Hanno colpito il cuore dello Stato
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARIRipubblichiamo l'editoriale di Eugenio Scalfari, fondatore e allora direttore di Repubblica, pubblicato il giorno dopo il rapimento di Aldo Moro
17 marzo 1978
Il Paese, dicevano ieri, è come sotto una mazzata. Si capiva da molti segni ma nessuno avrebbe mai supposto che questa volta il bersaglio sarebbe stato il capo della Democrazia cristiana, rapito sulla soglia di casa dopo il massacro della sua scorta, mentre andava in Parlamento a votare la fiducia ad un governo sostenuto anche dai comunisti.
Perché Moro?
La risposta è semplice. Moro rappresenta da vent'anni la continuità democratica della Dc. Con tutte le sue lentezze, i suoi ritardi, i suoi errori, è l'uomo che ha trasferito il partito dal centrismo all'alleanza coi socialisti prima, e alla maggioranza parlamentare col Pci oggi. E' il leader politico che ha incarnato concretamente la definizione che De Gasperi dette della Democrazia cristiana come partito di centro che guarda verso sinistra.
Questa è la ragione per cui Moro è stato scelto come bersaglio. Dalla Dc di Moro si può dissentire e…
Il Paese, dicevano ieri, è come sotto una mazzata. Si capiva da molti segni ma nessuno avrebbe mai supposto che questa volta il bersaglio sarebbe stato il capo della Democrazia cristiana, rapito sulla soglia di casa dopo il massacro della sua scorta, mentre andava in Parlamento a votare la fiducia ad un governo sostenuto anche dai comunisti.
Perché Moro?
La risposta è semplice. Moro rappresenta da vent'anni la continuità democratica della Dc. Con tutte le sue lentezze, i suoi ritardi, i suoi errori, è l'uomo che ha trasferito il partito dal centrismo all'alleanza coi socialisti prima, e alla maggioranza parlamentare col Pci oggi. E' il leader politico che ha incarnato concretamente la definizione che De Gasperi dette della Democrazia cristiana come partito di centro che guarda verso sinistra.
Questa è la ragione per cui Moro è stato scelto come bersaglio. Dalla Dc di Moro si può dissentire e…
17 marzo 1978
Il Paese, dicevano ieri, è come sotto una mazzata. Si capiva da molti segni ma nessuno avrebbe mai supposto che questa volta il bersaglio sarebbe stato il capo della Democrazia cristiana, rapito sulla soglia di casa dopo il massacro della sua scorta, mentre andava in Parlamento a votare la fiducia ad un governo sostenuto anche dai comunisti.
Perché Moro?
La risposta è semplice. Moro rappresenta da vent'anni la continuità democratica della Dc. Con tutte le sue lentezze, i suoi ritardi, i suoi errori, è l'uomo che ha trasferito il partito dal centrismo all'alleanza coi socialisti prima, e alla maggioranza parlamentare col Pci oggi. E' il leader politico che ha incarnato concretamente la definizione che De Gasperi dette della Democrazia cristiana come partito di centro che guarda verso sinistra.
Questa è la ragione per cui Moro è stato scelto come bersaglio. Dalla Dc di Moro si può dissentire ed anche aspramente dissentire, come molti di noi hanno fatto in passato e faranno probabilmente in futuro; ma è certo che il quadro democratico e repubblicano di questo paese verrebbe travolto se a sostenerlo non ci fosse anche la forza della Democrazia cristiana, dei valori, degli interessi e dei gruppi sociali che essa rappresenta.
E' stato scelto Moro come bersaglio perché egli è oggi il punto di cerniera d'una situazione complessa ancora incerta, ancora fluida.
Sicché si è pensato, da parte di chi ha studiato e attuato il rapimento, che saltando quella cerniera possa saltare l'intera situazione e il paese possa spaccarsi in due, rifluendo da una parte e dall'altra verso posizioni estreme.
