In democrazia anche la forma è sostanza. In questa destra malata di populismo e demagogia, è ormai diventata un’abitudine trasgredire le regole confondendo quella violazione come l’instaurazione di un nuovo corso. Soprattutto come un modo per dimostrare di essere più vicino al popolo. Come se quel “popolo” fosse un’entità unica, fatta esclusivamente di protesta, malessere e ignoranza. Fortunatamente non è così. Ma evidentemente Matteo Salvini ha proprio questa idea degli italiani. Perché quel che ha fatto il segretario leghista non è solo una banale “maleducazione” istituzionale. È qualcosa di più. È un’idea mutilata della democrazia. È una rappresentazione primitiva degli elettori. È un insulto alle Istituzioni e alle leggi fondamentali che le governano. Il leader leghista, autoproclamatosiil 4 marzo vincitore delle elezioni con il 17% dei voti, h…
In democrazia anche la forma è sostanza. In questa destra malata di populismo e demagogia, è ormai diventata un’abitudine trasgredire le regole confondendo quella violazione come l’instaurazione di un nuovo corso. Soprattutto come un modo per dimostrare di essere più vicino al popolo. Come se quel “popolo” fosse un’entità unica, fatta esclusivamente di protesta, malessere e ignoranza. Fortunatamente non è così. Ma evidentemente Matteo Salvini ha proprio questa idea degli italiani. Perché quel che ha fatto il segretario leghista non è solo una banale “maleducazione” istituzionale. È qualcosa di più. È un’idea mutilata della democrazia. È una rappresentazione primitiva degli elettori. È un insulto alle Istituzioni e alle leggi fondamentali che le governano. Il leader leghista, autoproclamatosiil 4 marzo vincitore delle elezioni con il 17% dei voti, ha deciso di non presentarsi alle consultazioni con la presidente del Senato, Elisabetta Casellati.
Aveva un impegno precedente. Quale? Un convegno a Catania organizzato da Forza Italia sulla direttiva Bolkestein. Il tutto commentato con un selfie in posa scettico-dubitativa scattato in un ambiente che assomiglia a una toilette e non a una sala dove esprimere i propri pareri in difesa dei venditori ambulanti.
Eppure la seconda carica dello Stato ha ricevuto un mandato dal presidente della Repubblica. Per quanto le sue probabilità di successo siano ridotte, è possibile che un leader politico decida di disertare un appuntamento del genere? Non è solo uno sgarbo istituzionale, è una vera e propria offesa alla massima autorità del Paese: il Quirinale. Se fosse un incidente, provocato magari da imperizia e ignoranza, potrebbe essere facilmente derubricato. Ma il punto è proprio questo. Non si tratta di un contrattempo. Bensì di una scelta politica.
Salvini ha bisogno di alimentare il suo populismo con continui atti di rottura. Nei confronti delle istituzioni, delle usanze che le definiscono e di chi le rappresenta. In democrazia, appunto, la forma è sostanza. In tutti i sistemi democratici, anche quelli più giovani, il rispetto delle procedure è considerato essenziale. Attiene al dovere civico di onorare le regole. Non vengono vissute come un inutile orpello, ma come un simbolo che mostra alla collettività il nucleo di un sistema unificante. È esattamente lo stesso motivo per il quale una comunità rispetta le sue tradizioni. Anzi, Salvini ha sempre considerato la difesa delle tradizioni un tratto distintivo del suo partito. Sembra non capire, però, che vanno conservate in quanto emblema di un valore. Proprio come le consuetudini istituzionali e costituzionali.
Evidentemente si è fermato all’aspetto scenico dell’eredità ricevuta da Bossi. Il fondatore della Lega si era inventato l’ampolla dove raccogliere la “sacra” acqua del Po esattamente con l’obiettivo di affidare un “simbolo” al finto mito della secessione. L’attuale capo leghista è ancora in attesa di riempirla magari utilizzando anche il Tevere e il Garigliano. Continua insomma a confondere regole e favole, valori e demagogia.
