Il quadro della situazione politica italiana dopo le elezioni del 4 marzo è abbastanza chiaro. Dico abbastanza perché ci sono, come quasi sempre avviene, alcune soluzioni subordinate che possono improvvisamente diventare principali. Vediamo anzitutto le principali. Dal voto sono usciti due partiti vincenti: Salvini che insieme a Meloni e a Berlusconi arriva al 37 per cento; il leader leghista da solo detiene circa il 18%, raccolto in tutta Italia ma soprattutto al Nord.
Di fronte a Salvini ci sono i Cinque Stelle di Di Maio che si attestano oltre al 30 per cento. Non è più il movimento che fu di Grillo e Casaleggio, il cui obiettivo non era il governo ma quella parte del popolo sconsolato e sempre più estraneo alla politica coinvolto soprattutto nelle istituzioni intermedie e più vicine alla vita quotidiana: il Comune, gli ospedali pubblici, nelle grandi città i quartieri del centro e della periferia, i sindacati, insomma il popolo deg…
Di fronte a Salvini ci sono i Cinque Stelle di Di Maio che si attestano oltre al 30 per cento. Non è più il movimento che fu di Grillo e Casaleggio, il cui obiettivo non era il governo ma quella parte del popolo sconsolato e sempre più estraneo alla politica coinvolto soprattutto nelle istituzioni intermedie e più vicine alla vita quotidiana: il Comune, gli ospedali pubblici, nelle grandi città i quartieri del centro e della periferia, i sindacati, insomma il popolo deg…
Il quadro della situazione politica italiana dopo le elezioni del 4 marzo è abbastanza chiaro. Dico abbastanza perché ci sono, come quasi sempre avviene, alcune soluzioni subordinate che possono improvvisamente diventare principali. Vediamo anzitutto le principali. Dal voto sono usciti due partiti vincenti: Salvini che insieme a Meloni e a Berlusconi arriva al 37 per cento; il leader leghista da solo detiene circa il 18%, raccolto in tutta Italia ma soprattutto al Nord.
Di fronte a Salvini ci sono i Cinque Stelle di Di Maio che si attestano oltre al 30 per cento. Non è più il movimento che fu di Grillo e Casaleggio, il cui obiettivo non era il governo ma quella parte del popolo sconsolato e sempre più estraneo alla politica coinvolto soprattutto nelle istituzioni intermedie e più vicine alla vita quotidiana: il Comune, gli ospedali pubblici, nelle grandi città i quartieri del centro e della periferia, i sindacati, insomma il popolo degli operai, dei braccianti, dei coltivatori diretti, i lavoratori disoccupati e/o pensionati. Una parte di questo mondo era deluso dalla politica che, con la scusa degli interessi dello Stato, non si occupava più dei cittadini o almeno non come loro avrebbero voluto e quindi il movimento di Grillo era ideale per far sì che quella delusione e quella protesta si facessero sentire. In che modo? Facendo crescere un movimento che fosse appunto la voce di questa protesta. Una posizione alternativa? Non c'era. C'era solo l'odio contro le classi dirigenti.
Volete un ricordo storico di proporzioni minori rispetto ai Cinque Stelle, ma che ci aiuta a capire in che modo una protesta popolare priva di futuro può diventare qualche cosa di estremamente più importante? Pensate alla presa della Bastiglia. Era un moto di piazza contro il potere assoluto, all'inizio non altro che questo, ma diventò quel che doveva. Non faccio certo previsioni di quel genere per i Cinque Stelle di Di Maio, che non somiglia certo né a Mirabeau, né a Danton, né a La Fayette né tantomeno a Robespierre. Quanto al popolo italiano non è, per fortuna, così disperato. Disperata è l'Africa e qui dovrebbe aprirsi un capitolo che ci riguarda assai da vicino e di cui il governo Gentiloni, in questo coadiuvato dal ministro Marco Minniti, si sta occupando con forza intelligente.
Lasciamo andare questo tema e torniamo alla situazione che l'Italia sta attraversando.
Abbiamo dunque due partiti maggiori, uno al centro di una coalizione (Salvini, Meloni, Berlusconi), l'altro da solo ma di pari forza, che sta trasformando il movimento in un partito vero e proprio.
