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Una classe dirigente per superare lo stallo

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Quello che accade alla destra italiana dopo la solfa con Di Maio tiene in ballo soprattutto Silvio Berlusconi. Con lui, Salvini e Meloni la destra ha un peso elettorale di oltre il 36 per cento. Le recenti elezioni amministrative a Campobasso e quelle che verranno in Friuli Venezia Giulia daranno probabilmente alla destra la vittoria con un afflusso di voti nettamente maggiore delle votazioni precedenti. La destra è dunque l'alleanza più forte ma l'accordo con i Cinque Stelle è ormai del tutto caduto, sicché da sola non può governare.

Aggiungo che Berlusconi non parla di destra ma di centrodestra. Sembra una sottigliezza ma non lo è affatto: il centro è lui, con tutte le eventuali conseguenze che ne derivano. Salvini le conosce e non balla di gioia. Di fatto è lui che dipende da Berlusconi e non viceversa. L'esempio di Marine Le Pen gli dimostra la sua sorte: un partito rinnovato e votato da un'opinione pubblica …
Quello che accade alla destra italiana dopo la solfa con Di Maio tiene in ballo soprattutto Silvio Berlusconi. Con lui, Salvini e Meloni la destra ha un peso elettorale di oltre il 36 per cento. Le recenti elezioni amministrative a Campobasso e quelle che verranno in Friuli Venezia Giulia daranno probabilmente alla destra la vittoria con un afflusso di voti nettamente maggiore delle votazioni precedenti. La destra è dunque l'alleanza più forte ma l'accordo con i Cinque Stelle è ormai del tutto caduto, sicché da sola non può governare.

Aggiungo che Berlusconi non parla di destra ma di centrodestra. Sembra una sottigliezza ma non lo è affatto: il centro è lui, con tutte le eventuali conseguenze che ne derivano. Salvini le conosce e non balla di gioia. Di fatto è lui che dipende da Berlusconi e non viceversa. L'esempio di Marine Le Pen gli dimostra la sua sorte: un partito rinnovato e votato da un'opinione pubblica esistente soltanto in alcune regioni del Paese. La Francia è in Europa. Salvini è amico di Le Pen ma il loro destino, nell'attuale stato di fatto, non è eguale. L'avvenire del capo della Lega riserva qualche sorpresa, come spesso avviene a chi è alleato con i centristi. Del resto le sorprese di Silvio, ormai ottantenne, lo hanno caratterizzato politicamente fin da quando si accingeva ad occuparsi di politica nel 1992 per diventare presidente del consiglio nel 1994. La storia politica berlusconiana è stata molto varia.

A a volte capo del governo, altre volte ruota volte capo del governo, altre volte ruota di scorta, subissato da processi di varia natura e di diverso esito. Più volte condannato, altre volte prescritto, ineleggibile, importanti capitali nascosti in luoghi sconosciuti, reti televisive molto ampie e contatti internazionali in tutto il mondo, perfino con Putin con il quale non c'era interesse politico ma economico dei capitali guadagnati in comune con l'oleodotto petrolifero e poi scomparsi alla vista, o almeno così si dice. Questo è il centro della destra italiana. Poi c'è anche il neo-fascismo di CasaPound e dintorni, ma quello lasciamolo perdere, è roba vecchia e polverosa.

C'è un'altra forza che merita d'essere esaminata: sono i Cinque stelle, che prima cambieranno nome e meglio sarà; di costellazioni ce n'è un'infinità e suonano meglio all'orecchio. A cominciare da quella di Arianna e del suo "filo rosso" che segna la storia del destino.

