Il potere dei populisti in un Paese fragile
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARIUn governo che si limiti alla riforma elettorale per ripresentarsi alle urne tra sei mesi non mi pare tollerabile da parte di Mattarella. Per questo un governo c’è già e funziona egregiamente: è quello di Gentiloni
La prima giornata del nuovo Senato è stata presieduta da Giorgio Napolitano, capo dello Stato emerito e il più anziano di età ma anche, aggiungo, la persona con maggiore esperienza, maggiore saggezza e maggiore lucidità non solo politica ma anche di umanesimo nel senso storico del termine. Il suo discorso ha avuto il suo stile, che meriterebbe d’essere conosciuto dal maggior numero di italiani e condiviso soprattutto dal maggior numero di senatori che lo ascoltavano. Su questa ipotesi ho tuttavia molti dubbi: i capipartito e il loro gruppo direttivo pensavano alle rispettive strategie, alle furbizie per spartire le due presidenze di Senato e Camera e alle alleanze che potrebbero perdurare fino al cambiamento dell’attuale legge elettorale.
L’ipotesi di un governo provvisorio non mi piace. Un governo esiste già ed è il governo Gentiloni, che proprio in questi giorni si sta occupando di problemi di notevole livello: il Consigli…
L’ipotesi di un governo provvisorio non mi piace. Un governo esiste già ed è il governo Gentiloni, che proprio in questi giorni si sta occupando di problemi di notevole livello: il Consigli…
La prima giornata del nuovo Senato è stata presieduta da Giorgio Napolitano, capo dello Stato emerito e il più anziano di età ma anche, aggiungo, la persona con maggiore esperienza, maggiore saggezza e maggiore lucidità non solo politica ma anche di umanesimo nel senso storico del termine. Il suo discorso ha avuto il suo stile, che meriterebbe d’essere conosciuto dal maggior numero di italiani e condiviso soprattutto dal maggior numero di senatori che lo ascoltavano. Su questa ipotesi ho tuttavia molti dubbi: i capipartito e il loro gruppo direttivo pensavano alle rispettive strategie, alle furbizie per spartire le due presidenze di Senato e Camera e alle alleanze che potrebbero perdurare fino al cambiamento dell’attuale legge elettorale.
L’ipotesi di un governo provvisorio non mi piace. Un governo esiste già ed è il governo Gentiloni, che proprio in questi giorni si sta occupando di problemi di notevole livello: il Consiglio d’Europa e quello che ne può scaturire, l’immigrazione, la scuola e, più importante di tutto, la stesura, da parte del ministro delle Finanze Padoan, della legge finanziaria triennale, che andrà sottoposta all’esame e all’approvazione dell’Europa.
Il governo Gentiloni può durare anche più di un semestre, addetto ad affari ordinari, i quali però vengono superati ogni volta che si presenta un’urgenza, nel qual caso il governo incaricato dell’ordinaria amministrazione si fa carico delle urgenze in corso, a cui sono addetti i ministri più importanti.
Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio, Dario Franceschini. Questo governo può efficacemente lavorare e tra un anno il presidente della Repubblica potrebbe indire nuove elezioni. Continuo a pensare che così possono andare le cose e che questo non modifichi affatto la dinamica politica tra i vari partiti, in base ai rapporti di forza che si sono creati alla luce delle elezioni del 4 marzo scorso.
In questo quadro esiste anche il problema del populismo, che del resto la storia ci consegna, perché c’è sempre stato in modi apparentemente diversi ma in realtà molto simili, nonostante il passare delle epoche. Il populismo è la rivolta del popolo contro i magnati, le caste dominanti, gli interessi generali che spesso vengono trasformati e inquinati dagli interessi particolari. Non a caso il Senato romano di duemila anni fa si fregiava del motto “Senatus populusque romanus”. Anche allora la classe dirigente sentiva la necessità che il popolo la seguisse, controllando che gli interessi generali coincidessero appunto con quelli popolari, tutelati da apposite magistrature. Il populismo dei tempi nostri ha caratteristiche in parte analoghe e in parte molto diverse, a causa del mutare dei problemi, delle tecnologie, della globalità sociale ed economica del mondo intero.