Qualcuno ricordava ieri l'attentato a Togliatti di trent'anni fa e l'uccisione di Giacomo Matteotti da parte dei fascisti, altre due date tragiche della storia italiana. Ma il rapimento di Moro ha connotati profondamente diversi da quei precedenti. Matteotti fu ucciso per ordine di Mussolini, che aveva già in mano tutto il potere e voleva sbarazzarsi di un oppositore scomodo per arrivare più speditamente alla dittatura. Togliatti fu ferito da uno squilibrato, succube d'un clima e d'una propaganda tipici dell'epoca della guerra fredda.
Il caso delle Br completamente diverso.
Le Br perseguono una strategia di destabilizzazione politica addirittura da manuale. Di volta in volta, mirano o al vertice o ai ranghi intermedi di specifici gruppi: giudici, avvocati, funzionari e ufficiali di polizia, uomini politici, giornalisti; con modalità di esecuzione perfette, che dimostrano l'esistenza d'un'organizzazione dotata di mezzi ingenti, di basi d'appoggio, di "santuari" dove rifugiarsi e da dove partire all'attacco.
Molti si sono domandati nei mesi scorsi - e ancor più se lo domandano in queste ore - chi ci sia dietro le Br, chi ne tiri le fila o chi ne usurpi il nome per servirsene come d'una comoda etichetta al riparo della quale mandare a segno le truci imprese della destabilizzazione terroristica. Ma noi non crediamo che la domanda così formulata sia corretta. Non si tratta di chiedersi chi ci sia "dietro" le Br o chi eventualmente si serva del loro nome. Si tratta invece di domandarsi chi siano le Br.
Non rivoluzionari. Non "giustizieri" romantici anche se sanguinari. Non pazzi imbarbariti dalla solitudine e dalla clandestinità. Ma un'organizzazione efficiente di killers che persegue lucidamente il disegno di seminare il panico, spingere le m asse alla passività, isolare le istituzioni, suscitare moti di vendetta irrazionale, creare insomma nel paese un tale vuoto che soltanto un colpo di forza possa infine colmarlo, abbattendo definitivamente l'odiata democrazia.
Questo sono i brigatisti. Sono i nostri nemici, non diversamente da come lo furono i fascisti, dei quali nonostante la bolsa fraseologia pseudo-rivoluzionaria della quale si ammantano, condividono di fatto le ispirazioni e gli obbiettivi.
Questa organizzazione va stroncata con la forza della legge. L'abbiamo detto molte volte. Lo ripetiamo oggi, in un momento di dolore e di lutto nazionale per la morte di cinque innocenti e per l'angosciosa sorte d'un uomo meritevole del più alto rispetto civile. Se il fine dei terroristi è d'imbarbarire le istituzioni della democrazia, la risposta deve essere quella di accrescere la forza e l'efficacia punitiva della legge.
Ritrovi il paese tutto, in tutte le sue categorie sociali, a tutti i suoi livelli, e soprattutto ritrovi la classe dirigente, l'energia morale per superare questo momento che è uno dei più gravi della storia nazionale. Energia morale, senso dello stato, rettitudine pubblica e privata, sono le grandi risposte, necessarie per saldare il popolo e le istituzioni in un patto non dissolubile. Il terrorismo dei killers è una malattia che può aggredire con qualche speranza di successo un copro già corroso. Se il corpo è vitale e sano, i criminali non prevarranno.
Il Paese, dicevano ieri, è come sotto una mazzata. Si capiva da molti segni ma nessuno avrebbe mai supposto che questa volta il bersaglio sarebbe stato il capo della Democrazia cristiana, rapito sulla soglia di casa dopo il massacro della sua scorta, mentre andava in Parlamento a votare la fiducia ad un governo sostenuto anche dai comunisti.
Perché Moro?
La risposta è semplice. Moro rappresenta da vent'anni la continuità democratica della Dc. Con tutte le sue lentezze, i suoi ritardi, i suoi errori, è l'uomo che ha trasferito il partito dal centrismo all'alleanza coi socialisti prima, e alla maggioranza parlamentare col Pci oggi. E' il leader politico che ha incarnato concretamente la definizione che De Gasperi dette della Democrazia cristiana come partito di centro che guarda verso sinistra.
