Come se il Parlamento della Repubblica fosse governato da un'ordinanza comunale sugli orari delle panetterie, il Movimento Cinque Stelle annuncia che sta chiudendo il forno con la Lega, per aprire quello con il Pd. Per quanto riguarda il pane, la farina è pronta: gli esperti hanno preparato i dieci punti, edulcorati e in qualche caso ribaltati rispetto alla campagna elettorale, in modo da poterli offrire uguali a entrambi i clienti, indifferentemente, purché siano disponibili a firmare il contratto d'acquisto. Il prezzo, lo fissa il fornaio: a occhio e croce è disposto, sorridendo, a cedere ministeri importanti a un partito pronto a giocare il ruolo da junior partner, a consacrare i grillini come forza di governo e a portare Di Maio a Palazzo Chigi. Ciò che trasforma una vittoria mutilata in una strana rivoluzione, andata in porto perché gli assediati hanno aperto di notte le porte del Palazzo. L'altra metà della rivoluzione per or…
Come se il Parlamento della Repubblica fosse governato da un'ordinanza comunale sugli orari delle panetterie, il Movimento Cinque Stelle annuncia che sta chiudendo il forno con la Lega, per aprire quello con il Pd. Per quanto riguarda il pane, la farina è pronta: gli esperti hanno preparato i dieci punti, edulcorati e in qualche caso ribaltati rispetto alla campagna elettorale, in modo da poterli offrire uguali a entrambi i clienti, indifferentemente, purché siano disponibili a firmare il contratto d'acquisto. Il prezzo, lo fissa il fornaio: a occhio e croce è disposto, sorridendo, a cedere ministeri importanti a un partito pronto a giocare il ruolo da junior partner, a consacrare i grillini come forza di governo e a portare Di Maio a Palazzo Chigi. Ciò che trasforma una vittoria mutilata in una strana rivoluzione, andata in porto perché gli assediati hanno aperto di notte le porte del Palazzo. L'altra metà della rivoluzione per ora è ferma ai box. Salvini deve infatti introiettare il berlusconismo per poterlo superare ereditandolo.
Il Cavaliere è stato troppe volte pitone per non capire oggi di essere diventato cavia, a casa sua: ma appunto per esperienza sa che i tempi di digestione politica sono lenti e gli lasciano lo spazio per una finzione residua di sovranità marginale, ma senza più una politica autonoma. Se Salvini lo convincesse ad astenersi davanti a un governo M5S-Lega, finirebbe per benedire un'alleanza populista. Se restassero insieme all'opposizione, camminerebbe nella scia di un leader sovranista: dei tanti radicalismi di destra che Berlusconi ha suscitato e interpretato, quello non è il suo.
Fino a due giorni fa, invece, Salvini e Di Maio erano l'uno il miglior partner dell'altro, stando alle promesse che si scambiavano, ai complimenti, alle rassicurazioni. Non sappiamo se il dialogo è interrotto definitivamente, o se riprenderà. Ma resta il fatto che tutta la prima fase della nuova legislatura è girata intorno a questo asse tra i due partiti anti-sistema premiati dal voto. Nelle nomine istituzionali e nelle indicazioni politiche delle prime settimane di consultazioni è infatti emersa una preferenza reciproca, una tendenza bipolare, una sorta di linea politica che cercava di affermarsi e di dare una fisionomia alla nuova legislatura su un profilo completamente diverso da quello tradizionale dei parlamenti occidentali, strutturato su destra e sinistra.
Qui l'ipotesi era quella di un fronte di ribellismo, ancora incandescente per le urla recenti della campagna elettorale. Due diversi blocchi sociali, due distinti arrembaggi, che potevano saldarsi in un unico progetto: la sostituzione. Che cosa li ha portati a cercarsi, a sfiorarsi, a inseguirsi? Una comune matrice anti-sistema, impiantata su due separati populismi. L'istinto lepenista di Salvini gli ha fatto riconoscere l'anima modernamente di destra dei grillini, veicolata in politica da una rappresentazione mimetica di sinistra. Lo spirito postmoderno di Di Maio, fuori dalla tradizione storica italiana, gli ha fatto cercare con la Lega quel Big Bang da anno zero che prolungherebbe all'infinito la campagna elettorale, costruendo una piattaforma non di cambiamento ma di risentimento ribelle e indirizzandola contro la casta, contro l'élite, contro l'establishment. In cambio, Grillo otterrebbe l'avverarsi della profezia, il Movimento al governo, la rivoluzione simbolica. E Salvini otterrebbe la mano libera contro i migranti e contro Bruxelles, l'altra mano tesa a Orbán e a Putin: la rivoluzione reale.
