Giunta estenuata fin qui, nel secolo del dubbio, dopo aver affrontato un corpo a corpo decisivo con la crisi economica, la democrazia occidentale si trova davanti a una tentazione mortale, l'ultima: quella di sopravvivere separandosi dai suoi principii e dai suoi valori. Come se fosse una semplice creatura novecentesca, che può traghettare nella nuova epoca, a patto però di piegarsi allo spirito dei tempi, più forte delle Costituzioni e delle istituzioni, incurante della storia e delle sue lezioni.
Non c'è dunque in questi Anni Venti che si avvicinano una minaccia di sovvertimento dell'ordine costituito, come all'inizio del secolo scorso, con movimenti eversivi che hanno progetti dittatoriali. C'è la democrazia ridotta a forma, per essere riempita di una nuova sostanza rispetto alla cultura in cui è cresciuta nello Stato democratico moderno. Un esperimento inedito: la democrazia che prova a sopravvivere tagliando le sue ra…
Non c'è dunque in questi Anni Venti che si avvicinano una minaccia di sovvertimento dell'ordine costituito, come all'inizio del secolo scorso, con movimenti eversivi che hanno progetti dittatoriali. C'è la democrazia ridotta a forma, per essere riempita di una nuova sostanza rispetto alla cultura in cui è cresciuta nello Stato democratico moderno. Un esperimento inedito: la democrazia che prova a sopravvivere tagliando le sue ra…
Giunta estenuata fin qui, nel secolo del dubbio, dopo aver affrontato un corpo a corpo decisivo con la crisi economica, la democrazia occidentale si trova davanti a una tentazione mortale, l'ultima: quella di sopravvivere separandosi dai suoi principii e dai suoi valori. Come se fosse una semplice creatura novecentesca, che può traghettare nella nuova epoca, a patto però di piegarsi allo spirito dei tempi, più forte delle Costituzioni e delle istituzioni, incurante della storia e delle sue lezioni.
Non c'è dunque in questi Anni Venti che si avvicinano una minaccia di sovvertimento dell'ordine costituito, come all'inizio del secolo scorso, con movimenti eversivi che hanno progetti dittatoriali. C'è la democrazia ridotta a forma, per essere riempita di una nuova sostanza rispetto alla cultura in cui è cresciuta nello Stato democratico moderno. Un esperimento inedito: la democrazia che prova a sopravvivere tagliando le sue radici.
Tutto è riassunto nell'affermazione di Zoltán Kovács, l'ideologo del premier neoconservatore ungherese Orbán, che ha appena vinto le elezioni per il terzo mandato: "La democrazia non è per forza liberale".
Orbán stesso, d'altra parte, ha costruito tutto il suo impianto ideologico su quello che chiama "il fallimento del liberalismo". Ridotte ai minimi termini le sinistre (i socialisti in Ungheria arrancano all'11,8 per cento) il nemico dei nuovi sovrani sembra essere diventato proprio il pensiero liberale che ha prima plasmato le forme istituzionali che conosciamo nel mondo libero, e poi le costituzioni nell'incontro con la cultura politica di sinistra, cristiana e repubblicana, intorno ai concetti di libertà, diritto, responsabilità, solidarietà e diritti. Tutto questo non basta più. Anzi è colpevole. Il pensiero liberale tradotto nelle istituzioni, spiegano i sovranisti, non ha saputo creare governi che riparassero i popoli dall'onda della globalizzazione, non ha prodotto politiche che fermassero il flusso migratorio. In più si è contaminato di progressismo, è scaduto a multiculturalismo, si è corrotto nel cosmopolitismo, è indistinguibile dal globalismo, ha ceduto sull'eurocentrismo. Siamo al paradosso per cui la matrice che ha formato la tradizione della struttura politica europea viene accusata di non difendere le tradizioni dei suoi popoli. Appunto, una nuova sostanza vuole abitare la vecchia forma.