Chi ottiene i voti dei cittadini deve farsi invece carico di responsabilità che tutti gli altri non hanno. Boicottare un incontro voluto dal presidente della Repubblica, equivale ad assestare un colpo al nostro sistema democratico.
In questa nuova destra rappresentata da Salvini sta attecchendo una sorta di malattia adolescenziale che necessita di prove continue in una specie di ansia da prestazione. Il populismo nostrano ha bisogno di stare fuori dalle istituzioni per essere credibile. La protesta allora si alimenta e si autoalimenta solo se si configura come un’alternativa non al potere costituito, ma al Palazzo. Quale che sia il Palazzo. E la giustificazione è sempre la stessa: il popolo non è interessato a queste cose. Alla gente interessa di più la direttiva Bolkestein. Come se gli italiani non avessero il diritto di conservare il patrimonio istituzionale che hanno costruito ed ereditato in 72 anni di Repubblica.
Il nodo, del resto, è sempre lo stesso. La carica protestataria di questa destra si nutre di una continua e infinita campagna elettorale. Si può giustificare solo in quel modo. La sua ragion d’essere trova origine negli istinti del popolo e non nelle sue ragioni. La semplificazione populista porta obbligatoriamente a sovrappore i due piani. I doveri di una classe dirigente si sciolgono così nelle istanze impulsive dei singoli elettori senza alcuna mediazione. Senza alcuna ponderazione rispetto alle necessità del corpo elettorale nel suo complesso.
E probabilmente non è un caso che Salvini si stia muovendo in questa fase post-elettorale quasi con l’obiettivo di non presentarsi come forza di governo. Basta vedere i suoi giudizi sull’intervento americano in Siria. È chiaro che la mossa di Trump può essere criticata e anche osteggiata. Può essere considerata avventata o semplicemente inutile. Ma chi si candida a guidare questo Paese non può pensare di stravolgere la politica estera e le sue storiche alleanze internazionali in due giorni. Gli attacchi, non solo alla manovra militare contro Damasco, ma soprattutto alla politica Atlantica dell’Italia sembra studiata per tirarsi fuori dalla corsa alla presidenza del Consiglio e comunque al governo. Appare come un tentativo di provocare un muro autoescludente.
Come lo è la scelta di spedire un emissario all’incontro con la presidente del Senato. Probabilmente il capo del Carroccio sta già preparando il suo personalissimo piano per tentare alle prossime elezioni la scalata al potere. Questa legislatura, nelle valutazioni di molti, viene già considerata in fin di vita. E chi pensa di poter avere un ruolo di primo piano negli anni a venire prova a non sporcarsi con le difficoltà di un Parlamento in cui ci sono solo sconfitti. E i vincitori si autoproclamano, ma non rispondono al basico principio di realtà. Tutti però, a cominciare da Salvini, devono stare attenti a non superare quel delicato confine che separa la propaganda dalla destabilizzazione.
Aveva un impegno precedente. Quale? Un convegno a Catania organizzato da Forza Italia sulla direttiva Bolkestein. Il tutto commentato con un selfie in posa scettico-dubitativa scattato in un ambiente che assomiglia a una toilette e non a una sala dove esprimere i propri pareri in difesa dei venditori ambulanti.
Eppure la seconda carica dello Stato ha ricevuto un mandato dal presidente della Repubblica. Per quanto le sue probabilità di successo siano ridotte, è possibile che un leader politico decida di disertare un appuntamento del genere? Non è solo uno sgarbo istituzionale, è una vera e propria offesa alla massima autorità del Paese: il Quirinale. Se fosse un incidente, provocato magari da imperizia e ignoranza, potrebbe essere facilmente derubricato. Ma il punto è proprio questo. Non si tratta di un contrattempo. Bensì di una scelta politica.
