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Dio perdona ma Cesare castiga

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23 aprile 1978


Raramente, nel suo pur lungo pontificato, Paolo VI aveva saputo trovare accenti così alti come quelli che abbiamo letto nella sua lettera alle Brigate rosse. Gli accenti del Buon Pastore alla ricerca della pecora smarrita sul monte, dove le pecore smarrite in questo caso sono due: la vittima in pericolo di vita e i carnefici che stanno perdendo nella ferocia la vita dello spirito. E com’è giusto per il Buon Pastore, la sua sollecitudine di cristiano è più rivolta ai carnefici che alla vittima, più ai peccatori che al condannato innocente.

C’è anche, nella lettera di Paolo VI, molta sapienza politica e diplomatica: laddove chiede la liberazione del prigioniero «senza condizioni» – marcando con ciò la stretta neutralità della Santa Sede rispetto al problema delle trattative, che è tutto di pertinenza italiana – e laddove accenna all’impossibilità per lui di m…
23 aprile 1978


Raramente, nel suo pur lungo pontificato, Paolo VI aveva saputo trovare accenti così alti come quelli che abbiamo letto nella sua lettera alle Brigate rosse. Gli accenti del Buon Pastore alla ricerca della pecora smarrita sul monte, dove le pecore smarrite in questo caso sono due: la vittima in pericolo di vita e i carnefici che stanno perdendo nella ferocia la vita dello spirito. E com’è giusto per il Buon Pastore, la sua sollecitudine di cristiano è più rivolta ai carnefici che alla vittima, più ai peccatori che al condannato innocente.

C’è anche, nella lettera di Paolo VI, molta sapienza politica e diplomatica: laddove chiede la liberazione del prigioniero «senza condizioni» – marcando con ciò la stretta neutralità della Santa Sede rispetto al problema delle trattative, che è tutto di pertinenza italiana – e laddove accenna all’impossibilità per lui di mettersi in contatto coi rapitori di Moro – che è un modo non equivoco di sollecitare una comunicazione diretta. Ma il tratto distintivo del documento pontificio sta nell’ispirazione morale in quel superbo “inginocchiarsi” del vicario di Cristo di fronte ai violenti, in quella dichiarazione di “amore” verso chi ha le mani lorde di sangue innocente e quindi, più d’ogni altro, ha bisogno d’essere redento.

Sia consentito dire a chi come noi non si sente legato alla Chiesa e sovente anzi l’ha combattuta per il suo temporalismo, che il Papa ci ha messo di fronte ad una grande pagina cristiana, di quelle che obbligano tutti a pensare e consentono a tutti di sperare nel Figlio dell’Uomo. Ma la lettera del Papa ha adempiuto anche ad un’altra funzione, non meno preziosa: una funzione di paragone.

Sono molti, in questi giorni angosciosi, gli appelli ed anche, purtroppo, le lettere di varia provenienza, di vario tono, di varia destinazione. Vi abbiamo letto, di volta in volta, sincero dolore per la vicenda che tutti stiamo attraversando, accenti di pietà, sdegnosi scoppi d’ira, sanguinosi propositi di distruzione dell’ordine sociale, spietato ultimatum, imploranti richieste d’aiuto. Ma solo confrontando quei testi così diversi tra loro al documento di Paolo VI abbiamo misurato sconsolatamente l’abisso che li divide e l’incapacità di tutti i protagonisti e i comprimari di questo dramma di sollevarsi al di sopra della propria parte e di parlare parole più alte, meno imbarbarite o meno miserevoli.

 
Alcuni di coloro che in questi giorni hanno fatto del caso Moro lo strumento per operazioni politiche tendenti a dividere la coscienza nazionale ed a seminare incertezza e discordia quando più era necessaria l’unità e la fermezza, hanno avuto il pessimo gusto di iscrivere Paolo VI nel “partito delle trattative”. Misurino costoro il loro linguaggio col suo, misurino il suo rispetto per lo Stato italiano con il loro furbesco pietismo e imparino ciò che la loro tremolante coscienza di laici dovrebbe conoscere da gran tempo: e cioè che Cesare deve amministrare con la legge e Dio sa comandare con la preghiera. Né Cesare né Dio trattano coi peccatori, perché il primo li castiga, il secondo li perdona e – se può – li salva.