Il governo di tutti, o forse sarebbe meglio chiamarlo il governo di nessuno, è l’opzione finale che si immagina in caso di fallimento di ogni precedente tentativo. Carlo Calenda ha fatto emergere questo scenario invitando il Pd a farsene promotore, in nome delle emergenze internazionali, politiche ed economiche che ci troviamo a affrontare, in nome delle necessarie riforme per dare governabilità e stabilità all’Italia.
Una proposta certamente seria e responsabile che contiene però pericoli che non possono essere sottovalutati. Il primo pericolo è quello di allargare ulteriormente il solco tra i cittadini e chi li governa. Una certa sindrome di espropriazione della volontà popolare già occupa l’immaginario collettivo dai tempi del governo Monti in poi, tanto da considerare anche gli esecutivi di Letta, Renzi e Gentiloni come non legittimati perché “non eletti dal popolo”. Un abbaglio, purtroppo ampia…
Una proposta certamente seria e responsabile che contiene però pericoli che non possono essere sottovalutati. Il primo pericolo è quello di allargare ulteriormente il solco tra i cittadini e chi li governa. Una certa sindrome di espropriazione della volontà popolare già occupa l’immaginario collettivo dai tempi del governo Monti in poi, tanto da considerare anche gli esecutivi di Letta, Renzi e Gentiloni come non legittimati perché “non eletti dal popolo”. Un abbaglio, purtroppo ampia…
Il governo di tutti, o forse sarebbe meglio chiamarlo il governo di nessuno, è l’opzione finale che si immagina in caso di fallimento di ogni precedente tentativo. Carlo Calenda ha fatto emergere questo scenario invitando il Pd a farsene promotore, in nome delle emergenze internazionali, politiche ed economiche che ci troviamo a affrontare, in nome delle necessarie riforme per dare governabilità e stabilità all’Italia.
Una proposta certamente seria e responsabile che contiene però pericoli che non possono essere sottovalutati. Il primo pericolo è quello di allargare ulteriormente il solco tra i cittadini e chi li governa. Una certa sindrome di espropriazione della volontà popolare già occupa l’immaginario collettivo dai tempi del governo Monti in poi, tanto da considerare anche gli esecutivi di Letta, Renzi e Gentiloni come non legittimati perché “non eletti dal popolo”. Un abbaglio, purtroppo ampiamente diffuso, figlio di cattiva propaganda e di un’ignoranza diffusa su cosa sia un sistema parlamentare come quello che ci caratterizza. (Non dimentichiamo che il primo ministro non viene eletto direttamente dal popolo ma deve ricevere la fiducia da una maggioranza parlamentare. Con il nuovo sistema proporzionale è anche necessario fare alleanze e coalizioni).
Il secondo sarebbe quello di buttare via una legislatura per aprire subito una nuova campagna elettorale, con un governo di cui nessuno si sentirebbe responsabile, con la conseguenza di ricadere nella propaganda più sfrenata. Pensiamo poi che sia possibile prendere una qualunque decisione strategica per il futuro dell’Italia, dalle tasse alle alleanze internazionali fino al destino dell’Alitalia, con un esecutivo “ammucchiata” dove decidono tutti e nessuno? Ciò da cui dobbiamo fuggire a gambe levate è l’idea che si possano fare scelte importanti con la logica del minimo comun denominatore.
Sono dati di cui non si può non tenere conto e che ci devono spingere a chiedere massima chiarezza alle forze politiche. Gli elettori, mai come in questi giorni, sono interessati a sapere chi li governerà, con che opzioni e per fare cosa. Hanno sentito promesse di ogni tipo e vogliono capire cosa può essere mantenuto e cosa no. Ad una campagna elettorale francamente oscena gli italiani hanno risposto andando a votare e hanno mandato un messaggio chiaro. Pensare di rifugiarsi in soluzioni tecniche o transitorie non spegnerebbe il malessere ma equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco del malcontento.
Se dovessero fallire tutte le alternative, ma solo dopo che le forze politiche ci avranno provato in ogni modo e messo la faccia, al presidente della Repubblica non rimarrebbe che proporre una soluzione tecnica per evitare elezioni anticipate da ripetere con questa legge. Ma questa è l’ultima spiaggia e non può essere considerata un’opzione su cui scommettere.
Nessuno ha voglia di un altro tempo sospeso e nemmeno di soluzioni non chiare. È giusto che ci sia un governo politico, che si assume per intero la responsabilità di guidare il Paese. La prima opzione è evidentemente l’alleanza tra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, o con la sola Lega. Da settimane Di Maio e Salvini ci girano intorno, in un estenuante balletto e in un continuo rimpallo. È ora che mettano seriamente le carte in tavola, sui programmi e gli uomini, e che smettano di buttare via settimane. Si tratterebbe di un governo preoccupante, per le posizioni in politica estera e per le ricette economiche, una maggioranza da temere, ma è venuto il momento che dicano con chiarezza come vogliono usare i voti presi il 4 marzo.
L’altra alternativa politica possibile sembra quella di un governo tra il Movimento di Grillo e il Pd. Anche se continua a sembrarmi incomprensibile come si possa pensare di sposarsi indifferentemente con Salvini o con il partito che esprime Martina, Delrio piuttosto che Minniti e Orlando. Tali e tante sono le differenze tra le due opzioni che un minimo di spiegazione di dove si vuole portare l’Italia sarebbe necessaria. Inoltre il Pd continua a ribadire di voler stare fuori da ogni gioco. Per quanto mi riguarda penso che sarebbe un’alleanza innaturale, difficilmente comprensibile e digeribile dai due elettorati. Troppa distanza sui programmi, sulla visione del mondo, troppo rancore e troppe accuse reciproche. Ma consumare il tempo all’infinito non può essere una strategia seria.
