✕
Il giorno di Pasqua, le Br consentono ad Aldo Moro di scrivere un biglietto di auguri alla moglie Eleonora. È il primo contatto del prigioniero con la famiglia
  

Aldo Moro: le lettere inviate dall'abisso

Dalla sua cella dove non può né camminare né vedere il sole il presidente della Dc capisce che ha un solo modo per salvarsi: usare la sua mente politica per una trattativa verso il mondo esterno. E per farlo ha un unico strumento: la scrittura. Così, dopo aver rassicurato la “mia carissima Noretta”, invia messaggi ai politici, agli amici, al partito perché “Iddio vi illumini”. Ma quelle che dovevano restare missive segrete vengono usate dalle Br per “smascherare la mafia democristiana”. E un dubbio si insinua nel Paese: può un uomo prigioniero che lotta per la vita non perdere la lucidità?
9 minuti di lettura
Non aveva mai fatto ginnastica, solo qualche passeggiata mattutina con il maresciallo Leonardi al fianco, davanti allo Stadio dei Marmi al Foro Italico, quando aveva tempo tra la messa e il partito. O la domenica sul lungomare al sole, se andava a Terracina nella bella stagione. Adesso vorrebbe muoversi, camminare, sforzare un po’ il fisico, bloccato in quella gabbia rettangolare senza finestre e senza notizie, con la porta appena socchiusa sul mistero della casa, ma sbarrata su  tutto il resto. Ogni mattina si sgranchisce appena alzato, prima che entri il carceriere con la spugna per la toeletta. C’è spazio appena per cinque passi, sfiorando il letto, evitando il water biologico, per poi girare di fronte al muro e tornare indietro fino al comodino, dove finisce il suo mondo.

6. "Condannato a morte"

Aveva scoperto il secondo giorno che la luce dei faretti nella cella era regolabile, senza mai spegnersi. Provò…
Non aveva mai fatto ginnastica, solo qualche passeggiata mattutina con il maresciallo Leonardi al fianco, davanti allo Stadio dei Marmi al Foro Italico, quando aveva tempo tra la messa e il partito. O la domenica sul lungomare al sole, se andava a Terracina nella bella stagione. Adesso vorrebbe muoversi, camminare, sforzare un po’ il fisico, bloccato in quella gabbia rettangolare senza finestre e senza notizie, con la porta appena socchiusa sul mistero della casa, ma sbarrata su  tutto il resto. Ogni mattina si sgranchisce appena alzato, prima che entri il carceriere con la spugna per la toeletta. C’è spazio appena per cinque passi, sfiorando il letto, evitando il water biologico, per poi girare di fronte al muro e tornare indietro fino al comodino, dove finisce il suo mondo.

6. "Condannato a morte"

Aveva scoperto il secondo giorno che la luce dei faretti nella cella era regolabile, senza mai spegnersi. Provò a togliersi gli occhiali con l’illuminazione più forte: funzionava, si orientava perfettamente. Si era dato come metodo di non lamentarsi mai delle condizioni della prigionia. Venuto il momento, avrebbe avuto cose molto più importanti da chiedere. Adesso accettava quella miniaturizzazione dei suoi spazi, quella compressione dell’esistenza, quella costrizione, senza ribellarsi. Concentrato com’era a comprendere quel poco che si muoveva in silenzio intorno a lui, e quel molto che doveva pur tumultuare fuori, ignoto, si sottoponeva alla disciplina dei carcerieri, osservandoli con attenzione. Sveglia alle 8, con la colazione sempre uguale, caffelatte e  biscotti, che per puro caso erano i suoi preferiti a casa. Poi lui sistemava il letto che diventava una specie di divano da campo, con i due cuscini come schienale per appoggiarsi. Quindi la barba e la pulizia, finché tornava il secondo uomo col cappuccio, riordinava in fretta la stanza, e il prigioniero doveva rimanere seduto sulla branda perché non c’era spazio, coi piedi sollevati per far passare la scopa.
Ma se l’unica libertà era nella mente, poteva chiedere da leggere, qualche libro. Lo fece subito, appena gli negarono i giornali. Non gli dissero nulla, ma due giorni dopo gli portarono in cella i testi di base del marxismo-leninismo, una storia del comunismo. Li sfogliò, dopo due ore li restituì, dicendo che li conosceva già. Cos’altro si può leggere, nel “covo” delle Brigate Rosse? Anna Laura Braghetti, rientrando a casa la sera dopo si fermò all’edicola, e comprò qualche fascicolo di “Urania”, scegliendo la neutralità tecnologica e spaziale della fantascienza, fuori dalla legge di gravità.
La moglie di Aldo Moro, Eleonora, alla finestra  
Moro leggeva, prima e dopo l’interrogatorio. Dunque leggeva e parlava: ma aveva bisogno di scrivere, di rompere il silenzio col mondo, rimettendolo in comunicazione con quell’altrove in cui si trovava costretto. Col processo aveva ripreso il discorso politico, sia pure in condizioni disumane, imprigionato nella cella. Adesso doveva nuovamente usare la parola, questa volta scritta, per agganciare la vita libera che continuava all’esterno. Scrivere prima di tutto per raggiungere l’angoscia della sua famiglia, dare notizie di sé, chiedere di tutti loro, ricollegare il filo spezzato di una consuetudine d’affetto. Poi, per provare ad orientare il sistema politico, come d’altra parte aveva sempre cercato di fare. Orientare, guidare, influenzare, spiegare e convincere. Sapeva farlo, l’importante era capire la direzione da prendere. Poi, come aveva sempre pensato, una volta definita la strategia, la tattica seguirà. Anche perchè la Democrazia Cristiana era maestra di tattica.  
 