La democrazia può ridursi così a un'impalcatura artificiale, come quelle conchiglie in riva al mare esternamente perfette, mentre dentro l'organismo sta morendo. L'esempio di Orbán è infatti quello di una vera e propria "democrazia illiberale", una creatura ideologica che ancora non avevamo conosciuto, che punta sul Muro, sul controllo delle magistrature, sull'assoggettamento dei media, sull'indebolimento dello Stato di diritto e nella prossima legislatura andrà all'attacco del welfare state. In più, polemica aperta contro "l'élite globalista", contro "chi non crede nel lavoro ma specula sulle monete, chi pensa che il mondo sia suo e non ha una madrepatria", mano libera contro gli immigrati "cavallo di Troia del terrorismo", contro Bruxelles, contro Soros, la sua università, le organizzazioni umanitarie che sostiene finanziariamente. "L'Ungheria non diventerà certo una dittatura solo perché io non accetto il dogma liberale", dice Orbán. Ma il problema universale che l'esperimento ungherese solleva è proprio qui: fin dove si possono forzare i limiti della democrazia, prima di cambiarle carattere, natura, compiti e infine anche il nome?
Impariamo ormai ogni giorno, senza bisogno di arrivare a Budapest, che la democrazia non basta a se stessa, che il meccanismo democratico non si protegge da solo, come ci eravamo pigramente illusi dopo la vittoria sulle dittature del Novecento. La democrazia è una costruzione umana, dunque fragile e deteriorabile, bisognosa di manutenzione e di cure, la migliore delle quali è la sua efficacia, che si basa sull'efficienza e sulla capacità di rappresentanza del sistema politico, sulla trasparenza, sulla legalità, sul grado di benessere che viene garantito ai cittadini. Soprattutto, oggi, il funzionamento di una democrazia si giudica dal rapporto tra libertà e sicurezza che è in grado di assicurare ai cittadini. Questo scambio tra il bisogno di protezione e l'esercizio dei diritti ha visto indubitabilmente in questi anni nei nostri Paesi un deficit di cultura, di politica, di governo che nel sentimento comune è precipitato in un deficit di democrazia concreta, materiale, quella che interpella le esistenze individuali delle persone e delle loro famiglie.
Da qui nasce l'indebolimento del pensiero liberal-democratico e del sentimento costituzionale. Lo scambio oggi privilegia la sicurezza più che i diritti, perché si smarrisce la nozione che dentro un quadro di protezione democratica la crescita dei diritti contribuisce a far crescere la qualità della convivenza, dunque il benessere sociale, quindi la stessa sicurezza. Ma proprio qui, da questo scarto tra l'insicurezza percepita e la protezione garantita passa l'onda sovranista, che riduce la politica a chiusura, privatizza i diritti, solleva un nuovo egoismo del welfare, un'inedita gelosia del lavoro. Ma intanto riconfigura il rapporto Stato-cittadino in un concetto di neo-nazione spaventata e sovrana, che rinuncia a ogni universalità per combattere tutto quello che si muove attraverso i confini, capitali, informazione, culture, movimenti, istituzioni, politiche: e naturalmente persone. Tutto ritorna indigeno, e questa chiusura produce una sua cultura, una sua lingua, suoi interpreti: infine una nuova politica, dove la ribellione sovranista trova più di un'eco nella ribellione anticastale, unite nella demonizzazione delle élite, nel culto degli uomini nuovi, nel rifiuto dell'esperienza, nel rigetto della competenza, in nome di una rivoluzione che in realtà è una sostituzione.
Il risultato è la formazione di un nuovo blocco sociale che ha il risentimento come motore, più che il cambiamento. Un protagonista politico sotterraneo che cresce dentro la crisi economica lunghissima delle nostre società, proprio nella frattura che attraversa la grande bolla del ceto medio, unendo la parte precipitata più in basso, che si sente abbandonata e dimenticata, scoperta e fuori da ogni tutela, con quella che chiede il suo spazio di protagonismo, di crescita, di affermazione, e non trova rappresentanza, se non nella protesta, sovranista o antipolitica poco importa. La domanda ha creato un ceto politico pronto a raccoglierla: anzi a interpretarla mentre la coltiva.
