Il no alla trattativa con le Brigate rosse trova concordi la Democrazia cristiana e il Partito comunista. "Garantire l'ordine democratico" è sin da subito la risposta di Enrico Berlinguer all'azione dei terroristi
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A un certo punto il registratore Philips gira a vuoto, da solo, nessuno trascrive più le cassette, Maccari e Gallinari posano la penna, è inutile. Non si riesce a fare un uso politico della voce di Moro: eccola che esce dalla cella e arriva nello studio, pacata, lenta nelle grandi curve del discorso, solitaria perché nessuno vede il prigioniero durante l'interrogatorio, solo Mario Moretti attraverso quei due fori per gli occhi dentro il cappuccio di tela. Quando gli hanno portato in cella due ritagli di giornale con gli echi esterni della lettera a Cossiga che doveva rimanere segreta, il prigioniero ha rifiutato il cibo, mandando indietro il vassoio del pranzo senza toccarlo. Si sente ingannato, ulteriore sfregio alla sua inermità, penultimo gradino nella degradazione del sequestro e del carcere del popolo. Lui capisce che non può fidarsi di quel che gli dicono, il gioco dei brigatisti è più ampio del perimetro della cella. Loro cap…
A un certo punto il registratore Philips gira a vuoto, da solo, nessuno trascrive più le cassette, Maccari e Gallinari posano la penna, è inutile. Non si riesce a fare un uso politico della voce di Moro: eccola che esce dalla cella e arriva nello studio, pacata, lenta nelle grandi curve del discorso, solitaria perché nessuno vede il prigioniero durante l'interrogatorio, solo Mario Moretti attraverso quei due fori per gli occhi dentro il cappuccio di tela. Quando gli hanno portato in cella due ritagli di giornale con gli echi esterni della lettera a Cossiga che doveva rimanere segreta, il prigioniero ha rifiutato il cibo, mandando indietro il vassoio del pranzo senza toccarlo. Si sente ingannato, ulteriore sfregio alla sua inermità, penultimo gradino nella degradazione del sequestro e del carcere del popolo. Lui capisce che non può fidarsi di quel che gli dicono, il gioco dei brigatisti è più ampio del perimetro della cella. Loro capiscono che sotto il loro dominio "pieno e incontrollato" c'è il corpo del prigioniero, ma la ragione è autonoma, e non rinuncia ad elaborare in proprio, a seguire una sua strategia anche nello spazio minimo delle poche mosse concordate.
Si interrogano sul da farsi a voce bassa in salotto davanti al telegiornale quotidiano, in cucina dopo pranzo, nel primo turno notturno di guardia sul divano dello studio, mentre nella sua finzione di una vita normale Anna Laura Braghetti cambia l'acqua ai pesci rossi al mattino, rientra dall'ufficio alle otto di sera dopo aver fatto le compere, prepara la cena, anche se qualche volta trova già Gallinari ai fornelli. Lo conosce da anni, in quel momento è il suo uomo, ma come tutti i brigatisti lo chiama col nome in codice, "Giuseppe". Lei d'altra parte è "Camilla", Maccari "Gulliver", Morucci "Pecos", la Faranda "Alexandra", come sua figlia, che ha preso il nome dalla rivoluzionaria russa Kollontaj. Moretti, infine, è per tutti "Maurizio".
Roma, aprile 1978: una manifestazione organizzata dalla Democrazia cristiana in Piazza Santi Apostoli contro il terrorismo per la liberazione di Aldo Moro. Tra i partecipanti, Benigno Zaccagnini, Fiorentino Sullo, Giovanni Galloni, Vittorio Bachelet
E proprio "Maurizio" che ascolta ogni giorno quell'uomo quando si inerpica sui sentieri sconosciuti del suo partito e del governo, che lo vede mentre parla seduto sul letto, con le mani congiunte sulle ginocchia strette, capisce che bisogna usare la scrittura più che la parola. Il processo va avanti stancamente, verso il sapiente nulla democristiano, anche se i comunicati dei terroristi diranno che "il prigioniero collabora". Ma Moretti, che deve raggiungere ogni settimana in treno Firenze o Rapallo per le riunioni dell'esecutivo Br con Azzolini, Bonisoli e Micaletto, gli lascia una lista di domande a cui Moro risponde scrivendo di giorno e di notte il suo "memoriale", che verrà ritrovato nel "covo" di via Montenevoso a Milano in parte nell'ottobre del 1978 e in parte nel 1990, senza gli originali."Non vedo il suo collega - domanderà in quei giorni Moro a Gallinari che ritira nella cella la biancheria da lavare - quando torna?". Il "collega" sta raccontando all'esecutivo che un muro si è alzato nel Paese tra la strategia del sequestro e la società politica, e quel muro prende un nome che dominerà i 55 giorni: "fermezza". La parola è stata pronunciata per la prima volta da Enrico Berlinguer nell'aula di Montecitorio, poche ore dopo il rapimento: "Il momento è tale che tutte le energie devono essere raccolte perché l'attacco eversivo sia respinto con il vigore e la fermezza necessari per salvare le istituzioni e garantire l'ordine democratico". Poi quella stessa parola diventerà la linea del partito: "Va tenuto fermo il rifiuto più intransigente, il no più risoluto - scrive l'Unità - , anche se dire questo pesa, perché in gioco c'è una vita umana". Ma "se si legittimassero le Br come un partito e non come una banda di criminali il Paese si troverebbe in una situazione di guerriglia strisciante". Dunque la fermezza "è l'unica via per fermare la mano degli assassini", perché "la minaccia più grave per la vita di Moro viene proprio dalla tentazione di scendere a patti con i suoi carcerieri".
