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Startup, un Paese senza venture capital

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Marciano tentando di farsi largo in un ambiente che a parole le aiuta, ma nei fatti le ignora. Sono le startup italiane. Piccole e diversificate nella tipologia, dotate di poco sostegno economico iniziale, partono comunque con molto entusiasmo. Qualcuna riesce a sopravvivere e crescere, altre, senza ossigeno finanziario, si consegnano all'oblio. In base alle statistiche diffuse da Aster, la società consortile dell'Emilia Romagna, al 15 gennaio scorso l'Italia ne contava 8.417, il 75 per cento delle quali operava nel settore dei servizi. Le statistiche raccontano che la stragrande maggioranza in valori assoluti opera sotto la forma di Srl (97,3 per cento), che il 64 per cento ha un capitale che non raggiunge i 10mila euro, che 1.050 sono a prevalenza femminile.

La loro distribuzione geografica rivela che la maggior parte di loro (1976, il 23,4 per cento del totale) ha sede in Lombardia, e si muove quindi in parallelo con la regione più dinamica d'Italia. …
Marciano tentando di farsi largo in un ambiente che a parole le aiuta, ma nei fatti le ignora. Sono le startup italiane. Piccole e diversificate nella tipologia, dotate di poco sostegno economico iniziale, partono comunque con molto entusiasmo. Qualcuna riesce a sopravvivere e crescere, altre, senza ossigeno finanziario, si consegnano all'oblio. In base alle statistiche diffuse da Aster, la società consortile dell'Emilia Romagna, al 15 gennaio scorso l'Italia ne contava 8.417, il 75 per cento delle quali operava nel settore dei servizi. Le statistiche raccontano che la stragrande maggioranza in valori assoluti opera sotto la forma di Srl (97,3 per cento), che il 64 per cento ha un capitale che non raggiunge i 10mila euro, che 1.050 sono a prevalenza femminile.

La loro distribuzione geografica rivela che la maggior parte di loro (1976, il 23,4 per cento del totale) ha sede in Lombardia, e si muove quindi in parallelo con la regione più dinamica d'Italia. Seguono l'Emilia Romagna (10,1 per cento) e il Lazio (9,8 per cento). Ma la maggior densità relativa, sorprendentemente, si ha nelle Marche, con 24 startup ogni 100mila residenti, e in Trentino (21,7 iniziative), a dimostrazione che la creatività aziendale non è patrimonio solo delle regioni tradizionalmente più avanzate. Tutto questo potenziale fervore è però frustrato dalla quasi totale assenza di venture capital, la stampella finanziaria che può accompagnare un percorso fatto di idee, brevetti, sviluppo e internazionalizzazione. Per ogni dollaro procapite investito in venture capital in Italia, in Germania se ne investono 20 e in Francia 30. Negli Usa addirittura 70. E chi usa lo strumento del venture capital è premiato in termini di ricchezza generale prodotta per il paese: in Israele, altra mecca delle aziende che puntano sull'innovazione, nel 2016 sono approdati 5 miliardi di dollari di investimenti.

Nella grande battaglia mediatica delle fantasiose ricette elaborate nella campagna elettorale in corso, nessuna forza politica ha però messo l'accento sulla possibilità di dotare l'Italia di risorse pubbliche per finanziare e accompagnare sul mercato le nuove iniziative. Il venture capital per le startup, che spesso significa aiuto alla digitalizzazione del paese, non è una priorità. La scorsa settimana il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan si è lamentato del fatto che ancora troppi giovani lascino l'Italia per cercare migliori opportunità all'estero. La fuga dei cervelli è sicuramente una cosa grave, perché ci priva spesso di risorse intellettuali per la ricerca. Ma altrettanto grave è la fuga delle microaziende e della loro creatività verso mercati dei capitali più attrattivi, perché ci priva della capacità di alimentare l'innovazione e ci consegna alla mediocrità.