Siamo arrivati all'ultima settimana di una campagna elettorale cupa, senza idee e con poca speranza. Una campagna rabbiosa, in cui il nulla si è alternato con mirabolanti e irrealizzabili promesse. Un fenomeno però è emerso con chiarezza: il ritorno di linguaggi e pulsioni che credevamo consegnati definitivamente alla storia.
Il nuovo nemico è la società aperta, vista come una minaccia, a cui si contrappongono comunità chiuse dove si costruiscono muri, ci si appropria del rosario come arma politica, si promette un ritorno a un passato mitizzato e rassicurante, fatto di ordine, sicurezze sociali e famiglie tradizionali. Siamo stati tra i primi a denunciare questa deriva cominciata con lo sdoganamento di un linguaggio che nessuno più frequentava: sono tornati i "negri", additati come criminali pericolosi per le nostre donne, si denuncia l'invasione islamica e si mette all'indice chi fa volontariato, assistenza o lav…
Il nuovo nemico è la società aperta, vista come una minaccia, a cui si contrappongono comunità chiuse dove si costruiscono muri, ci si appropria del rosario come arma politica, si promette un ritorno a un passato mitizzato e rassicurante, fatto di ordine, sicurezze sociali e famiglie tradizionali. Siamo stati tra i primi a denunciare questa deriva cominciata con lo sdoganamento di un linguaggio che nessuno più frequentava: sono tornati i "negri", additati come criminali pericolosi per le nostre donne, si denuncia l'invasione islamica e si mette all'indice chi fa volontariato, assistenza o lav…
Siamo arrivati all'ultima settimana di una campagna elettorale cupa, senza idee e con poca speranza. Una campagna rabbiosa, in cui il nulla si è alternato con mirabolanti e irrealizzabili promesse. Un fenomeno però è emerso con chiarezza: il ritorno di linguaggi e pulsioni che credevamo consegnati definitivamente alla storia.
Il nuovo nemico è la società aperta, vista come una minaccia, a cui si contrappongono comunità chiuse dove si costruiscono muri, ci si appropria del rosario come arma politica, si promette un ritorno a un passato mitizzato e rassicurante, fatto di ordine, sicurezze sociali e famiglie tradizionali. Siamo stati tra i primi a denunciare questa deriva cominciata con lo sdoganamento di un linguaggio che nessuno più frequentava: sono tornati i "negri", additati come criminali pericolosi per le nostre donne, si denuncia l'invasione islamica e si mette all'indice chi fa volontariato, assistenza o lavora sul campo. Le Ong sono vendute e sospette e la predicazione della Chiesa viene tollerata. Anche da chi sul Vangelo giura senza averlo mai letto. Sono tornati i discorsi sui complotti internazionali, rispuntano gli ebrei come ispiratori di trame e il dialogo è cosa da traditori o deboli.
Basta leggere i giornali di destra o ascoltare comizi e dibattiti per rendersi conto perfettamente di quanto sosteniamo. Ma l'arroganza di questo ritorno è tale che tentano di accreditare e sdoganare la tesi opposta: non esiste il neofascismo ma solo il suo fantasma evocato dall'antifascismo. Un linguaggio che ribalta la realtà. I rigurgiti fascisti vengono spacciati per slanci di patriottismo, la difesa dei diritti di una italianità minacciata dagli invasori e dai loro aedi: la sinistra, i giornali e la cultura che li sostengono. Un'operazione calcolata per alimentare il voto dell'odio e del rancore a cui si aggiunge il gioco scellerato di contrapporre ai nuovi fascisti i violenti dell'area dell'antagonismo e dei centri sociali.
Come se l'antifascismo fosse quella roba lì, una violenza senza scusanti. Chi scende in piazza e tira bombe carta con chiodi e pezzi di metallo dentro non è un antifascista ma un terrorista. Non ho e non abbiamo timore di chiamare le cose con il loro nome e di condannare la violenza di qualunque colore. Ma non intendiamo farci intimidire dal gioco di chi sta sollecitando gli spiriti peggiori del passato, per mero calcolo elettorale, e non accetta lo si denunci.