Ma adesso, gli spazi si chiudevano e si allargava l’oscurità. Il mondo da coinvolgere rimaneva celato, lontano. Più che orientare, si trattava di indovinare, supporre, scommettere. Puntare su certe abitudini, sui rituali, sulle attitudini delle persone, sui meccanismi dei gruppi, sulle consuetudini dei partiti. Poi sulle amicizie, naturalmente, sui legami di partito e sui vincoli di corrente, e anche sulle debolezze, sulla riconoscenza, sui debiti e sui crediti, sul prestigio e sull’autorità, sull’influenza, scartando le invidie e i rancori nascosti nell’”amicizia” politica, la cifra della Dc. Tutti lo conoscevano, tanti avevano avuto da lui qualcosa, alcuni gli dovevano tutto. Si poteva ragionare, la scrittura era l’unico strumento per portare la sua parola dentro la politica come sempre, fuori dalla prigione dove senza di lui il mondo continuava a girare. Anche il mondo democristiano. E lui sapeva come. Il discorso politico moroteo ripartiva: in forma cautamente antagonista dentro la cella, coi suoi carcerieri; in forma persuasiva, pedagogica fuori, con i suoi “amici”.
 
Domenica 26 marzo è Pasqua. Dev’esserci stato un negoziato, nei giorni scorsi, tra l’ostaggio e i suoi carcerieri, perché gli permettano di far arrivare gli auguri alla moglie. E’ una decisione delicata. Per Moro è un primo contatto con la famiglia, dopo la violenza muta della fotografia nel “covo” che hanno visto domenica scorsa sulle prime pagine di tutti i giornali. Per i brigatisti è l’apertura di un canale di comunicazione, l’inizio di uno scambio informativo con l’esterno. Dicono di sì, ma concedono poche righe, forse hanno paura di qualche segnale in codice tra le parole. Non è una lettera, ma un biglietto, sembra preparato in fretta, all’ultimo minuto. “Mia carissima Noretta”, scrive Moro alla moglie Eleonora, inviando gli auguri “più fervidi e affettuosi con tanta tenerezza” a tutti e in particolare al nipotino Luca, il figlio di due anni e mezzo di Maria Fida, cui è legatissimo e che sarà il suo continuo riferimento emotivo dal carcere. Poi lo spazio per una preoccupazione domestica: “Prego Agnese di farti compagnia la notte”. Quindi una veloce rassicurazione, quasi telegrafica: “Io discretamente, bene alimentato e assistito con premura”. Infine il saluto: “Vi benedico”.
Francesco Cossiga 
La prima lettera viene fatta ritrovare al segretario particolare di Moro, Nicola Rana, che oggi dice: “Mentre ritiravo la busta da un buco nel muro dietro un’edicola in piazza Sant’Andrea della Valle ho visto una coppia abbracciata, due giovani che mi guardavano mentre si baciavano. Avrei poi capito mesi dopo, vedendo le fotografie, che erano Morucci e Faranda”. Sono i due dirigenti della colonna romana, a cui le Br assegnano il compito di “postini” per tutti i 55 giorni. Hanno ricevuto la sera prima la busta da Moretti. Ma nel plico arancione i brigatisti hanno inserito altri due messaggi di Moro. Il primo è per lo stesso Rana, a cui il prigioniero affida la consegna riservata delle altre due lettere “nelle mani” dei destinatari, la moglie e il ministro degli Interni Cossiga, con la prima indicazione strategica dal carcere: la risposta non deve finire sui giornali, ma rimanere riservata, arriveranno al momento giusto le indicazioni sul modo di farla pervenire alle Br e al prigioniero, che individua la portineria di casa Rana come zona franca di scambio, a patto che il ministro si impegni a bloccare ogni sorveglianza. “La mia idea e speranza – confida e prescrive Moro all’uomo che lavora con lui da 15 anni – è che questo filo che cerco di allacciare resti segreto il più a lungo possibile”. Poi, quasi come se scrivesse sottovoce: “E’ chiaro che un incidente farebbe crollare tutto con danno incalcolabile”.