Prima che tutto questo evapori, vale la pena ricordarsene: ecco il reale contenuto del forno grillino che ha lavorato giorno e notte in queste settimane. Ora, è certo possibile in politica cambiare linea quando un'ipotesi politica si esaurisce o si rivela impraticabile. Ma a patto di spiegare la svolta: altrimenti il modello non è Cavour, ma Giano bifronte. Di Maio in realtà è passato dalla teorizzazione della democrazia in un solo partito (con la demonizzazione di tutti gli altri) alla ricerca di una partnership senza spiegare che cos'era cambiato, se non la sua necessità di colmare con un'alleanza il gap di una vittoria incompleta. Poi ha continuato a proclamare la neutralità dei Cinque Stelle tra destra e sinistra. Quindi ha lavorato a un'intesa con la Lega, cioè con il sovranismo più radicale, antieuropeo e antioccidentale. E oggi si volta tranquillamente verso il Pd, come se gli alleati fossero tutti uguali, usa e getta.
Se i Cinque Stelle non cercano solo dei voti ma una politica dovrebbero scegliere un mondo, un orizzonte culturale, un sistema di valori, una ragione per un'alleanza. Sono processi politici, non forni: costruire un progetto di governo con la destra e con la sinistra non è la stessa cosa, è un'opzione tra due diverse visioni del mondo, due interpretazioni del Paese, da cui discendono programmi, priorità, impegni. La politica qualche volta è responsabilità, non soltanto proclami, bisogna scegliere. Bisogna soprattutto chiarire la propria identità, selezionare nel fascio indistinto dei consensi di protesta quelli più utili a costruire un'alleanza che possa governare il Paese nel cambiamento. Una volta, le svolte si celebravano nella pubblicità dei congressi. Oggi nessuno ha ancora spiegato, nel regno della trasparenza grillina, perché Di Maio ha cercato fino a ieri Salvini e cerca oggi il Pd, e che idea ha della sinistra italiana.
Una sinistra che sembra in ogni caso difficilmente capace di portare tutta se stessa in qualsiasi scelta sarà costretta a compiere, perché senza un baricentro, un principio di autorità, una dinamica autonoma, una direzione di marcia. Oggi in superficie si contrastano il nullismo di chi rinuncia a fare politica perché non ne ha alcuna e l'eterna pulsione democristiana con il terrore dell'opposizione. Ma in realtà è tutto il gruppo dirigente che dopo la fine di un ciclo e la slavina elettorale non sa imporsi un vero rendiconto, come deve avvenire in ogni processo democratico. Tutto è bloccato, si gioca di rimessa nel campo altrui, subalterni persino a Di Maio invece di pensare a un'autonoma proposta politica che ridefinisca le basi sociali e culturali del partito, nel rapporto con la sua gente. Lo scandalo non è che Renzi controlli la golden share democratica, ma che la controlli al buio, fuori dalla verifica degli organi di partito, quindi fuori dalla trasparenza, dalla visibilità, dal controllo degli iscritti e della pubblica opinione. Come se la politica fosse ridotta all'antimateria, utile solo per il gioco d'interdizione, nel buco nero italiano.
Il Cavaliere è stato troppe volte pitone per non capire oggi di essere diventato cavia, a casa sua: ma appunto per esperienza sa che i tempi di digestione politica sono lenti e gli lasciano lo spazio per una finzione residua di sovranità marginale, ma senza più una politica autonoma. Se Salvini lo convincesse ad astenersi davanti a un governo M5S-Lega, finirebbe per benedire un'alleanza populista. Se restassero insieme all'opposizione, camminerebbe nella scia di un leader sovranista: dei tanti radicalismi di destra che Berlusconi ha suscitato e interpretato, quello non è il suo.
Fino a due giorni fa, invece, Salvini e Di Maio erano l'uno il miglior partner dell'altro, stando alle promesse che si scambiavano, ai complimenti, alle rassicurazioni. Non sappiamo se il dialogo è interrotto definitivamente, o se riprenderà. Ma resta il fatto che tutta la prima fase della nuova legislatura è girata intorno a questo asse tra i due partiti anti-sistema premiati dal voto. Nelle nomine istituzionali e nelle indicazioni politiche delle prime settimane di consultazioni è infatti emersa una preferenza reciproca, una tendenza bipolare, una sorta di linea politica che cercava di affermarsi e di dare una fisionomia alla nuova legislatura su un profilo completamente diverso da quello tradizionale dei parlamenti occidentali, strutturato su destra e sinistra.
