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Putin alla guerra del grano

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Dopo aver perso la guerra del gas contro l’Europa, Vladimir Putin ha scatenato la guerra del grano contro il resto del mondo. Ma rischia di non vincere neppure questa. La Russia si è ritirata dalla Black Sea Grain Initiative, un accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite per consentire l’esportazione del grano ucraino dai porti di Odessa, Chernomorsk and Yuzhny sul Mar Nero. Poi ha cominciato a bombardare i depositi di grano ucraino e minaccia di attaccare le navi mercantili dirette verso i porti ucraini considerandole «potenziali vettori di carichi militari».

La mossa del Cremlino ha fatto immediatamente lievitare il prezzo dei cereali sui mercati mondiali. Ma in realtà le esportazioni di grano ucraino dai porti del Mar Nero erano già praticamente interrotte. Prima della guerra, l’Ucraina esportava via mare 5 milioni di tonnellate al mese di cereali e semi oleosi, principalmente diretti ai Paesi africani e asiatici. L’attacco russo aveva fermato completamente il commercio. E solo dop…

Dopo aver perso la guerra del gas contro l’Europa, Vladimir Putin ha scatenato la guerra del grano contro il resto del mondo. Ma rischia di non vincere neppure questa. La Russia si è ritirata dalla Black Sea Grain Initiative, un accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite per consentire l’esportazione del grano ucraino dai porti di Odessa, Chernomorsk and Yuzhny sul Mar Nero. Poi ha cominciato a bombardare i depositi di grano ucraino e minaccia di attaccare le navi mercantili dirette verso i porti ucraini considerandole «potenziali vettori di carichi militari».

La mossa del Cremlino ha fatto immediatamente lievitare il prezzo dei cereali sui mercati mondiali. Ma in realtà le esportazioni di grano ucraino dai porti del Mar Nero erano già praticamente interrotte. Prima della guerra, l’Ucraina esportava via mare 5 milioni di tonnellate al mese di cereali e semi oleosi, principalmente diretti ai Paesi africani e asiatici. L’attacco russo aveva fermato completamente il commercio. E solo dopo l’entrata in vigore della Black Sea Grain Initiative il traffico era ripreso a livello di circa 4 milioni di tonnellate mensili. In totale, l’accordo ha consentito a Kiev di esportare via mare 33 milioni di tonnellate di cereali.

Tuttavia, secondo le informazioni fornite da “Politico”, già negli ultimi mesi la via marittima del grano si era andata esaurendo. In maggio dai porti ucraini erano partite solo 1,3 milioni di tonnellate. E da fine giugno nessun cargo era iscritto nei registri dell’organizzazione messa in piedi dall’Onu. In compenso, Kiev ha enormemente aumentato le esportazioni via terra, sia attraverso il sistema ferroviario verso i porti europei, sia attraverso la linea d’acqua del Danubio. Nell’ultimo anno le esportazioni via Danubio sono salite da poche centinaia di migliaia a 2 milioni di tonnellate al mese e potrebbero arrivare fino a 4 milioni di tonnellate. Questo spiega perché Putin, non contento di aver bloccato i porti ucraini, si sia messo a bombardare i silos del grano stoccato ad Odessa nel tentativo di impedire che l’export di cereali trovi vie di sbocco alternative.

Meno comprensibile è la reazione dei Paesi dell’Est Europa, che in concomitanza con l’offensiva russa sul grano hanno preso una posizione durissima pretendendo l’estensione dell’embargo dei cereali ucraini fino a fine anno. Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania e Bulgaria sono disposte a far transitare sul proprio territorio i carichi provenienti da Kiev e diretti altrove. Ma pretendono che la Ue confermi il divieto di importazione di grano, mais, colza e semi di girasole prodotti in Ucraina per il consumo interno in modo da non danneggiare i propri agricoltori. Come per i migranti, anche per la guerra del grano gli ex satelliti sovietici riscoprono l’egoismo della “solidarietà limitata”.

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