Se Luigi Di Maio pensa davvero che un’alleanza con il Partito democratico possa essere uno scenario reale e non un diversivo per alzare la posta con Salvini, allora faccia proposte credibili, si metta in gioco e dica dove ci potrebbero essere le convergenze e in nome di cosa. Dall’altra parte il Pd scelga cosa vuol essere, chiarisca quali sono le sue priorità per il Paese e su quelle si confronti e scelga di conseguenza. Può poi ribadire il suo no, la sua scelta di stare fuori da qualunque alleanza di governo, ma in modo chiaro e ragionato. Stare sulla riva del fiume ad aspettare i fallimenti non può essere una strategia credibile per chi dovrebbe provare a rimettersi in piedi.
Una proposta certamente seria e responsabile che contiene però pericoli che non possono essere sottovalutati. Il primo pericolo è quello di allargare ulteriormente il solco tra i cittadini e chi li governa. Una certa sindrome di espropriazione della volontà popolare già occupa l’immaginario collettivo dai tempi del governo Monti in poi, tanto da considerare anche gli esecutivi di Letta, Renzi e Gentiloni come non legittimati perché “non eletti dal popolo”. Un abbaglio, purtroppo ampiamente diffuso, figlio di cattiva propaganda e di un’ignoranza diffusa su cosa sia un sistema parlamentare come quello che ci caratterizza. (Non dimentichiamo che il primo ministro non viene eletto direttamente dal popolo ma deve ricevere la fiducia da una maggioranza parlamentare. Con il nuovo sistema proporzionale è anche necessario fare alleanze e coalizioni).
Il secondo sarebbe quello di buttare via una legislatura per aprire subito una nuova campagna elettorale, con un governo di cui nessuno si sentirebbe responsabile, con la conseguenza di ricadere nella propaganda più sfrenata. Pensiamo poi che sia possibile prendere una qualunque decisione strategica per il futuro dell’Italia, dalle tasse alle alleanze internazionali fino al destino dell’Alitalia, con un esecutivo “ammucchiata” dove decidono tutti e nessuno? Ciò da cui dobbiamo fuggire a gambe levate è l’idea che si possano fare scelte importanti con la logica del minimo comun denominatore.
Sono dati di cui non si può non tenere conto e che ci devono spingere a chiedere massima chiarezza alle forze politiche. Gli elettori, mai come in questi giorni, sono interessati a sapere chi li governerà, con che opzioni e per fare cosa. Hanno sentito promesse di ogni tipo e vogliono capire cosa può essere mantenuto e cosa no. Ad una campagna elettorale francamente oscena gli italiani hanno risposto andando a votare e hanno mandato un messaggio chiaro. Pensare di rifugiarsi in soluzioni tecniche o transitorie non spegnerebbe il malessere ma equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco del malcontento.
Se dovessero fallire tutte le alternative, ma solo dopo che le forze politiche ci avranno provato in ogni modo e messo la faccia, al presidente della Repubblica non rimarrebbe che proporre una soluzione tecnica per evitare elezioni anticipate da ripetere con questa legge. Ma questa è l’ultima spiaggia e non può essere considerata un’opzione su cui scommettere.
Nessuno ha voglia di un altro tempo sospeso e nemmeno di soluzioni non chiare. È giusto che ci sia un governo politico, che si assume per intero la responsabilità di guidare il Paese. La prima opzione è evidentemente l’alleanza tra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, o con la sola Lega. Da settimane Di Maio e Salvini ci girano intorno, in un estenuante balletto e in un continuo rimpallo. È ora che mettano seriamente le carte in tavola, sui programmi e gli uomini, e che smettano di buttare via settimane. Si tratterebbe di un governo preoccupante, per le posizioni in politica estera e per le ricette economiche, una maggioranza da temere, ma è venuto il momento che dicano con chiarezza come vogliono usare i voti presi il 4 marzo.
L’altra alternativa politica possibile sembra quella di un governo tra il Movimento di Grillo e il Pd. Anche se continua a sembrarmi incomprensibile come si possa pensare di sposarsi indifferentemente con Salvini o con il partito che esprime Martina, Delrio piuttosto che Minniti e Orlando. Tali e tante sono le differenze tra le due opzioni che un minimo di spiegazione di dove si vuole portare l’Italia sarebbe necessaria. Inoltre il Pd continua a ribadire di voler stare fuori da ogni gioco. Per quanto mi riguarda penso che sarebbe un’alleanza innaturale, difficilmente comprensibile e digeribile dai due elettorati. Troppa distanza sui programmi, sulla visione del mondo, troppo rancore e troppe accuse reciproche. Ma consumare il tempo all’infinito non può essere una strategia seria.
Se Luigi Di Maio pensa davvero che un’alleanza con il Partito democratico possa essere uno scenario reale e non un diversivo per alzare la posta con Salvini, allora faccia proposte credibili, si metta in gioco e dica dove ci potrebbero essere le convergenze e in nome di cosa. Dall’altra parte il Pd scelga cosa vuol essere, chiarisca quali sono le sue priorità per il Paese e su quelle si confronti e scelga di conseguenza. Può poi ribadire il suo no, la sua scelta di stare fuori da qualunque alleanza di governo, ma in modo chiaro e ragionato. Stare sulla riva del fiume ad aspettare i fallimenti non può essere una strategia credibile per chi dovrebbe provare a rimettersi in piedi.