Salvini ha bisogno di alimentare il suo populismo con continui atti di rottura. Nei confronti delle istituzioni, delle usanze che le definiscono e di chi le rappresenta. In democrazia, appunto, la forma è sostanza. In tutti i sistemi democratici, anche quelli più giovani, il rispetto delle procedure è considerato essenziale. Attiene al dovere civico di onorare le regole. Non vengono vissute come un inutile orpello, ma come un simbolo che mostra alla collettività il nucleo di un sistema unificante. È esattamente lo stesso motivo per il quale una comunità rispetta le sue tradizioni. Anzi, Salvini ha sempre considerato la difesa delle tradizioni un tratto distintivo del suo partito. Sembra non capire, però, che vanno conservate in quanto emblema di un valore. Proprio come le consuetudini istituzionali e costituzionali.
Evidentemente si è fermato all’aspetto scenico dell’eredità ricevuta da Bossi. Il fondatore della Lega si era inventato l’ampolla dove raccogliere la “sacra” acqua del Po esattamente con l’obiettivo di affidare un “simbolo” al finto mito della secessione. L’attuale capo leghista è ancora in attesa di riempirla magari utilizzando anche il Tevere e il Garigliano. Continua insomma a confondere regole e favole, valori e demagogia.
Chi ottiene i voti dei cittadini deve farsi invece carico di responsabilità che tutti gli altri non hanno. Boicottare un incontro voluto dal presidente della Repubblica, equivale ad assestare un colpo al nostro sistema democratico.
In questa nuova destra rappresentata da Salvini sta attecchendo una sorta di malattia adolescenziale che necessita di prove continue in una specie di ansia da prestazione. Il populismo nostrano ha bisogno di stare fuori dalle istituzioni per essere credibile. La protesta allora si alimenta e si autoalimenta solo se si configura come un’alternativa non al potere costituito, ma al Palazzo. Quale che sia il Palazzo. E la giustificazione è sempre la stessa: il popolo non è interessato a queste cose. Alla gente interessa di più la direttiva Bolkestein. Come se gli italiani non avessero il diritto di conservare il patrimonio istituzionale che hanno costruito ed ereditato in 72 anni di Repubblica.
Il nodo, del resto, è sempre lo stesso. La carica protestataria di questa destra si nutre di una continua e infinita campagna elettorale. Si può giustificare solo in quel modo. La sua ragion d’essere trova origine negli istinti del popolo e non nelle sue ragioni. La semplificazione populista porta obbligatoriamente a sovrappore i due piani. I doveri di una classe dirigente si sciolgono così nelle istanze impulsive dei singoli elettori senza alcuna mediazione. Senza alcuna ponderazione rispetto alle necessità del corpo elettorale nel suo complesso.
E probabilmente non è un caso che Salvini si stia muovendo in questa fase post-elettorale quasi con l’obiettivo di non presentarsi come forza di governo. Basta vedere i suoi giudizi sull’intervento americano in Siria. È chiaro che la mossa di Trump può essere criticata e anche osteggiata. Può essere considerata avventata o semplicemente inutile. Ma chi si candida a guidare questo Paese non può pensare di stravolgere la politica estera e le sue storiche alleanze internazionali in due giorni. Gli attacchi, non solo alla manovra militare contro Damasco, ma soprattutto alla politica Atlantica dell’Italia sembra studiata per tirarsi fuori dalla corsa alla presidenza del Consiglio e comunque al governo. Appare come un tentativo di provocare un muro autoescludente.
Come lo è la scelta di spedire un emissario all’incontro con la presidente del Senato. Probabilmente il capo del Carroccio sta già preparando il suo personalissimo piano per tentare alle prossime elezioni la scalata al potere. Questa legislatura, nelle valutazioni di molti, viene già considerata in fin di vita. E chi pensa di poter avere un ruolo di primo piano negli anni a venire prova a non sporcarsi con le difficoltà di un Parlamento in cui ci sono solo sconfitti. E i vincitori si autoproclamano, ma non rispondono al basico principio di realtà. Tutti però, a cominciare da Salvini, devono stare attenti a non superare quel delicato confine che separa la propaganda dalla destabilizzazione.