E poi ci sono i rottami del terzo partito, che non è più di Renzi ma che comunque è rappresentato molto bene dal governo Gentiloni tuttora in carica e che in carica resterà come governo di ordinaria amministrazione se il presidente Mattarella non riuscirà a insediare un nuovo governo con una solida maggioranza. Ma può esistere un governo di tal genere? Di Maio-Salvini: due partiti che non hanno nulla in comune salvo un sostanziale distacco dall'Europa. Si metteranno insieme? Ma chi dei due sarà il presidente del Consiglio cui spetta dare una linea comune al governo e ai suoi ministri?
Mi sembra assai difficile un'alleanza di tal genere, né è pensabile che Salvini e Berlusconi accettino di partecipare a un governo guidato da Di Maio.
Ma c'è sulla scena del teatro politico anche il 23 per cento del Pd e della sua piccola ma importante coalizione. Si alleerà con uno dei due partiti maggiori? È escluso che il Pd possa allearsi con Salvini. Con Berlusconi forse sì, arriverebbero insieme a sorpassare il 30 per cento ma non è una maggioranza.
Resta comunque da vedere chi sarà il successore di Renzi alla guida del partito. Se posso dire il mio pensiero sul rimpiazzo di Renzi, penso che il capo del governo dovrebbe essere eletto anche segretario del partito, come è quasi sempre avvenuto e come è opportuno che avvenga. Del resto l'esempio più prossimo è proprio il governo tra il 2014 e il 2016, quando Renzi occupava entrambe le cariche.
Dunque: proroga a Gentiloni con entrambe le cariche, magari con qualche ministro a Berlusconi. Vi sembra un'ipotesi accettabile? Penso proprio di no.
Allora un'alleanza del Pd con i Cinque Stelle. Ci ho scherzato sopra qualche giorno fa nella trasmissione televisiva di Giovanni Floris, dove prevedevo che i Cinque Stelle gremiti di delusi di sinistra si fondessero con il Pd, assumendone il nome e il comando. Ma era appunto uno scherzo un po' feroce per l'uno e per l'altro.
La soluzione più probabile di questo imbroglio politico è che il presidente della Repubblica, dopo avere constatato che allo stato dei fatti una soluzione non c'è, dia a Gentiloni l'incarico di continuare con il governo esistente che diventerebbe di "ordinaria amministrazione" e che ci si riveda tra un anno con nuove elezioni e possibilmente con una nuova legge elettorale.
I politici nel frattempo chiariscano la propria situazione interna e i loro rapporti con il quadro nazionale ed europeo. Quanto alla nomina dei presidenti del Senato e della Camera che debbono insediarsi al più presto e ancora prima che il presidente della Repubblica dia inizio alle sue consultazioni, c'è a mio parere una soluzione efficace ed elegante, seppur non gradita ai partiti che hanno vinto: eleggere alla presidenza del Senato Emma Bonino e a quella della Camera Laura Boldrini, due donne perfettamente capaci di ricoprire quegli importanti incarichi. Si riaffermerebbe così il femminismo politico che è una novità in parte già attuata con buoni risultati.
Di fronte a Salvini ci sono i Cinque Stelle di Di Maio che si attestano oltre al 30 per cento. Non è più il movimento che fu di Grillo e Casaleggio, il cui obiettivo non era il governo ma quella parte del popolo sconsolato e sempre più estraneo alla politica coinvolto soprattutto nelle istituzioni intermedie e più vicine alla vita quotidiana: il Comune, gli ospedali pubblici, nelle grandi città i quartieri del centro e della periferia, i sindacati, insomma il popolo degli operai, dei braccianti, dei coltivatori diretti, i lavoratori disoccupati e/o pensionati. Una parte di questo mondo era deluso dalla politica che, con la scusa degli interessi dello Stato, non si occupava più dei cittadini o almeno non come loro avrebbero voluto e quindi il movimento di Grillo era ideale per far sì che quella delusione e quella protesta si facessero sentire. In che modo? Facendo crescere un movimento che fosse appunto la voce di questa protesta. Una posizione alternativa? Non c'era. C'era solo l'odio contro le classi dirigenti.