Qui l'ipotesi era quella di un fronte di ribellismo, ancora incandescente per le urla recenti della campagna elettorale. Due diversi blocchi sociali, due distinti arrembaggi, che potevano saldarsi in un unico progetto: la sostituzione. Che cosa li ha portati a cercarsi, a sfiorarsi, a inseguirsi? Una comune matrice anti-sistema, impiantata su due separati populismi. L'istinto lepenista di Salvini gli ha fatto riconoscere l'anima modernamente di destra dei grillini, veicolata in politica da una rappresentazione mimetica di sinistra. Lo spirito postmoderno di Di Maio, fuori dalla tradizione storica italiana, gli ha fatto cercare con la Lega quel Big Bang da anno zero che prolungherebbe all'infinito la campagna elettorale, costruendo una piattaforma non di cambiamento ma di risentimento ribelle e indirizzandola contro la casta, contro l'élite, contro l'establishment. In cambio, Grillo otterrebbe l'avverarsi della profezia, il Movimento al governo, la rivoluzione simbolica. E Salvini otterrebbe la mano libera contro i migranti e contro Bruxelles, l'altra mano tesa a Orbán e a Putin: la rivoluzione reale.
Prima che tutto questo evapori, vale la pena ricordarsene: ecco il reale contenuto del forno grillino che ha lavorato giorno e notte in queste settimane. Ora, è certo possibile in politica cambiare linea quando un'ipotesi politica si esaurisce o si rivela impraticabile. Ma a patto di spiegare la svolta: altrimenti il modello non è Cavour, ma Giano bifronte. Di Maio in realtà è passato dalla teorizzazione della democrazia in un solo partito (con la demonizzazione di tutti gli altri) alla ricerca di una partnership senza spiegare che cos'era cambiato, se non la sua necessità di colmare con un'alleanza il gap di una vittoria incompleta. Poi ha continuato a proclamare la neutralità dei Cinque Stelle tra destra e sinistra. Quindi ha lavorato a un'intesa con la Lega, cioè con il sovranismo più radicale, antieuropeo e antioccidentale. E oggi si volta tranquillamente verso il Pd, come se gli alleati fossero tutti uguali, usa e getta.
Se i Cinque Stelle non cercano solo dei voti ma una politica dovrebbero scegliere un mondo, un orizzonte culturale, un sistema di valori, una ragione per un'alleanza. Sono processi politici, non forni: costruire un progetto di governo con la destra e con la sinistra non è la stessa cosa, è un'opzione tra due diverse visioni del mondo, due interpretazioni del Paese, da cui discendono programmi, priorità, impegni. La politica qualche volta è responsabilità, non soltanto proclami, bisogna scegliere. Bisogna soprattutto chiarire la propria identità, selezionare nel fascio indistinto dei consensi di protesta quelli più utili a costruire un'alleanza che possa governare il Paese nel cambiamento. Una volta, le svolte si celebravano nella pubblicità dei congressi. Oggi nessuno ha ancora spiegato, nel regno della trasparenza grillina, perché Di Maio ha cercato fino a ieri Salvini e cerca oggi il Pd, e che idea ha della sinistra italiana.
Una sinistra che sembra in ogni caso difficilmente capace di portare tutta se stessa in qualsiasi scelta sarà costretta a compiere, perché senza un baricentro, un principio di autorità, una dinamica autonoma, una direzione di marcia. Oggi in superficie si contrastano il nullismo di chi rinuncia a fare politica perché non ne ha alcuna e l'eterna pulsione democristiana con il terrore dell'opposizione. Ma in realtà è tutto il gruppo dirigente che dopo la fine di un ciclo e la slavina elettorale non sa imporsi un vero rendiconto, come deve avvenire in ogni processo democratico. Tutto è bloccato, si gioca di rimessa nel campo altrui, subalterni persino a Di Maio invece di pensare a un'autonoma proposta politica che ridefinisca le basi sociali e culturali del partito, nel rapporto con la sua gente. Lo scandalo non è che Renzi controlli la golden share democratica, ma che la controlli al buio, fuori dalla verifica degli organi di partito, quindi fuori dalla trasparenza, dalla visibilità, dal controllo degli iscritti e della pubblica opinione. Come se la politica fosse ridotta all'antimateria, utile solo per il gioco d'interdizione, nel buco nero italiano.