Se questo è il quadro, prepariamoci. Orbán è un prototipo, piccoli Orbán seguiranno. Paralizzati dalla paralisi della sinistra, rischiamo di non vedere che la nuova radicalizzazione avviene a destra, travolgendo insieme con il pensiero liberale i moderati che non hanno saputo o potuto difenderlo. Oggi il mestiere più difficile, si consoli Martina, è quello del buon conservatore, specie quasi estinta, dopo l'interpretazione abusiva di Berlusconi e la confisca di Salvini. Ma restano due semplici domande, per i grillini e per il Pd: con questa nuova destra egemone, come si fa a dirsi "né di destra né di sinistra"? E come si fa a non difendere le ragioni della sinistra, sia pure in minoranza, pur di mettersi al vento altrui per trovare un segnale di vita artificiale?
Non c'è dunque in questi Anni Venti che si avvicinano una minaccia di sovvertimento dell'ordine costituito, come all'inizio del secolo scorso, con movimenti eversivi che hanno progetti dittatoriali. C'è la democrazia ridotta a forma, per essere riempita di una nuova sostanza rispetto alla cultura in cui è cresciuta nello Stato democratico moderno. Un esperimento inedito: la democrazia che prova a sopravvivere tagliando le sue radici.
Tutto è riassunto nell'affermazione di Zoltán Kovács, l'ideologo del premier neoconservatore ungherese Orbán, che ha appena vinto le elezioni per il terzo mandato: "La democrazia non è per forza liberale".
Orbán stesso, d'altra parte, ha costruito tutto il suo impianto ideologico su quello che chiama "il fallimento del liberalismo". Ridotte ai minimi termini le sinistre (i socialisti in Ungheria arrancano all'11,8 per cento) il nemico dei nuovi sovrani sembra essere diventato proprio il pensiero liberale che ha prima plasmato le forme istituzionali che conosciamo nel mondo libero, e poi le costituzioni nell'incontro con la cultura politica di sinistra, cristiana e repubblicana, intorno ai concetti di libertà, diritto, responsabilità, solidarietà e diritti. Tutto questo non basta più. Anzi è colpevole. Il pensiero liberale tradotto nelle istituzioni, spiegano i sovranisti, non ha saputo creare governi che riparassero i popoli dall'onda della globalizzazione, non ha prodotto politiche che fermassero il flusso migratorio. In più si è contaminato di progressismo, è scaduto a multiculturalismo, si è corrotto nel cosmopolitismo, è indistinguibile dal globalismo, ha ceduto sull'eurocentrismo. Siamo al paradosso per cui la matrice che ha formato la tradizione della struttura politica europea viene accusata di non difendere le tradizioni dei suoi popoli. Appunto, una nuova sostanza vuole abitare la vecchia forma.
La democrazia può ridursi così a un'impalcatura artificiale, come quelle conchiglie in riva al mare esternamente perfette, mentre dentro l'organismo sta morendo. L'esempio di Orbán è infatti quello di una vera e propria "democrazia illiberale", una creatura ideologica che ancora non avevamo conosciuto, che punta sul Muro, sul controllo delle magistrature, sull'assoggettamento dei media, sull'indebolimento dello Stato di diritto e nella prossima legislatura andrà all'attacco del welfare state. In più, polemica aperta contro "l'élite globalista", contro "chi non crede nel lavoro ma specula sulle monete, chi pensa che il mondo sia suo e non ha una madrepatria", mano libera contro gli immigrati "cavallo di Troia del terrorismo", contro Bruxelles, contro Soros, la sua università, le organizzazioni umanitarie che sostiene finanziariamente. "L'Ungheria non diventerà certo una dittatura solo perché io non accetto il dogma liberale", dice Orbán. Ma il problema universale che l'esperimento ungherese solleva è proprio qui: fin dove si possono forzare i limiti della democrazia, prima di cambiarle carattere, natura, compiti e infine anche il nome?
