Benvenuti su Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l'economia, la finanza, i mercati internazionali.
Quello che so sui mercati finanziari e l’economia l’ho imparato lavorando per una delle principali Sim di Piazza Affari, le società che comprano e vendono i titoli in Borsa per i grandi investitori. L’ho portato con me quando sono diventato giornalista di Repubblica dove, tra le altre cose, mi sono occupato di inchieste e grandi scandali come quello di Parmalat, contribuendo a smascherare i suoi bilanci falsi.
Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo. Se volete scrivermi, la mia mail è w.galbiati@repubblica.it.
Buona lettura
La mancata crescita demografica se per gli ambientalisti è un passo verso la sostenibilità del pianeta, per gli economisti iè uno dei principali allarmi per l’economia del futuro. Al di fuori dell'Africa, si prevede che la popolazione mondiale raggiungerà il suo picco nel 2050 e terminerà il secolo con numeri inferiori a quelli attuali. E sarebbe la prima volta dai tempi della Peste nera, salvo che in questo caso la decrescita non sarebbe dovuta all’aumento dei decessi, ma al crollo delle nascite.
Quanti bambini nascono oggi. Nel 2000 il tasso di fertilità mondiale era di 2,7 nascite per donna, ben al di sopra del "tasso di sostituzione", quello che garantisce una popolazione stabile, calcolato a 2,1. Oggi si attesta a 2,3 con una tendenza però al calo un po’ ovunque. I 15 Paesi più grandi per PIL hanno tutti un tasso di fertilità inferiore al tasso di sostituzione, ma il dato preoccupante è che anche la Cina e l’India, che non sono certo Paesi ricchi, ma che insieme rappresentano un terzo della popolazione mondiale, hanno tassi di fertilità inferiori al tasso di sostituzione, rispettivamente all’1,28 e al 2,05.
Più anziani nel mondo e meno lavoratori. In più, i Paesi che invecchiano non sono più solo il Giappone e l'Italia, ma anche il Brasile, il Messico e la Thailandia. Entro il 2030 più della metà degli abitanti dell'Asia orientale e sudorientale avrà più di 40 anni. Il risvolto più immediato di questo trend è la sostenibilità di un mondo dove chi non lavora è in numero maggiore degli occupati. Il mondo ricco ha attualmente circa tre persone tra i 20 e i 64 anni per ogni persona con più di 65 anni, entro il 2050 ne avrà meno di due. La conseguenza è che per sostenere le pensioni, senza mandare in crisi i bilanci degli Stati, almeno nelle economie avanzate, serviranno tasse più alte, pensionamenti più tardivi e un maggior apporto da parte degli immigrati.
La situazione italiana. Del problema, se ne è occupato anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue Considerazioni finali sulla Relazione annuale del 2022. L’Italia con 1,25 nascite per donna sta affrontando un rapido invecchiamento della sua popolazione. In soli tre anni, dal 2019 al 2022, il numero di persone convenzionalmente definite in età da lavoro (tra i 15 e i 64 anni) è diminuito di quasi 800.000 unità. Secondo le proiezioni demografiche dell’Istat, nello scenario centrale entro il 2040 la popolazione residente si dovrebbe ridurre di due milioni e mezzo di persone; quella tra i 15 e i 64 anni di oltre sei.
Come ovviare a questa tendenza e supportare l’attuale sistema di Welfare? Visco, di fronte al fatto che un recupero della natalità rafforzerebbe l’offerta di lavoro solo nel lunghissimo periodo, suggerisce tre interventi: 1) Il miglioramento delle condizioni di vita e di salute conseguito negli ultimi decenni potrà consentire a non poche persone di lavorare oltre il limite convenzionale dei 64 anni 2) Occorrerà accrescere la capacità di impiegare i giovani e le donne, i cui tassi di partecipazione in tutte le aree del Paese sono modesti e nel Mezzogiorno i più bassi d’Europa. 3) Servirà un aumento del saldo migratorio con politiche ben concepite di formazione e integrazione, indispensabili per l’inserimento dei migranti nel tessuto sociale e produttivo.
E il crollo globale di natalità? Gli interventi, suggeriti da Visco, sono validi, ma di breve periodo perché l'immigrazione nel mondo ricco è già oggi a un livello record e se da una parte aiuta i singoli Paesi a far fronte alla carenza di lavoratori, dall'altra non combatte la natura globale del crollo della fertilità. Entro la metà del secolo, il mondo rischia di trovarsi di fronte a una carenza di giovani lavoratori istruiti, a meno che non cambi qualcosa.
L'immigrazione del resto non garantisce sempre lavoratori qualificati. Due terzi dei bambini cinesi vivono in campagna e frequentano scuole per lo più pessime. La stessa percentuale di giovani tra i 25 e i 34 anni in India non ha completato l'istruzione secondaria superiore. Il bacino di giovani africani continuerà a crescere per decenni e migliorare le loro competenze è di per sé auspicabile e potrebbe anche lanciare un maggior numero di giovani migranti come innovatori in economie altrimenti stagnanti. Eppure anche in Africa, il tasso di fertilità sta diminuendo rapidamente.
In conclusione. Di fronte al generalizzato calo delle nascite e alla mancanza di lavoratori qualificati, la carenza di forza lavoro, ma anche la tutela ambientale potrà avere una soluzione solo forse grazie all'innovazione e alla tecnologia. Finché ci sarà crescita nel mondo, l’apporto dei Paesi in via di sviluppo sarà fondamentale per supportare la crescita globale, purché, per tutelare l’ambiente, si produca grazie all’innovazione tecnologica, la stessa ricchezza usando meno risorse.
Successivamente, un'economia ultra-produttiva, aiutata dall'lntelligenza artificiale, potrebbe aiutare gli Stati a sostenere un maggior numero di pensionati. Diversamente, il mondo dovrà accontentarsi di meno giovani e forse di una popolazione e di una economia in calo.