Le vicende di quel movimento cominciarono con il comico Beppe Grillo, che fino a quel momento aveva avuto molto pubblico divertito ai suoi spettacoli. Dieci anni fa tuttavia la politica cominciò ad interessarlo e lui cambiò il colore della sua comicità. Di obiettivi ne aveva uno solo: doveva distruggere le classi dirigenti. Questo era il suo divertimento, una comicità politica o se meglio volete una politica alquanto comica, con un obiettivo molto preciso e unico che era appunto la distruzione delle classi dirigenti, non importa di quale colore politico: potevano essere di estrema destra o di estrema sinistra ma era la classe dirigente l'obiettivo della comicità politica di Grillo. Questo fu il grillismo e cioè un populismo purissimo dove chi aderiva a quel movimento non riusciva neppure a concepire l'esistenza di classi dirigenti. Grillo infatti era solo: lui e il suo popolo populista.

Col passar del tempo però Grillo ha capito che il populismo non riesce ad andare avanti se non produce un salto di qualità nella società in cui opera. Nella specifica fattispecie grillina il salto di qualità non è mai avvenuto perché nessuna delle classi dirigenti è saltata. Grillo deve essersi stancato di vedere che il suo populismo non è avanzato di un passo e non ha neppure contribuito a migliorare le classi dirigenti esistenti. Queste sono tuttora dedite a un capitalismo di pessima qualità, intessuto da imbrogli e malaffare. Ma di fatto il peggioramento è avvenuto dovunque, contagiando perfino le banche. Nel 1929 ci fu in America una tempesta che poi arrivò in Europa e nel mondo intero e lo sconvolse. Poi ci fu una guerra mondiale che spostò gli obiettivi da quelli economici e politici a quelli militari. A vittoria avvenuta il capitalismo sembrò rinascere su basi nuove e molto più sane. In parte fu così, ma in parte no e fu proprio a causa di questi grossi difetti che nel 2007 è scoppita crisi e nel 2008 ha invaso nuovamente l'Europa. Sarà un destino, ma il capitalismo alterna con sempre crescente violenza pregi e difetti del sistema e dei suoi effetti sulla domanda, sul risparmio, sui tassi di cambio, sull'occupazione. Questa storia non è nuova. Anzi, con altri mezzi e ad altri sistemi è cominciata molto anticamente ed è proseguita, cambiando di forma non di sostanza.

In Italia da molti anni le classi dirigenti non esistono più salvo, forse, nel settore bancario nel bene e nel male. Salvini, Meloni, Berlusconi, cioè la destra e il centro nella loro vera natura non hanno classi dirigenti ma singole persone che li aiutano a portare a compimento i loro obiettivi politici. I Cinque stelle si trovano in analoghe condizioni; Beppe Grillo, come abbiamo già detto, era un populista che voleva distruggere le classi dirigenti. Di Maio tuttavia, una volta che è riuscito ad approfittare d'un Grillo ormai stanco di quello che aveva fatto, ha avuto come prima intenzione quella di trasformare il movimento in un partito, non più con un obiettivo populista, anzi con un obiettivo opposto. Un partito ha una visione politica, dei valori e degli ideali da difendere, combattendo altri valori e ideali contrapposti. Questa è la finalità sostanziale della politica e Di Maio ha creato un partito che comincia a considerarla come sistema. Ha una classe dirigente? No. È nato politicamente solo e finora tale è rimasto salvo una dozzina di amici che la pensano come lui e con lui lavorano, a cominciare da Di Battista e pochi altri.

Il vero motivo per il quale Di Maio vuole diventare presidente del Consiglio è esattamente questo: non ha alle sue spalle un folto gruppo politicamente preparato; di fatto è solo e per guidare un governodeve necessariamente avvalersi di un gruppo di collaboratori competenti in singole materie. Ne ha già scelti una trentina: avvocati, bancari, esperti di varie professioni applicabili a specifici ministeri ma non alla politica. Quella cui pensa Di Maio è una politica sottomessa al vertice della quale c'è un capo che pensa e decide. È questo il sistema democratico? No, ma non è soltanto Di Maio che versa in queste condizioni. Sono le stesse di Salvini e della Meloni. Non di Berlusconi e non di Renzi. Anche loro comandano da soli. Ognuno con il suo metodo e le sue finalità, ma si nascondono dietro un apparato che non è poi del tutto sprovvisto di competenze politiche. Segue il Capo ma influisce sulle sue decisioni. Per Berlusconi potremo fare il nome di Fedele Confalonieri, ma non è certo il solo. Quanto a Renzi un apparato c'è ma le sue qualità sono piuttosto scarse. Renziper un lungo periodo ha governato abbastanza bene e non da solo.
Questo quadro comunque non è affatto encomiabile per il nostro Paese, salvo che abbiamo dimenticato che la situazione reale contiene due punti di forza che sono l'unica e vera possibilità di uscire da questa sorta di imbuto nel quale la vita politica italiana è precipitata ed uscirne con la massima dignità ed efficacia. Sono due personalità che possono guidare il Paese verso una situazione di chiarimento e miglioramento: uno è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l'altro è il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Siamo senza governo? Niente affatto.