La lettera di Aldo Moro a Zaccagnini
L'eco nella Dc è immediata. L'agguato di via Fani viene subito definito "un atto contro la società, contro tutti i partiti, contro la libertà in quanto tale, e solo la compatta unità del popolo italiano può sconfiggere questo efferato disegno". Il 19 marzo il segretario democristiano Zaccagnini invita tutti a "resistere alla sfida". Il 30 marzo la Dc respinge "il ricatto posto in essere dalle Brigate Rosse che non è possibile accettare", aggiungendo che non bisogna lasciare "nulla di intentato" per restituire Aldo Moro alla sua famiglia e al suo partito. Finché il 12 aprile la formula compare anche in un titolo sul quotidiano del partito, Il Popolo: "Fermezza e solidarietà".
Le prime pagine di Repubblica
La linea "umanitaria", per una trattativa che cerchi di salvare la vita del prigioniero senza un riconoscimento politico delle Br nasce a Torino, dove dal 29 marzo inizia il congresso del Psi: "Se dovesse affiorare un possibile margine di trattativa, questo non dovrebbe essere distrutto", dice il segretario Bettino Craxi, che il 3 aprile aggiunge: "Vanno esplorate tutte le possibilità per liberare il presidente della Dc". Con Craxi si muovono il leader radicale Pannella, Lotta Continua, una parte del mondo cattolico. Il Paese si divide sull'opportunità politica delle due opzioni, soprattutto sulla loro valenza morale. C'è evidentemente qualcosa di sacro nel prigioniero inerme che chiede solo di poter continuare a vivere. E questa sacralità fa sembrare fredda e astratta la ragion di Stato. Ma lo stesso Stato deve chiedersi chi viene domani, dopo il prigioniero di oggi: e se il potere pubblico, privato della sua piena libertà di scelta, accetta oggi il dialogo con gli eversori che vogliono deformarlo, dove si fermerà il loro ricatto? Quale sarà la prossima posta in gioco?
Davanti a me Giovanni Moro rilegge la disputa di quei 55 giorni: "Questo dibattito avveniva dentro una specie di incantesimo, che non si è ancora spezzato. Certe parole non si potevano nemmeno pronunciare, in una sorta di sacralizzazione delle istituzioni, come se la questione fosse diventata religiosa. Resta il fatto che la ragion di Stato esiste, ma non si può definire solo in termini negativi rispetto ad altri diritti. Una ragion di Stato che lascia morire un innocente per un principio di equità rispetto a quelli che sono morti prima, ha in sé qualcosa che potremmo definire patologico. E in ogni caso non si può contrapporre una logica dello Stato alla logica della vita".
Il covo di via Gradoli
Qualcosa di questa discussione filtrava nella fessura della porta aperta sulla prigione, la sera. Lo dimostra il cambio di strategia, lo scarto di tono della prima lettera di Moro a Zaccagnini, scritta il 31 marzo, ricevuta il 4 aprile: "Parlo alla Dc cui si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare". Il prigioniero ricorda a Zaccagnini che non voleva accettare la presidenza della Dc: "Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io", dice al segretario democristiano. Lo incalza: "Sono un prigioniero politico" che il rifiuto di una trattativa "pone in una situazione insostenibile".
Il giudice Mario Sossi sequestrato dalle Br a Genova il 18 aprile 1974
Un monito: "Il tempo corre veloce e non ce n'è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi". Poi la richiesta di accettare uno scambio di prigionieri: "Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc", altrimenti "l'avrete voluto, e le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco". Infine una risposta alle obiezioni sull'autenticità del suo pensiero: "Dico queste cose in piena lucidità e senza alcuna coercizione alla persona. Tanta lucidità quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che non sa che cosa lo aspetti". L'ultima frase: "In verità mi sento anche un po' abbandonato da voi".