La prima pagina di Repubblica del 30 marzo e quella del 5 aprile 
La macchina strategica è al lavoro. Moro ha ragionato per giorni, studiando gli uomini che studiavano lui, interrogandolo. Loro cercavano risposte, lui guardava dentro le domande, cercando di capirli, anticiparli, assecondarli per intuire come poteva muoversi nell’immobilità della cella. Adesso è pronto. Rassicurata la famiglia, è come se sentisse l’urgenza di impostare il gioco. Detta le regole a Rana, il metodo che ha concepito nelle ore solitarie del carcere. La sostanza, la scrive a Cossiga: “Caro Francesco”. E’ la prima lettera politica, indirizzata dal buio del carcere – come se Moro scrivesse bendato – a un leader della Dc che è suo amico, ma che soprattutto ha in mano le polizie e i servizi.

La lettera, che è passata riga per riga al controllo dei terroristi, contiene già tutto, anticipa la trama dei 55 giorni, svela subito le carte, fissa la posta in gioco. Moro parte dai doveri istituzionali del governo (“ho presenti le tue responsabilità che ovviamente rispetto”), avverte di non sapere “nulla” di quanto è accaduto dopo la sua cattura, e chiarisce subito la sua attuale condizione: “E’ fuori discussione, e mi è stato detto con chiarezza, che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto come presidente della Dc a un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità”, ma in verità è tutto il gruppo dirigente chiamato in causa, “e del nostro operato collettivo sotto accusa io devo rispondere”. Certo, scrive Moro, qui entra in causa la ragion di Stato: “ma nel mio caso significa che io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto a un processo popolare che può essere opportunamente graduato, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole o pericolosa”. Poi si affaccia, già in questa prima lettera, la questione capitale dello scambio di prigionieri. “Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità è inammissibile”, scrive Moro, ricordando gli accordi tra Breznev e Pinochet, gli scambi di spie, l’espulsione dei dissidenti dall’Urss. Queste scelte pesano, ammette il leader dc, ma siamo in una “guerriglia”, e si deve guardare lucidamente “al peggio che può venire: che Iddio vi illumini”.

Nel primo messaggio dopo il rapimento, la natura della partita mortale è così svelata, con le sue regole da ordalia. La settimana passata a rispondere all’interrogatorio ha permesso a Moro di afferrare il nocciolo della questione, che lo angoscia al punto da saltare i preliminari, la retorica, le recriminazioni. I rapitori gli hanno detto chi sono, cosa vogliono, come agiranno per ottenerlo. Altre cose le ha capite da solo. Adesso tutto questo deve spiegarlo a Cossiga, e può farlo soltanto usando parole che i brigatisti accettino, e lascino filtrare fuori dal “covo”. Dunque racconta come loro vedono il suo sequestro, come intendono usarlo, in quale contesto lo collocano. Sembra quasi che aderisca a questo schema, non moralmente e politicamente - è ovvio -, ma fattualmente. In realtà usa il loro schema come un disvelamento, per mostrare com’è il mondo dall’altra parte della pistola puntata contro di lui.

