai tanti "no" detti da Samaras alla Ue quando era all'opposizione. Il guaio è che ora è al governo e le sue uscite, in assenza di un ammorbidimento dall'una o dall'altra parte, rischiano di consolidare il suo vantaggio (come pare negli opinion polls pubblicati oggi) ma di complicare l'iter per sbloccare gli aiuti internazionali.

La seconda grana per Papademos è la tenuta dei conti greci. I dati continuano a confermare che la situazione economica, invece che migliorare, peggiora. Il rapporto deficit/Pil a fine anno sarà del 9%, peggio del previsto. Le entrate fiscali - malgrado i proclami del Pasok sulla guerra all'evasione - sono calate. La prova della piazza per la manifestazione che ricorda la rivolta contro la giunta dei colonnelli del 17 novembre sarà la cartina di tornasole dell'esasperazione del paese. E i negoziati con le banche per il taglio ai loro crediti iniziati da due giorni stentano a decollare. I riflettori della crisi dei debiti sovrani si sono allontanati da qualche giorno da Atene per puntare su Italia e Francia, dando per scontato lo sblocco al salvagente della Troika. Il rischio, con l'aria che tira, è che siano costretti a tornare in fretta e furia a puntare sull'Egeo.