Il fascismo, come lo abbiamo conosciuto nel Novecento, non tornerà, siamo i primi ad auguracelo, ma intorno a noi sono già tornati governi che praticano forme di controllo delle libertà, della stampa, che riscrivono la storia, che indicano i nemici pubblici, che vedono i professori universitari, i giudici liberi, i contrappesi costituzionali come una minaccia da eliminare. Basti pensare a ciò che accade in Ungheria o in Polonia, per non arrivare alla Turchia o alla Russia. Amiamo questa democrazia con tutte le imperfezioni e gli errori di cui è portatrice, una democrazia quella italiana capace di superare tante prove, e continueremo a far sentire la nostra voce contro i nuovi teppisti del pensiero e del linguaggio.
Il nuovo nemico è la società aperta, vista come una minaccia, a cui si contrappongono comunità chiuse dove si costruiscono muri, ci si appropria del rosario come arma politica, si promette un ritorno a un passato mitizzato e rassicurante, fatto di ordine, sicurezze sociali e famiglie tradizionali. Siamo stati tra i primi a denunciare questa deriva cominciata con lo sdoganamento di un linguaggio che nessuno più frequentava: sono tornati i "negri", additati come criminali pericolosi per le nostre donne, si denuncia l'invasione islamica e si mette all'indice chi fa volontariato, assistenza o lavora sul campo. Le Ong sono vendute e sospette e la predicazione della Chiesa viene tollerata. Anche da chi sul Vangelo giura senza averlo mai letto. Sono tornati i discorsi sui complotti internazionali, rispuntano gli ebrei come ispiratori di trame e il dialogo è cosa da traditori o deboli.
Basta leggere i giornali di destra o ascoltare comizi e dibattiti per rendersi conto perfettamente di quanto sosteniamo. Ma l'arroganza di questo ritorno è tale che tentano di accreditare e sdoganare la tesi opposta: non esiste il neofascismo ma solo il suo fantasma evocato dall'antifascismo. Un linguaggio che ribalta la realtà. I rigurgiti fascisti vengono spacciati per slanci di patriottismo, la difesa dei diritti di una italianità minacciata dagli invasori e dai loro aedi: la sinistra, i giornali e la cultura che li sostengono. Un'operazione calcolata per alimentare il voto dell'odio e del rancore a cui si aggiunge il gioco scellerato di contrapporre ai nuovi fascisti i violenti dell'area dell'antagonismo e dei centri sociali.
Come se l'antifascismo fosse quella roba lì, una violenza senza scusanti. Chi scende in piazza e tira bombe carta con chiodi e pezzi di metallo dentro non è un antifascista ma un terrorista. Non ho e non abbiamo timore di chiamare le cose con il loro nome e di condannare la violenza di qualunque colore. Ma non intendiamo farci intimidire dal gioco di chi sta sollecitando gli spiriti peggiori del passato, per mero calcolo elettorale, e non accetta lo si denunci.
Il fascismo, come lo abbiamo conosciuto nel Novecento, non tornerà, siamo i primi ad auguracelo, ma intorno a noi sono già tornati governi che praticano forme di controllo delle libertà, della stampa, che riscrivono la storia, che indicano i nemici pubblici, che vedono i professori universitari, i giudici liberi, i contrappesi costituzionali come una minaccia da eliminare. Basti pensare a ciò che accade in Ungheria o in Polonia, per non arrivare alla Turchia o alla Russia. Amiamo questa democrazia con tutte le imperfezioni e gli errori di cui è portatrice, una democrazia quella italiana capace di superare tante prove, e continueremo a far sentire la nostra voce contro i nuovi teppisti del pensiero e del linguaggio.