Volete un ricordo storico di proporzioni minori rispetto ai Cinque Stelle, ma che ci aiuta a capire in che modo una protesta popolare priva di futuro può diventare qualche cosa di estremamente più importante? Pensate alla presa della Bastiglia. Era un moto di piazza contro il potere assoluto, all'inizio non altro che questo, ma diventò quel che doveva. Non faccio certo previsioni di quel genere per i Cinque Stelle di Di Maio, che non somiglia certo né a Mirabeau, né a Danton, né a La Fayette né tantomeno a Robespierre. Quanto al popolo italiano non è, per fortuna, così disperato. Disperata è l'Africa e qui dovrebbe aprirsi un capitolo che ci riguarda assai da vicino e di cui il governo Gentiloni, in questo coadiuvato dal ministro Marco Minniti, si sta occupando con forza intelligente.
Lasciamo andare questo tema e torniamo alla situazione che l'Italia sta attraversando.
Abbiamo dunque due partiti maggiori, uno al centro di una coalizione (Salvini, Meloni, Berlusconi), l'altro da solo ma di pari forza, che sta trasformando il movimento in un partito vero e proprio.
E poi ci sono i rottami del terzo partito, che non è più di Renzi ma che comunque è rappresentato molto bene dal governo Gentiloni tuttora in carica e che in carica resterà come governo di ordinaria amministrazione se il presidente Mattarella non riuscirà a insediare un nuovo governo con una solida maggioranza. Ma può esistere un governo di tal genere? Di Maio-Salvini: due partiti che non hanno nulla in comune salvo un sostanziale distacco dall'Europa. Si metteranno insieme? Ma chi dei due sarà il presidente del Consiglio cui spetta dare una linea comune al governo e ai suoi ministri?
Mi sembra assai difficile un'alleanza di tal genere, né è pensabile che Salvini e Berlusconi accettino di partecipare a un governo guidato da Di Maio.
Ma c'è sulla scena del teatro politico anche il 23 per cento del Pd e della sua piccola ma importante coalizione. Si alleerà con uno dei due partiti maggiori? È escluso che il Pd possa allearsi con Salvini. Con Berlusconi forse sì, arriverebbero insieme a sorpassare il 30 per cento ma non è una maggioranza.
Resta comunque da vedere chi sarà il successore di Renzi alla guida del partito. Se posso dire il mio pensiero sul rimpiazzo di Renzi, penso che il capo del governo dovrebbe essere eletto anche segretario del partito, come è quasi sempre avvenuto e come è opportuno che avvenga. Del resto l'esempio più prossimo è proprio il governo tra il 2014 e il 2016, quando Renzi occupava entrambe le cariche.
Dunque: proroga a Gentiloni con entrambe le cariche, magari con qualche ministro a Berlusconi. Vi sembra un'ipotesi accettabile? Penso proprio di no.
Allora un'alleanza del Pd con i Cinque Stelle. Ci ho scherzato sopra qualche giorno fa nella trasmissione televisiva di Giovanni Floris, dove prevedevo che i Cinque Stelle gremiti di delusi di sinistra si fondessero con il Pd, assumendone il nome e il comando. Ma era appunto uno scherzo un po' feroce per l'uno e per l'altro.
La soluzione più probabile di questo imbroglio politico è che il presidente della Repubblica, dopo avere constatato che allo stato dei fatti una soluzione non c'è, dia a Gentiloni l'incarico di continuare con il governo esistente che diventerebbe di "ordinaria amministrazione" e che ci si riveda tra un anno con nuove elezioni e possibilmente con una nuova legge elettorale.
I politici nel frattempo chiariscano la propria situazione interna e i loro rapporti con il quadro nazionale ed europeo. Quanto alla nomina dei presidenti del Senato e della Camera che debbono insediarsi al più presto e ancora prima che il presidente della Repubblica dia inizio alle sue consultazioni, c'è a mio parere una soluzione efficace ed elegante, seppur non gradita ai partiti che hanno vinto: eleggere alla presidenza del Senato Emma Bonino e a quella della Camera Laura Boldrini, due donne perfettamente capaci di ricoprire quegli importanti incarichi. Si riaffermerebbe così il femminismo politico che è una novità in parte già attuata con buoni risultati.