E come se dicesse al suo amico ministro, e a tutto il vertice della Dc e del governo: vi scrivo  da un’altra dimensione, in cui sono precipitato rappresentando anche voi, e rischiando di pagare per tutti. In mezzo all’Europa, nel cuore delle democrazie occidentali, questa dimensione si chiama incredibilmente guerriglia, dunque io sono un prigioniero politico, il mio processo può essere portato fino in fondo oppure può fermarsi, dipende dalla possibilità di giungere ad uno scambio di ostaggi. Altra strada non c’è. Perché il dominio sotto il quale mi trovo è “pieno e incontrollato”.
Gian Maria Volonté nei panni di Aldo Moro nel film "Il caso Moro" di Giuseppe Ferrara 
Sarà la frase chiave dei 55 giorni. Rivela un potere chiuso in sé, autonomo e non condizionabile, con una logica autoritaria e totalitaria, refrattario alla mediazione politica e all’intercessione diplomatica. Moro non dà giudizi, prima di tutto perché scrive da sequestrato e ogni sua parola è al vaglio dei suoi carcerieri, e poi perché ormai è inutile. Sono passati dieci giorni dal rapimento quando scrive, tredici quando lo leggono, bisogna muoversi. La partita è doppia, militare e politica, esattamente come l’hanno impostata i brigatisti. Sul piano militare bisogna prenderli, nient’altro: ma non può dirlo Moro, dal fondo della prigione. A lui tocca indirizzare l’altra partita, senza illusioni, anzi ricoprendo il ruolo che la carcerazione gli assegna, quello di prigioniero “politico”, una formula che prefigura un riconoscimento implicito, perché disegna due soggettività titolari dei due lati della “guerriglia”, e porta dritta allo scambio di ostaggi. Se io sono prigioniero politico, è per forza politico anche il soggetto che mi tiene in carcere.

Il prigioniero capisce che l’immaginario ideologico Br muove una tale mole di accuse contro di lui da portare inevitabilmente alla condanna, altrimenti salta l’intero schema politico brigatista. Intuisce che l’unico antidoto è un’abdicazione parziale dello Stato democratico, che riconosca un ruolo politico ai terroristi. Percepisce che la via è lo scambio di ostaggi. Così il presidente della Dc e il prigioniero politico si uniscono nel tentativo di costruire una trama di negoziato all’esterno, in un mondo che Moro non vede e non può più abitare, muovendosi a tentoni da lontano, per indovinare i contorni delle cose.

Lo strumento è la scrittura. Non c’è altro. Il prigioniero scrive 97 lettere, le corregge, le riscrive, le mette in bella copia, le aggiorna. Ho preso in mano 18 di quei fogli originali conservati all’archivio di Stato, le pagine a quadretti come a scuola, le righe allineate, la gamba lunga della “zeta”, le sbarrette della “t” che puntano tutte in alto, l’unico svolazzo, quasi elementare, nella “v”, le maiuscole rispettose pur nel furore dell’angoscia (“On.”, “Prof.”, “Presidente”), la forma che sopravvive alla disperazione: “Con devoto ossequio”, “Con profonda deferenza”, “Con viva cordialità”. Un diario dall’abisso in cui lottano tra di loro la debolezza della democrazia e la follia della rivoluzione. Una dramma che scrive se stesso mentre si compie. Una tragedia autografa. Che precipita una prima volta, nella cella, quando Moro capisce che la lettera a Cossiga è stata resa pubblica, e il segreto che doveva favorire l’inizio della trattativa è saltato.
Aldo Moro, il suo segretario Nicola Rana e il capo della scorta, il maresciallo Oreste Leonardi rimasto ucciso nell’agguato di via Fani, in una foto del 1976
  
I brigatisti gli dicono che è stato il governo a far conoscere il messaggio. In realtà sono loro che distribuiscono il testo riservato a Cossiga con il “comunicato numero 3”: “Lo rendiamo pubblico perché niente deve essere nascosto al popolo, le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana”. Dunque le Br esercitano un triplice controllo sulle lettere di Moro: vigilano sui testi, decidono quali messaggi consegnare e quali no (solo un terzo verrà recapitato ai destinatari), dosano la riservatezza degli scritti secondo le loro convenienze. In questo caso vogliono screditare la Dc denunciando la sua abitudine a muoversi nel segreto, vogliono separare ancor più Moro dal vertice democristiano e di governo, ma soprattutto vogliono che le basi della trattativa vengano poste in pubblico, perché solo così possono ottenere un riconoscimento politico, non attraverso approcci nascosti e negoziati clandestini.

