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Le banche centrali vittime delle banche centrali

Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca

Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca

 (reuters)
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Quello che so sui mercati finanziari e l’economia l’ho imparato lavorando per una delle principali Sim di Piazza Affari, le società che comprano e vendono i titoli in Borsa per i grandi investitori. L’ho portato con me quando sono diventato giornalista di Repubblica dove, tra le altre cose, mi sono occupato di inchieste e grandi scandali come quello di Parmalat, contribuendo a smascherare i suoi bilanci falsi.

Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo. Se volete scrivermi, la mia mail è w.galbiati@repubblica.it.

Buona lettura

Le banche centrali nazionali vittime della politica  delle banche centrali. Il rialzo repentino dei tassi di interesse, a una velocità mai vista in precedenza, ha fatto crollare il valore dei titoli obbligazionari, ben rappresentati nel portafoglio di molte banche comprese quelle centrali. Anche perché quando i tassi erano a zero ed era difficile piazzare presso gli investitori i titoli di qualunque Stato che non rendevano nulla, le banche centrali di ogni Paese dell’area euro, che in genere erano abituate ad avere all’attivo titoli di breve durata, si sono accodate al Quantitative easing della Bce, rastrellando miliardi e miliardi di obbligazioni con scadenze a lungo termine.

Cosa è successo? Ora i portafogli sono pieni di quei titoli con due effetti negativi dovuti entrambi al rialzo dei tassi: 1) da una parte il valore di quei titoli si è deprezzato, creando una minusvalenza nell’attivo della banche centrali, 2) dall’altra, avendo rendimenti nulli se non negativi perché emessi quando i tassi erano pari a zero, creano uno squilibrio nel conto economico in quanto le banche centrali, a fronte di un rendimento negativo, devono comunque remunerare a tassi di mercato (e quindi in crescita) i depositi che le banche commerciali hanno presso di loro.

Il caso Svb. E’ lo stesso effetto che ha contribuito in parte al fallimento dell’americana Silicon Valley Bank che per raccimolare liquidità per far fronte ai correntisti che chiedevano riscatti aveva pensato bene di vendere sul mercato parte dei suoi titoli obbligazionari in portafoglio, portando così alla luce una minusvalenza di 1,8 miliardi di dollari che sarebbe poi stata recuperata con un aumento di capitale da 2,1 miliardi.

Quell’operazione non fece altro che allarmare altri correntisti, generando un’ondata di riscatti che ha poi portato al fallimento. Ora il pericolo che quelle minusvalenze possano intaccare anche il capitale e le riserve della banche centrali è reale, anche se in questi casi è difficile che si possa arrivare alla richiesta di una ricapitalizzazione.

La situazione della Bundesbank. Il primo grido di allarme riguarda nientemeno che la Bundesbank, la banca centrale tedesca, che pur avendo sempre criticato per bocca dell’ex presidente Jens Weidmann il Quantitative easing fortemente voluto da Mario Draghi, ha comunque rastrellato in abbondanza titoli di Stato tedeschi, i cui valori sono precipitati e i cui rendimenti non sono nemmeno pari a zero, ma negativi.

Una situazione che dovrebbe pesare a lungo su patrimonio e conto economico dell’istituto tedesco. Dall’avvio del primo Quantitative easing nel 2015 al 2022, gli asset con scadenza lunga in pancia alla Bundesbank sono cresciuti da 285 miliardi a 1.270 miliardi, di cui ben 393 miliardi acquistati in relazione alle mosse monetarie legate alla pandemia. E il 70% di questi ha depositi fruttiferi a breve termine come controparte.

Il bilancio 2022 e il futuro della Bundesbank. Su questo portafoglio, a marzo la Bundesbank ha annunciato di aver subito una perdita di un miliardo di euro sui suoi titoli obbligazionari e ha aggiunto che le perdite negli anni futuri supereranno "probabilmente" i 19,2 miliardi di euro di accantonamenti e i 2,5 miliardi di euro di capitale rimanenti.

Per di più un rapporto del Bundesrechnungshof, l’ufficio federale di revisione, la più alta autorità di controllo del governo tedesco, ha avvertito che la Bundesbank potrebbe aver bisogno di un salvataggio per coprire le perdite derivanti dal programma di acquisto di obbligazioni della Banca centrale europea.

Cosa accadrà? Nessuno oggi crede che la Bundesbank, che ha ben 184 miliardi di riserve auree cresciute in valore di 10 miliardi nel solo 2021, sia a rischio fallimento o che si arrivi al punto di chiedere allo Stato tedesco di iniettare nuovi capitali per rafforzare i ratio patrimoniali della banca centrale, ma di certo questa situazione porta a due conseguenze immediate.

La prima è economica: la Bundesbank, dopo aver elargito 22 miliardi di dividendi allo Stato tedesco negli ultimi dieci anni, taglierà, come ha già fatto per l’esercizio 2022 chiuso con una perdita di 172 milioni di euro, la remunerazione degli azionisti perché, se il bilancio non sarà in perdita, tutti gli eventuali profitti dovranno essere utilizzati per compensare le minusvalenze sul portafoglio. Cosa che per altro ai banchieri centrali importa poco perché la loro missione non è garantire dividendi e profitti, ma la stabilità dei prezzi.

La seconda è politica perché la situazione patrimoniale della Bundesbank e il suo conto economico in rosso potranno essere utilizzati come motivi per contrastare un ritorno veloce a una politica monetaria meno restrittiva e per operare una maggiore influenza sulle decisioni della Bce. Da sempre la Germania, ha avuto una posizione da falco sulla politica monetaria, una posizione oggi più facile da difendere. D’altro canto, la stabilità finanziaria degli istituti centrali deve essere una priorità per evitare ingerenze della politica e garantire l’indipendenza dell’istituzione.

E la Banca d’Italia? Nella relazione al bilancio 2022, presentata a marzo, la Banca centrale italiana ha delineato con chiarezza come i ripetuti rialzi della Bce per riportare l’inflazione al 2% abbiano causato “una crescita notevole degli interessi passivi pagati dalle banche centrali, non controbilanciata da un corrispondente incremento dei redditi percepiti sulle attività finanziarie detenute”. 

In più anche lei ha operato una svalutazione sui titoli in portafoglio per 1,5 miliardi. Insomma anche la Banca d’Italia si trova in una situazione di squilibrio economico e lo si vede nel bilancio 2022 che, a differenza di quello della Bundesbank ha chiuso sì in positivo per 2 miliardi, ma con un utile pari a un terzo rispetto ai quasi 6 miliardi del 2021. Utile destinato per 340 milioni di euro ai dividendi e per 1,6 miliardi allo Stato.

Vista la situazione, per il biennio 2023-24, la Banca d’Italia si aspetta come i colleghi tedeschi un bilancio in rosso, che non dovrebbe comunque intaccare la solidità dell’istituto per via delle coperture “dei fondi patrimoniali – si legge nella relazione - accumulati sino a oggi”. Ne farà le spese lo Stato che non beneficerà degli introiti dell’istituto centrale, almeno fino a quando il bilancio non sarà riequilibrato tra entrate e uscite.

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