Il 4 marzo abbiamo assistito a due salti in avanti: quello dei Cinque Stelle, guidato da Di Maio, e quello della Lega di Salvini, che ora vuole la guida del centrodestra e l’accantonamento di Berlusconi. Di Maio non può dichiararsi di sinistra. Quando il Movimento è stato fondato e quando alla sua guida c’erano Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si trattava realmente di populismo. Infatti si chiamava ed era un movimento privo di ideologie; era in buona parte formato da ex operai che, dopo aver lavorato qualche anno nelle grandi fabbriche del Nord, ne erano poi usciti aprendo botteghe e officine dove il fondatore lavorava come gli altri e insieme agli altri, utilizzando la propria famiglia e qualche dipendente. Il tutto avvenne nel Nord perché era lì la sede delle grandi industrie, il famoso triangolo industriale che aveva come punti di riferimento Torino, Milano e Genova.
Quegli operai usciti dalle aziende in gran parte erano di origine meridionale: erano i giovani del Sud che si distaccavano dai latifondi e affluivano al Nord. Molti di essi a un certo momento della loro carriera facevano un altro passo avanti con la moltitudine di botteghe, negozi, officine di riparazione di macchine e automobili; insomma una popolazione attiva che coinvolgeva, come origine iniziale, il Sud e, come sbocco finale, il Nord delle fabbriche, quello delle piccole officine e degli esercizi commerciali. Oggi c’è soltanto Grillo che rivendica la vera origine dei Cinque Stelle, Di Maio no: ha di fatto fondato un partito, che però non ha un’ideologia e non è più costituito da quella popolazione che abbiamo ricordato. Quello di Di Maio non è più un movimento, ma un partito che però è privo di ideologie, di programmi concreti e di valori. È un partito di protesta, non più populista, ma addirittura governativo come vocazione, composto da un numero molto elevato di scontenti e delusi dai partiti di provenienza, in particolare da quello Democratico, ma anche dalla stessa Lega di tipo grillino.
Di Maio sta costruendo un partito vero e proprio, che a questo punto non si limita alla protesta, ma la trasforma in un programma politico e sociale. Definirlo un partito riformista non è molto lontano dalla realtà e contempla evidentemente la presa del potere. La classe dirigente dei Cinque Stelle è molto esigua, oltre che da Di Maio sarà composta più o meno da una ventina di persone al centro; poi ci sono naturalmente i dirigenti delle periferie e questi sono numerosi. Dopo la presa del potere, che ormai dura da oltre un anno, Di Maio ha creato una sorta di partito riformista. Quindi non di destra, ma di una sinistra alquanto speciale.
Di fronte a questo schieramento c’è la destra di Salvini, Meloni e Berlusconi. Come si è visto in queste ore, il centrodestra non è unito né compatto. C’è un accordo implicito che tutti e tre i leader riconoscono e cioè che la vera guida è nelle mani di Salvini, ma Berlusconi, pur riconoscendo questa geografia interna della destra, rivendica come sempre la sua autorevolezza e la sua autonomia. Per il momento questa rivendicazione si è materializzata nella presidenza del Senato. Bocciato Romani, si è ripiegato su Alberti Casellati, alla quale Salvini ha dovuto dire di sì. Berlusconi rimane attaccato al carro, a costo di farsi trascinare.
Poi ci sono i democratici, guidati in parte da Renzi, diventato per la prima volta senatore. Renzi ha ricevuto qualche offerta da Di Maio, ma ancora oggi non sappiamo quale sia il suo piano. Se lavora per una nuova sinistra o per se stesso. Fatto sta che nella partita del Senato il Pd non è entrato, anche se un candidato lo avrebbe avuto, un uomo imparziale e con una lunga carriera alle spalle: Luigi Zanda, che fino alle elezioni era presidente del gruppo senatoriale democratico. L’esperienza politica di Zanda comincia addirittura quando Francesco Cossiga era ministro dell’Interno e conduceva la lotta contro le Brigate rosse, che avevano già riempito l’Italia di morti ammazzati. Fu un’epoca difficilissima per il ministro dell’Interno, del quale Zanda era il più fedele ed esperto consigliere, capo di gabinetto, segretario particolare e comunque l’uomo che intermediava tra il ministro e gli altri organi dello Stato.
Nella scelta di Fico alla Camera e di Alberti Casellati al Senato, il Partito democratico è rimasto a guardare. Zanda ha seguito il suo spirito di disciplina, un tratto che da sempre gli fa onore. La politica funziona così e la democrazia è un sistema assai fragile, non sempre sensibile all’interesse nazionale.
Per le Camere i partiti hanno scelto e vedremo che seguito avranno le alleanze che si sono formate all’ombra dei due rami del Parlamento. Resta aperto il tema del governo. Scopriremo presto se sarà reiterato il patto tra Lega-centrodestra e M5S per fare un governo a tempo, magari presieduto da Salvini o Giorgetti. Al Paese serve un esecutivo che compia necessarie riforme e segua alcuni problemi che il tempo d’oggi ci ripresenta: la riforma elettorale, la politica delle immigrazioni, le misure antisismiche, la nostra presenza in Europa in un’epoca di società globale con l’Unione guidata dalla coppia Merkel-Macron, un’alleanza che avrebbe tuttavia un gran bisogno anche dell’apporto italiano.