Questa è la ragione per cui Moro è stato scelto come bersaglio. Dalla Dc di Moro si può dissentire ed anche aspramente dissentire, come molti di noi hanno fatto in passato e faranno probabilmente in futuro; ma è certo che il quadro democratico e repubblicano di questo paese verrebbe travolto se a sostenerlo non ci fosse anche la forza della Democrazia cristiana, dei valori, degli interessi e dei gruppi sociali che essa rappresenta.
E' stato scelto Moro come bersaglio perché egli è oggi il punto di cerniera d'una situazione complessa ancora incerta, ancora fluida.
Sicché si è pensato, da parte di chi ha studiato e attuato il rapimento, che saltando quella cerniera possa saltare l'intera situazione e il paese possa spaccarsi in due, rifluendo da una parte e dall'altra verso posizioni estreme.
Qualcuno ricordava ieri l'attentato a Togliatti di trent'anni fa e l'uccisione di Giacomo Matteotti da parte dei fascisti, altre due date tragiche della storia italiana. Ma il rapimento di Moro ha connotati profondamente diversi da quei precedenti. Matteotti fu ucciso per ordine di Mussolini, che aveva già in mano tutto il potere e voleva sbarazzarsi di un oppositore scomodo per arrivare più speditamente alla dittatura. Togliatti fu ferito da uno squilibrato, succube d'un clima e d'una propaganda tipici dell'epoca della guerra fredda.
Il caso delle Br completamente diverso.
Le Br perseguono una strategia di destabilizzazione politica addirittura da manuale. Di volta in volta, mirano o al vertice o ai ranghi intermedi di specifici gruppi: giudici, avvocati, funzionari e ufficiali di polizia, uomini politici, giornalisti; con modalità di esecuzione perfette, che dimostrano l'esistenza d'un'organizzazione dotata di mezzi ingenti, di basi d'appoggio, di "santuari" dove rifugiarsi e da dove partire all'attacco.
Molti si sono domandati nei mesi scorsi - e ancor più se lo domandano in queste ore - chi ci sia dietro le Br, chi ne tiri le fila o chi ne usurpi il nome per servirsene come d'una comoda etichetta al riparo della quale mandare a segno le truci imprese della destabilizzazione terroristica. Ma noi non crediamo che la domanda così formulata sia corretta. Non si tratta di chiedersi chi ci sia "dietro" le Br o chi eventualmente si serva del loro nome. Si tratta invece di domandarsi chi siano le Br.
Non rivoluzionari. Non "giustizieri" romantici anche se sanguinari. Non pazzi imbarbariti dalla solitudine e dalla clandestinità. Ma un'organizzazione efficiente di killers che persegue lucidamente il disegno di seminare il panico, spingere le m asse alla passività, isolare le istituzioni, suscitare moti di vendetta irrazionale, creare insomma nel paese un tale vuoto che soltanto un colpo di forza possa infine colmarlo, abbattendo definitivamente l'odiata democrazia.
Questo sono i brigatisti. Sono i nostri nemici, non diversamente da come lo furono i fascisti, dei quali nonostante la bolsa fraseologia pseudo-rivoluzionaria della quale si ammantano, condividono di fatto le ispirazioni e gli obbiettivi.
Questa organizzazione va stroncata con la forza della legge. L'abbiamo detto molte volte. Lo ripetiamo oggi, in un momento di dolore e di lutto nazionale per la morte di cinque innocenti e per l'angosciosa sorte d'un uomo meritevole del più alto rispetto civile. Se il fine dei terroristi è d'imbarbarire le istituzioni della democrazia, la risposta deve essere quella di accrescere la forza e l'efficacia punitiva della legge.
Ritrovi il paese tutto, in tutte le sue categorie sociali, a tutti i suoi livelli, e soprattutto ritrovi la classe dirigente, l'energia morale per superare questo momento che è uno dei più gravi della storia nazionale. Energia morale, senso dello stato, rettitudine pubblica e privata, sono le grandi risposte, necessarie per saldare il popolo e le istituzioni in un patto non dissolubile. Il terrorismo dei killers è una malattia che può aggredire con qualche speranza di successo un copro già corroso. Se il corpo è vitale e sano, i criminali non prevarranno.