Moro riscrive una seconda versione di questa lettera, che i brigatisti non consegnano. Le correzioni sono poche, ma rivelano la presa di coscienza di un orizzonte ravvicinato di morte, già quindici giorni dopo il sequestro. Moro, parlando delle accuse rivolte dalle Br alla Dc, aggiunge infatti: "Accuse che io devo pagare con la condanna a morte". E, ricordando l'interrogatorio cui è sottoposto in cella, fa notare di essere sottoposto a un difficile processo politico "nel quale sono già condannato", ridotto a "ostaggio inutile e ingombrante". In due settimane di "dominio pieno e incontrollato" Moro ha capito due cose dal dialogo prigioniero con Moretti. La prima è che la dinamica autonoma del sequestro porta a una condanna capitale. La seconda è che l'unica via d'uscita che i brigatisti prendono in considerazione è lo scambio di prigionieri.
Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro, tre ergastoli, diciassette anni passati in carcere. È morto nel 2013
Diventa dunque portatore di una linea che i suoi carcerieri appoggiano: anzi, gli forniscono carta e penna perché sia lui a battersi per una soluzione alla sua prigionia che può sciogliere anche il nodo politico-militare con cui stanno stringendo se stessi, senza sapere come uscirne. Nella luce notturna che scende sul suo letto, adesso Moro aggiorna la strategia. Deve concentrare gli sforzi sulla Dc e sul governo, che hanno l'unica chiave della trattativa possibile. Usando tutto il resto come arma di pressione, in particolare il Vaticano che può mettere in campo le ragioni umanitarie contro la ragion di Stato. Da suggeritore amichevole delle mosse democristiane, diventa interlocutore polemico, controparte, come se improvvisamente dopo tanti anni guardasse la Dc dall'esterno.
Germano Maccari, l’“ingegnere Altobelli”, a lungo figura misteriosa nelle indagini sul caso Moro. È morto nel 2001 in carcere. Vi era entrato nel novembre del 2000;
L'ex ministro dell'Interno e della Difesa Taviani smentisce che Moro fosse a favore di una trattativa con le Br nei giorni del sequestro del giudice Sossi? Lui lo attacca, arrivando a spingersi fino alle porte di Gladio, la rete militare clandestina all'ombra della Nato, accennando cioè a un segreto politico che le Br non raccolgono, perché non lo capiscono: nei suoi due incarichi di governo, scrive Moro, Taviani "ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana o tedesca?". Cossiga ha lasciato cadere le sue proposte dal carcere? Gli scrive di sentirsi "un po' ferito", anche perché così si eccitano "lo sdegno e la reazione delle persone che mi custodiscono, senza perseguire d'altra parte alcun risultato". Poi un nuovo accenno alle interferenze americane: "Se gli stranieri vi consigliano in altro modo, sbagliano. Se mai potessi parlarti ti spiegherei meglio e ti persuaderei. Vi chiedo di aver fiducia, come in altri casi, nel mio consiglio. Certo, è in gioco un principio, ma anche i principii devono fare i conti con la realtà".
Poi tutta questa pressione strategica per arrivare ad uno scambio di prigionieri si concentra su Zaccagnini. Moro gli scrive una seconda lettera drammatica, accusando la Dc di faciloneria, di indifferenza, di cinismo: "Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce? Ecco, nell'Italia democratica del 1978, nell'Italia del Beccaria, come in secoli passati io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. Chiedo almeno che la grazia mi sia concessa". Nel messaggio arriva una profezia angosciosa: "Se questo crimine fosse perpetrato si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Il mio sangue ricadrebbe su voi, sul partito, sul Paese. Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani". Infine, una debolissima speranza, per tutti: "Se la pietà prevale, il Paese non è finito".
Anna Laura Braghetti, l’intestataria della casa di via Montalcini
E improvvisamente, mentre il Papa nella preghiera dell'Angelus domenicale rivolge un nuovo appello "agli ignoti autori del terrificante disegno per scongiurarli di dare libertà al prigioniero", nella nevrosi italiana affiora l'irrazionale, l'occulto e il misterico. Un gruppo di amici bolognesi che fa capo a Romano Prodi, tra cui gli economisti Gobbo e Baldassarri, si ritrova il due aprile a casa del professor Alberto Clò a Zappolino, un piccolo paese nell'Appennino bolognese. Nella noia domenicale della campagna, per passare il tempo decidono di giocare col piattino, chiamando a farlo muovere gli spiriti di La Pira e di Sturzo. Chiedono dov'è Moro: la risposta è in tre parole, Bolsena, Viterbo e Gradoli. L'informazione surreale, che forse nasconde una soffiata, arriva prima al portavoce di Zaccagnini Cavina, poi a Cossiga, e fa scattare un'operazione di polizia nel paese di Gradoli, nel viterbese, senza risultato. Nessuno va in via Gradoli (dove da tre anni c'è il "covo" in cui vivono Moretti e Balzerani) nonostante ci sia stata la segnalazione di un inquilino su una macchina per scrivere che si sente battere tutta la notte.
