La zavorra degli alpinisti del Monte Paschi
di Luca PianaProvate a immaginare un alpinista che affronta una vetta impegnativa con lo zaino pieno di piombo. Lo scorso anno il Monte dei Paschi di Siena si è ritrovato in una situazione un po’ così. Prima dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi compiuto in autunno, sottoscritto per 1,6 miliardi dal Tesoro, aveva rinnovato gli impegni con l’Europa ad operare con alcuni vincoli. Non può ad esempio praticare politiche di prezzo troppo aggressive, non può fare leva sul fatto di avere un azionista pubblico per pubblicizzare i prodotti, né strappare dirigenti ai concorrenti offrendo contratti oltre determinati tetti. Pur con questi limiti, i dati della semestrale diffusi a inizio agosto hanno superato di gran lunga le aspettative degli analisti, sia in termini di profitti, sia di rafforzamento patrimoniale, mostrando che il management guidato da Luigi Lovaglio ha la possibilità di portare a termine la risalita tracciata nel piano industriale 2022-2026. Tra i motivi che spiegano i risultati c’è un fa…
Provate a immaginare un alpinista che affronta una vetta impegnativa con lo zaino pieno di piombo. Lo scorso anno il Monte dei Paschi di Siena si è ritrovato in una situazione un po’ così. Prima dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi compiuto in autunno, sottoscritto per 1,6 miliardi dal Tesoro, aveva rinnovato gli impegni con l’Europa ad operare con alcuni vincoli. Non può ad esempio praticare politiche di prezzo troppo aggressive, non può fare leva sul fatto di avere un azionista pubblico per pubblicizzare i prodotti, né strappare dirigenti ai concorrenti offrendo contratti oltre determinati tetti. Pur con questi limiti, i dati della semestrale diffusi a inizio agosto hanno superato di gran lunga le aspettative degli analisti, sia in termini di profitti, sia di rafforzamento patrimoniale, mostrando che il management guidato da Luigi Lovaglio ha la possibilità di portare a termine la risalita tracciata nel piano industriale 2022-2026. Tra i motivi che spiegano i risultati c’è un fatto anch’esso dello scorso anno. Il primo dicembre 2022 sono usciti dal gruppo oltre 4.000 dipendenti, più dei 3.500 concordati con i sindacati. Il calo è proseguito anche nel primo semestre del 2023, portando i dipendenti a 16.843 dai 17.020 del 31 dicembre. Grazie anche ad altri risparmi, le spese operative nel primo semestre sono così scese del 14,9% rispetto a dodici mesi prima, a 914 milioni.
I conti trimestrali di Mps da inizio 2022
Manovre sul personale di tale portata vengono in genere distribuite in qualche anno. Il Monte è riuscito a farlo in un’unica tornata, attuando una riorganizzazione che ha limitato al minimo i contraccolpi a livello commerciale. I prestiti alla clientela nel semestre si sono ridotti in misura lieve, in linea con il mercato, i titoli in custodia (saliti da 22,6 a 27,1 miliardi) hanno beneficato della forte richiesta di Btp da parte dei clienti e gli asset gestiti sono cresciuti da 55,5 a 56,6 miliardi, riflettendo anche un flusso netto di 1,13 miliardi verso le gestioni patrimoniali. La banca si è ritrovata così nelle condizioni di beneficiare degli aumenti dei tassi d’interesse decisi dalla Bce, che hanno sospinto i profitti dell’intero sistema creditizio. Il margine d’interesse netto è balzato a 1,08 miliardi, dai 659 milioni del primo semestre 2022. Di qui - e dal taglio delle spese – l’aumento dei profitti: l’utile ante imposte è volato a 615 milioni, dai 44 milioni del primo semestre 2022. Un risultato che ha permesso di anticipare a questo esercizio il target di un utile ante imposte superiore al miliardo di euro, previsto alla fine del 2026.
In Borsa il Monte ha fatto meglio dell’indice Ftse Mib fino al termine di agosto, frenando poi vistosamente dopo che il governo ha ventilato la possibilità di una cessione sul mercato, anche in tranche, di una parte del 64,2% detenuto dal Tesoro. È evidente che i futuri assetti proprietari rappresentino un catalizzatore imprescindibile per gli investitori, dato l’impegno che lo Stato ha assunto con l’Europa di uscire dal capitale, presumibilmente entro il 2024. In quest’ottica nel bilancio ci sono diversi aspetti degni di attenzione. Il primo riguarda le imposte anticipate attive maturate per le perdite miliardarie degli esercizi passati, in particolare nel 2016-2017. Alla fine del 2022 il gruppo ha calcolato un residuo di quasi 3,4 miliardi di euro e nel primo semestre 2023 l’utile netto è stato addirittura superiore a quello ante imposte (615 milioni contro 619). Per esaurire quel tesoretto e tornare a pagare le imposte correnti, ci vorrà dunque qualche esercizio e questo è un asset che in caso di aggregazione l’istituto può far valere. C’è anche un aspetto speculativo: se il governo riproponesse gli incentivi del recente passato, che permettevano in caso di fusione di trasformare le imposte anticipate in crediti d’imposta (più convenienti per altri aspetti) quei tre miliardi di tesoretto sul piano negoziale diventerebbero ancora più interessanti.
Il valore delle richieste danni a Mps legate ai bilanci 2008-2015, tra cause civili e reclami
Il Monte ha però una zavorra che pesa sul suo passo, le cause giudiziarie legate alle comunicazioni finanziarie diffuse nel periodo 2008-2015. Le richieste avevano raggiunto un picco di 5,1 miliardi nel 2020, quando su tutte spiccava una richiesta di 3,8 miliardi della Fondazione Mps, ex azionista di controllo. Chiusa una transazione con la Fondazione, il cosiddetto “petitum” nelle liti legate ai vecchi bilanci è tornato a salire. Ora è pari a 4,1 miliardi, dei quali 2,2 miliardi richieste stragiudiziali, ossia reclami. Con l’insediamento di Lovaglio, nel febbraio 2022, il Monte ha deciso di non perseguire la strada delle transazioni ma di far valere le sue ragioni nei contenziosi. Per verificare l’efficacia della strategia sarà decisivo l’autunno, quando sono attese la sentenza della Cassazione sull’assoluzione di Mussari-Vigni (periodo 2008-2011) e quella d’appello per la condanna di Profumo-Viola (2014-2015). Il management di recente ha detto di aver ottenuto in questo 2023 sei giudizi favorevoli in altrettanti procedimenti e di ritenere adeguati gli 1,1 miliardi accantonati per far fronte a eventuali esborsi. Se i fatti gli dessero ragione, uno degli ostacoli verso una fusione potrebbe rivelarsi meno insormontabile di quanto appaia ora. O addirittura generare sorprese positive, se alla fine gli accantonamenti eccedessero gli esborsi.