Impariamo ormai ogni giorno, senza bisogno di arrivare a Budapest, che la democrazia non basta a se stessa, che il meccanismo democratico non si protegge da solo, come ci eravamo pigramente illusi dopo la vittoria sulle dittature del Novecento. La democrazia è una costruzione umana, dunque fragile e deteriorabile, bisognosa di manutenzione e di cure, la migliore delle quali è la sua efficacia, che si basa sull'efficienza e sulla capacità di rappresentanza del sistema politico, sulla trasparenza, sulla legalità, sul grado di benessere che viene garantito ai cittadini. Soprattutto, oggi, il funzionamento di una democrazia si giudica dal rapporto tra libertà e sicurezza che è in grado di assicurare ai cittadini. Questo scambio tra il bisogno di protezione e l'esercizio dei diritti ha visto indubitabilmente in questi anni nei nostri Paesi un deficit di cultura, di politica, di governo che nel sentimento comune è precipitato in un deficit di democrazia concreta, materiale, quella che interpella le esistenze individuali delle persone e delle loro famiglie.
Da qui nasce l'indebolimento del pensiero liberal-democratico e del sentimento costituzionale. Lo scambio oggi privilegia la sicurezza più che i diritti, perché si smarrisce la nozione che dentro un quadro di protezione democratica la crescita dei diritti contribuisce a far crescere la qualità della convivenza, dunque il benessere sociale, quindi la stessa sicurezza. Ma proprio qui, da questo scarto tra l'insicurezza percepita e la protezione garantita passa l'onda sovranista, che riduce la politica a chiusura, privatizza i diritti, solleva un nuovo egoismo del welfare, un'inedita gelosia del lavoro. Ma intanto riconfigura il rapporto Stato-cittadino in un concetto di neo-nazione spaventata e sovrana, che rinuncia a ogni universalità per combattere tutto quello che si muove attraverso i confini, capitali, informazione, culture, movimenti, istituzioni, politiche: e naturalmente persone. Tutto ritorna indigeno, e questa chiusura produce una sua cultura, una sua lingua, suoi interpreti: infine una nuova politica, dove la ribellione sovranista trova più di un'eco nella ribellione anticastale, unite nella demonizzazione delle élite, nel culto degli uomini nuovi, nel rifiuto dell'esperienza, nel rigetto della competenza, in nome di una rivoluzione che in realtà è una sostituzione.
Il risultato è la formazione di un nuovo blocco sociale che ha il risentimento come motore, più che il cambiamento. Un protagonista politico sotterraneo che cresce dentro la crisi economica lunghissima delle nostre società, proprio nella frattura che attraversa la grande bolla del ceto medio, unendo la parte precipitata più in basso, che si sente abbandonata e dimenticata, scoperta e fuori da ogni tutela, con quella che chiede il suo spazio di protagonismo, di crescita, di affermazione, e non trova rappresentanza, se non nella protesta, sovranista o antipolitica poco importa. La domanda ha creato un ceto politico pronto a raccoglierla: anzi a interpretarla mentre la coltiva.
Se questo è il quadro, prepariamoci. Orbán è un prototipo, piccoli Orbán seguiranno. Paralizzati dalla paralisi della sinistra, rischiamo di non vedere che la nuova radicalizzazione avviene a destra, travolgendo insieme con il pensiero liberale i moderati che non hanno saputo o potuto difenderlo. Oggi il mestiere più difficile, si consoli Martina, è quello del buon conservatore, specie quasi estinta, dopo l'interpretazione abusiva di Berlusconi e la confisca di Salvini. Ma restano due semplici domande, per i grillini e per il Pd: con questa nuova destra egemone, come si fa a dirsi "né di destra né di sinistra"? E come si fa a non difendere le ragioni della sinistra, sia pure in minoranza, pur di mettersi al vento altrui per trovare un segnale di vita artificiale?