Ma la lettera firmata Moro, è di Moro? La grafia è certamente sua, ma nel Paese si apre la discussione sull’autenticità delle cose che dice, sulla libertà del suo pensiero durante il sequestro, sulla metafisica della sua scrittura. Indro Montanelli aveva già avanzato l’ipotesi che il prigioniero scrivesse sotto l’effetto di psicofarmaci. “O Moro non è più padrone di se stesso – aggiunge il Corriere della sera – o quello che ha scritto gli è stato imposto”. “Quelle parole non sono le sue – sostiene Repubblica -, è sottoposto a pressioni psicologiche tali che il termine tortura non è esagerato”. Anche se fossero realmente di Moro, spiega l’Osservatore Romano, quelle frasi nascono “da una mente sottoposta a una violenza psicologica e a una metodica distruzione della coscienza alla quale neanche l’uomo più forte può resistere a lungo”.

Al ministero della Marina, dove si riunisce quel singolare comitato di esperti voluto da Cossiga (con il capo della P2 Licio Gelli presente a qualche riunione con un tesserino intestato all’”ingegner Luciani”) si comincia a parlare di sindrome di Stoccolma e di lavaggio del cervello, il criminologo Franco Ferracuti sospetta “un processo di identificazione con il proprio aggressore”, le perizie grafologiche denunciano una scrittura non libera “ma condizionata, indotta, non istintiva, con un movimento passivo senza espressione soggettiva”. Dice oggi Giovanni Moro che c’era in quei giorni una specie di incantesimo di cui faceva parte la difficoltà a riconoscere l’autenticità delle lettere dal carcere, nonostante tesi, argomenti, espressioni fossero quelli che suo padre usava normalmente. Un incantesimo che svaluta la figura pubblica di Moro: “Non più un leader politico, non più uno statista, ma una persona in difficoltà che cerca solo di salvare la pelle”.

Nella prigione i brigatisti ritagliano i giornali, passano al sequestrato gli articoli che vogliono fargli leggere, gli nascondono il contesto. Moro gira gli spezzoni di pagina che gli arrivano, legge tra le righe, ricava segni, indicazioni della discussione politica sui suoi messaggi, coglie i dubbi. Reagisce, aggiungendo d’impulso due righe nello spazio bianco all’inizio di una lettera che ha scritto alla moglie, e che ha già firmato: “Sono intatto e in perfetta lucidità. Non è giusto dire che non sono più capace”. “Anche amici carissimi si sono lasciati irretire – scriverà a Riccardo Misasi -. Il rilievo sulla mia calligrafia è ridicolo. Pensa qualcuno che io mi trovi in un comodo e attrezzato ufficio ministeriale? Pretendere in queste circostanze grafie cristalline e ordinate significa essere fuori dalla realtà”.

Ormai scriveva continuamente, chino sul taccuino appoggiato alle ginocchia, sorretto dai due cuscini sul muro sopra la branda, e raccoglieva le pagine scritte sul piccolo comodino dietro il letto. Non poteva far altro che scrivere. Chiedeva carta, penne. Scoprì che le sue parole dividevano il Paese, stavano nascendo i due fronti, della fermezza e della trattativa. Non poteva sapere che quelle sue stesse parole, fin dalla prima lettera, stavano aprendo una crepa dentro il mondo di ferro del terrorismo, una crepa che cresceva addirittura tra le Brigate Rosse. E che arriverà fino alla porta della sua prigione.



CRONACHE DI UN SEQUESTRO
· PRIMA PUNTATA I 55 giorni di Moro
· SECONDA PUNTATA Via Fani ore 9.05, tutto è già finito: l'agguato
· TERZA PUNTATA L'attacco al cuore dello Stato
· QUARTA PUNTATA "Nel carcere del popolo"
· QUINTA PUNTATA "Processo al prigioniero Aldo Moro"