Dal Vaticano L'Osservatore romano invita a non pubblicare più i volantini Br, dalla Germania il computer antiterrorismo di Wiesbaden ha analizzato tutte le possibili via di fuga dei terroristi di via Fani, le ha incrociate con le loro abitudini e ha concluso che la prigione di Moro è nella zona ovest di Roma, vicino al mare. Alla Farnesina si parla di 35 dipendenti degli Esteri messi sotto stretto controllo. Al Viminale si decide una super perizia sulla foto di Moro perché la camicia del prigioniero fa sospettare una sovrapposizione di immagini, mentre si sospetta che il drappo brigatista alle sue spalle possa nascondere una finestra.
Barbara Balzerani, che in via Fani aveva il compito di bloccare il traffico
Nel buio delle indagini, dopo il miracolo dei santi e il vaticinio degli spiriti, si ricorre al vaticinio degli scrittori. "Quello delle Br è un romanzo d'appendice ottocentesco fatto di vendicatori e giustizieri come il conte di Montecristo - scrive Umberto Eco - , che tentano una sanguinosa scalata ad un paradiso disabitato". "Gli esecutori sono uomini che credono follemente in quello che fanno - aggiunge Leonardo Sciascia - , ma mi pare indubbio che dietro di loro vi siano dei manovratori di grande esperienza, con intenzioni diverse". "Coi terroristi - spiega a Bernardo Valli Graham Greene - bisognerebbe ripristinare qui in Europa una vecchia "legge" messicana. Si fanno evadere, e poi si spara".
Nel buio politico, la famiglia Moro si riunisce ogni sera nel salotto di via del Forte Trionfale con i collaboratori più vicini allo statista, Rana, Freato e Guerzoni, analizzando le poche notizie, i mille segnali, le poche lettere che arrivano dal carcere del popolo. Moro ne scrive molte, le Br dosano la consegna, il prigioniero non lo sa e continua a scrivere. Sono lettere di un amore angosciato, attraversato dall'ansia che la famiglia abbia bisogno di lui, preoccupato dell'unione dei figli con la madre, trepidante per il nipotino Luca, di due anni. Ma anche tormentate dal soprassalto di un piccolo cruccio materiale ("controllare che il gas sia spento", "ritirare una camicia in lavanderia", cercare la busta con lo stipendio "al solito posto", incassare "un assegno firmato e non riscosso", "accelerare la vendita dell'appartamento di Nonna").
Dalla prigione Moro guida i figli. Ad Agnese chiede di "far compagnia" alla madre la sera "stando al mio posto nel letto", a Giovanni dice "dolcemente di provare a fare un esame per amor mio". Al piccolo Luca "ogni tenerezza", chiedendo agli adulti di casa "di raccogliere le voci e qualche foto". Mentre il paesaggio della politica si sfuoca e si allontana, l'orizzonte familiare invade la cella brigatista. "Parla sempre della famiglia", dicono tra loro i terroristi in cucina. E scrive. "Mia carissima Noretta, puoi comprendere come mi manchiate tutti e come passi ore ed ore ad immaginarvi, a ritrovarvi, ad accarezzarvi. Spero che anche voi mi ricordiate, ma senza farne un dramma. È la prima volta dopo 33 anni che passiamo Pasqua disuniti e il trentatreesimo di matrimonio sarà senza incontro tra noi. Spero che, mancando io, Anna ti porti i fiori di giunchiglie. Quando si rompe il ritmo delle cose, esse nella loro semplicità risplendono come oro nel mondo".
Vuole rassicurare, con notizie pratiche sulla sua poca vita, interamente prigioniera. "Io sono qui in discreta salute, beneficiando di un'assistenza umana ed anche molto premurosa. Il cibo è abbondante e sano, mangio un po' più di farinacei, non mancano mucchietti di appropriate medicine". Ma poi rispunta il buio del sequestro, del passamontagna, del processo, delle armi. "Per quanto mi riguarda non ho previsioni né progetti, ma fido in Dio che non mi ha mai abbandonato". Chiede una Bibbia, legge i salmi. Poi, mercoledì 5 aprile, torna a scrivere. È il testamento.