Abbiamo un governo privo di poteri e dedicato solo all'ordinaria amministrazione? E così ma l'esecutivo non è affatto privo di poteri; l'ordinaria amministrazione non è cosa da poca ma ogni emergenza il governo in carica deve affrontarla e infatti così accade, sicché Gentiloni è in effetti il capo di un governo operante e Sergio Mattarella ha tutti i poteri che il presidente della Repubblica possiede per Costituzione, tra i quali c'è quello di tenere in piedi un governo finché non scorga alternative possibili e migliori. Se così non è, se quelle alternative non sono ancora mature, quella che c'è può andare avanti tranquillamente fino al 2019 e soltanto allora si possono affrontare nuove elezioni avendo fatto nel frattempo tutto il possibile finché la nascita di un altro governo con una classe dirigente matura ne prenda il posto.

Che cosa farà Di Maio se questa è la situazione che ha davanti? Se vede con chiarezza il presente e il futuro prossimo, Di Maio dovrebbe uscire dalla solitudine politica, costruire una classe dirigente pienamente addestrata, avere una chiara visione di che cosa sia una democrazia liberale e prepararsi. Nel suo futuro governo Gentiloni potrebbe tornare al ministero degli Esteri dove ha sempre dato il meglio di sé, Minniti potrebbe restare agli Interni e alla politica dell'immigrazione e il resto dovrebbe essere Di Maio a colmarlo con collaboratori che non abbiano più nulla di grillino e rappresentino una sinistra moderna appoggiandosi a quel Partito democratico che dovrebbe riacquistare pienamente la sua natura che dette il meglio di sé quando fu lanciato l'Ulivo di Prodi e il Partito democratico di Walter Veltroni.

Non dimentichi Di Maio che l'Italia non è soltanto una nazione ma è uno degli Stati dell'Unione e si ponga anche il problema che l'Unione attuale deve essere rafforzata e addirittura condotta verso una federazione. Il rafforzamento europeo è necessario. Se Di Maio dovrà governare questi problemi dovrà averli studiati prendendo anche contatto fin d'ora con le personalità europee di maggiore spicco in ciascuno dei diciannove Paesi dell'eurozona.

Insomma Di Maio è la vera soluzione del futuro se non continua a pensare all'immediato ma comincia a preparare se stesso e il suo partito. L'Italia ha avuto due grandi classi dirigenti che hanno guidato il Paese in tutta la seconda metà dello scorso secolo: quella democristiana, guidata da Aldo Moro e quella comunista guidata da Palmiro Togliatti e poi da Enrico Berlinguer. Entrambe quelle classi dirigenti contavano su centinaia di persone che venivano elette dal congresso del partito e costituivano il Comitato centrale. Quella era la classe dirigente: pochi molto preparati che avevano il compito di pensare e soddisfare l'interesse dei molti, cioè del popolo sovrano che li aveva eletti.

Bisogna ritornare a qualche cosa di simile che dopo di allora non c'è più stato. Di Maio ha un anno per prepararsi e così pure il Partito democratico ha altrettanto tempo per tornare unito e appoggiare il Gentiloni di oggi e il Di Maio di domani. Il Pd deve ricreare anche lui una classe dirigente e le due unite affronteranno i prossimi decenni. Questo ci auguriamo.