Un governo provvisorio instaurato in queste circostanze che si limitasse alla riforma elettorale per poi ripresentarsi alle urne tra sei mesi non mi sembra tollerabile da parte del presidente della Repubblica. Un governo c’è già e funziona egregiamente. Il mantenimento di Gentiloni a Palazzo Chigi è dunque, a mio parere, la soluzione migliore e non intacca affatto l’evolversi delle forze politiche italiane, anzi lo facilita e probabilmente lo migliora dal punto di vista della loro qualità riformatrice o conservatrice. Facilita anche l’evolversi del Partito democratico verso una ripresa della propria funzionalità.
Concludo. Mattarella guidi la nave con Gentiloni sul ponte di comando: credo che non si potrebbe avere di meglio.
L’ipotesi di un governo provvisorio non mi piace. Un governo esiste già ed è il governo Gentiloni, che proprio in questi giorni si sta occupando di problemi di notevole livello: il Consiglio d’Europa e quello che ne può scaturire, l’immigrazione, la scuola e, più importante di tutto, la stesura, da parte del ministro delle Finanze Padoan, della legge finanziaria triennale, che andrà sottoposta all’esame e all’approvazione dell’Europa.
Il governo Gentiloni può durare anche più di un semestre, addetto ad affari ordinari, i quali però vengono superati ogni volta che si presenta un’urgenza, nel qual caso il governo incaricato dell’ordinaria amministrazione si fa carico delle urgenze in corso, a cui sono addetti i ministri più importanti.
Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio, Dario Franceschini. Questo governo può efficacemente lavorare e tra un anno il presidente della Repubblica potrebbe indire nuove elezioni. Continuo a pensare che così possono andare le cose e che questo non modifichi affatto la dinamica politica tra i vari partiti, in base ai rapporti di forza che si sono creati alla luce delle elezioni del 4 marzo scorso.
In questo quadro esiste anche il problema del populismo, che del resto la storia ci consegna, perché c’è sempre stato in modi apparentemente diversi ma in realtà molto simili, nonostante il passare delle epoche. Il populismo è la rivolta del popolo contro i magnati, le caste dominanti, gli interessi generali che spesso vengono trasformati e inquinati dagli interessi particolari. Non a caso il Senato romano di duemila anni fa si fregiava del motto “Senatus populusque romanus”. Anche allora la classe dirigente sentiva la necessità che il popolo la seguisse, controllando che gli interessi generali coincidessero appunto con quelli popolari, tutelati da apposite magistrature. Il populismo dei tempi nostri ha caratteristiche in parte analoghe e in parte molto diverse, a causa del mutare dei problemi, delle tecnologie, della globalità sociale ed economica del mondo intero.
Il 4 marzo abbiamo assistito a due salti in avanti: quello dei Cinque Stelle, guidato da Di Maio, e quello della Lega di Salvini, che ora vuole la guida del centrodestra e l’accantonamento di Berlusconi. Di Maio non può dichiararsi di sinistra. Quando il Movimento è stato fondato e quando alla sua guida c’erano Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si trattava realmente di populismo. Infatti si chiamava ed era un movimento privo di ideologie; era in buona parte formato da ex operai che, dopo aver lavorato qualche anno nelle grandi fabbriche del Nord, ne erano poi usciti aprendo botteghe e officine dove il fondatore lavorava come gli altri e insieme agli altri, utilizzando la propria famiglia e qualche dipendente. Il tutto avvenne nel Nord perché era lì la sede delle grandi industrie, il famoso triangolo industriale che aveva come punti di riferimento Torino, Milano e Genova.
Quegli operai usciti dalle aziende in gran parte erano di origine meridionale: erano i giovani del Sud che si distaccavano dai latifondi e affluivano al Nord. Molti di essi a un certo momento della loro carriera facevano un altro passo avanti con la moltitudine di botteghe, negozi, officine di riparazione di macchine e automobili; insomma una popolazione attiva che coinvolgeva, come origine iniziale, il Sud e, come sbocco finale, il Nord delle fabbriche, quello delle piccole officine e degli esercizi commerciali. Oggi c’è soltanto Grillo che rivendica la vera origine dei Cinque Stelle, Di Maio no: ha di fatto fondato un partito, che però non ha un’ideologia e non è più costituito da quella popolazione che abbiamo ricordato. Quello di Di Maio non è più un movimento, ma un partito che però è privo di ideologie, di programmi concreti e di valori. È un partito di protesta, non più populista, ma addirittura governativo come vocazione, composto da un numero molto elevato di scontenti e delusi dai partiti di provenienza, in particolare da quello Democratico, ma anche dalla stessa Lega di tipo grillino.
Di Maio sta costruendo un partito vero e proprio, che a questo punto non si limita alla protesta, ma la trasforma in un programma politico e sociale. Definirlo un partito riformista non è molto lontano dalla realtà e contempla evidentemente la presa del potere. La classe dirigente dei Cinque Stelle è molto esigua, oltre che da Di Maio sarà composta più o meno da una ventina di persone al centro; poi ci sono naturalmente i dirigenti delle periferie e questi sono numerosi. Dopo la presa del potere, che ormai dura da oltre un anno, Di Maio ha creato una sorta di partito riformista. Quindi non di destra, ma di una sinistra alquanto speciale.
Di fronte a questo schieramento c’è la destra di Salvini, Meloni e Berlusconi. Come si è visto in queste ore, il centrodestra non è unito né compatto. C’è un accordo implicito che tutti e tre i leader riconoscono e cioè che la vera guida è nelle mani di Salvini, ma Berlusconi, pur riconoscendo questa geografia interna della destra, rivendica come sempre la sua autorevolezza e la sua autonomia. Per il momento questa rivendicazione si è materializzata nella presidenza del Senato. Bocciato Romani, si è ripiegato su Alberti Casellati, alla quale Salvini ha dovuto dire di sì. Berlusconi rimane attaccato al carro, a costo di farsi trascinare.
Poi ci sono i democratici, guidati in parte da Renzi, diventato per la prima volta senatore. Renzi ha ricevuto qualche offerta da Di Maio, ma ancora oggi non sappiamo quale sia il suo piano. Se lavora per una nuova sinistra o per se stesso. Fatto sta che nella partita del Senato il Pd non è entrato, anche se un candidato lo avrebbe avuto, un uomo imparziale e con una lunga carriera alle spalle: Luigi Zanda, che fino alle elezioni era presidente del gruppo senatoriale democratico. L’esperienza politica di Zanda comincia addirittura quando Francesco Cossiga era ministro dell’Interno e conduceva la lotta contro le Brigate rosse, che avevano già riempito l’Italia di morti ammazzati. Fu un’epoca difficilissima per il ministro dell’Interno, del quale Zanda era il più fedele ed esperto consigliere, capo di gabinetto, segretario particolare e comunque l’uomo che intermediava tra il ministro e gli altri organi dello Stato.
Nella scelta di Fico alla Camera e di Alberti Casellati al Senato, il Partito democratico è rimasto a guardare. Zanda ha seguito il suo spirito di disciplina, un tratto che da sempre gli fa onore. La politica funziona così e la democrazia è un sistema assai fragile, non sempre sensibile all’interesse nazionale.
Per le Camere i partiti hanno scelto e vedremo che seguito avranno le alleanze che si sono formate all’ombra dei due rami del Parlamento. Resta aperto il tema del governo. Scopriremo presto se sarà reiterato il patto tra Lega-centrodestra e M5S per fare un governo a tempo, magari presieduto da Salvini o Giorgetti. Al Paese serve un esecutivo che compia necessarie riforme e segua alcuni problemi che il tempo d’oggi ci ripresenta: la riforma elettorale, la politica delle immigrazioni, le misure antisismiche, la nostra presenza in Europa in un’epoca di società globale con l’Unione guidata dalla coppia Merkel-Macron, un’alleanza che avrebbe tuttavia un gran bisogno anche dell’apporto italiano.
Un governo provvisorio instaurato in queste circostanze che si limitasse alla riforma elettorale per poi ripresentarsi alle urne tra sei mesi non mi sembra tollerabile da parte del presidente della Repubblica. Un governo c’è già e funziona egregiamente. Il mantenimento di Gentiloni a Palazzo Chigi è dunque, a mio parere, la soluzione migliore e non intacca affatto l’evolversi delle forze politiche italiane, anzi lo facilita e probabilmente lo migliora dal punto di vista della loro qualità riformatrice o conservatrice. Facilita anche l’evolversi del Partito democratico verso una ripresa della propria funzionalità.
Concludo. Mattarella guidi la nave con Gentiloni sul ponte di comando: credo che non si potrebbe avere di meglio.