Il sequestro Moro e il partito della famiglia
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARI
30 aprile 1978
Le lettere di Moro dal carcere possono avere molti fini e prestarsi a molti usi, ma dopo l’ultima pubblicata ieri dal “Messaggero” una cosa è certa: la vita del leader dc, almeno per ora, non corre rischi sicché, da questo punto di vista, possiamo tirare un respiro di sollievo. Quando i suoi carcerieri emisero il comunicato con la condanna a morte e poi ribadirono, pochi giorni dopo, che l’esecuzione sarebbe stata immediata se il governo non avesse accettato di trattare lo scambio dei tredici terroristi detenuti, si temé che la tragedia precipitasse nel giro di poche ore di fronte all’inevitabile risposta negativa da parte degli organi di Stato. Passarono giorni di silenzio e d’angoscia per tutti. Ma ora sappiamo che la drammaticità si è attenuata e i tempi sono diventati lunghi. Lo si desume in modo sicuro dal tono e dal contenuto dell’ultima lettera, lo dicono gli stessi familiari ed amici: …
Le lettere di Moro dal carcere possono avere molti fini e prestarsi a molti usi, ma dopo l’ultima pubblicata ieri dal “Messaggero” una cosa è certa: la vita del leader dc, almeno per ora, non corre rischi sicché, da questo punto di vista, possiamo tirare un respiro di sollievo. Quando i suoi carcerieri emisero il comunicato con la condanna a morte e poi ribadirono, pochi giorni dopo, che l’esecuzione sarebbe stata immediata se il governo non avesse accettato di trattare lo scambio dei tredici terroristi detenuti, si temé che la tragedia precipitasse nel giro di poche ore di fronte all’inevitabile risposta negativa da parte degli organi di Stato. Passarono giorni di silenzio e d’angoscia per tutti. Ma ora sappiamo che la drammaticità si è attenuata e i tempi sono diventati lunghi. Lo si desume in modo sicuro dal tono e dal contenuto dell’ultima lettera, lo dicono gli stessi familiari ed amici: …
30 aprile 1978
Le lettere di Moro dal carcere possono avere molti fini e prestarsi a molti usi, ma dopo l’ultima pubblicata ieri dal “Messaggero” una cosa è certa: la vita del leader dc, almeno per ora, non corre rischi sicché, da questo punto di vista, possiamo tirare un respiro di sollievo. Quando i suoi carcerieri emisero il comunicato con la condanna a morte e poi ribadirono, pochi giorni dopo, che l’esecuzione sarebbe stata immediata se il governo non avesse accettato di trattare lo scambio dei tredici terroristi detenuti, si temé che la tragedia precipitasse nel giro di poche ore di fronte all’inevitabile risposta negativa da parte degli organi di Stato. Passarono giorni di silenzio e d’angoscia per tutti. Ma ora sappiamo che la drammaticità si è attenuata e i tempi sono diventati lunghi. Lo si desume in modo sicuro dal tono e dal contenuto dell’ultima lettera, lo dicono gli stessi familiari ed amici: Moro scrive duro ma calmo, polemizza con Zaccagnini, attacca i comunisti, loda Craxi e lo incita, convoca il consiglio nazionale del suo partito…
Una complessa manovra politica è in corso e Moro ne è l’insostituibile protagonista. Se lo uccidessero adesso, le Br perderebbero l’arma principale di cui dispongono. Perché – ecco la novità prodotta dall’ultima lettera – fino a ieri Moro era un ostaggio prezioso da scambiare con qualche altra cosa, ma da ieri è soprattutto una forza attiva che – se bene impiegata – può dare un notevole contributo allo scardinamento dei quadro politico. La destabilizzazione finora era affidata soltanto al terrorismo e all’emozione “oggettiva” che gli attentati potevano provocare. Da questo punto di vista il rapimento di Moro e la strage della sua scorta furono l’apice di quella escalation. Probabilmente i terroristi puntarono sul contraccolpo, su misure eccezionali, sullo stato d’assedio e sul conseguente scatenamento della piazza, o meglio del movimento armato che gravita attorno a loro.
Andata a vuoto quell’aspettativa, hanno puntato su un altro tipo di destabilizzazione, più sottile, in un certo senso più insidiosa, quasi parlamentare. In questo nuovo quadro della loro strategia il ruolo di Moro è profondamente mutato.È diventato un ruolo attivo. Senza di lui la manovra non potrebbe esser condotta avanti. Quindi deve vivere e deve collaborare. Infatti collabora, non sappiamo sotto il peso di quali costrizioni psicologiche.
Qual è il tema della manovra? Sta scritto in modo esplicito nelle lettere di Moro e nell’ultima in particolare: rompere l’attuale maggioranza parlamentare, sospingere il Pci all’opposizione, rovesciare Zaccagnini e l’attuale gruppo di vertice della Dc. Infatti Moro fa appello nel suo partito al gruppo dei “cento”, fa appello a quella parte della gerarchia ecclesiastica che ha firmato l’appello di “Febbraio 74”, fa appello soprattutto a Craxi. Il problema scambio o non scambio di prigionieri sembra addirittura diventato secondario. Il tema è un altro: è la rottura del quadro politico attuale, le dimissioni di Andreotti e di Cossiga, la reazione – a quel punto inevitabile – delle forze di polizia, la spaccatura del paese in due.
Il segretario del Psi torna ancora oggi a ripetere, nella seconda intervista che ci ha accordato nel giro di 48 ore, di non aver alcuna intenzione di mettere in crisi il governo. Che senso ha un’affermazione di questo genere, fatta mentre lo stesso segretario del Psi trasmette alla Dc una seria di proposte che, nonostante ogni mascheramento, altro non sono che l’inizio d’un negoziato coi terroristi se non addirittura di un cedimento unilaterale alle loro pretese? E non è Curcio che, dietro alle sbarre del gabbione di Torino, ha indicato i punti della “sua” riforma carceraria? Non è l’avvocato socialista Guiso il “postino” tra la segreteria del Psi e i brigatisti detenuti? Non è lo stesso Moro che incoraggia Craxi a proseguire?
Basta questo semplicissimo ragionamento per capire quanto sta avvenendo: se Moro spinge Craxi, vuol dire che Craxi, secondo le Br che guidano la mano di Moro, è sulla giusta strada dal loro punto di vista. E perché lo è? Perché tutta la sua iniziativa, al di là delle intenzioni che sono certamente purissime, non ha altro effetto che di destabilizzare la situazione politica del paese.
Il segretario socialista non pare accorgersi di questi pericoli. Dice: noi non rifiutiamo che si discutano le nostre posizioni. Ma non sembra tener in alcun conto le osservazioni che – almeno con la stessa sua buona fede – gli vengono mosse. E intanto fa proseliti. L’ultimo adepto è il segretario generale della Cisl, Macario, tornato di fresco da un viaggio politico in Usa e appena reduce da violenti attacchi contro la Cgil. Tutto ciò è francamente assai sospetto.
Comunque, da ieri la situazione politica italiana è profondamente cambiata. Di contro alla maggioranza parlamentare è nato il partito della famiglia, coi suoi leader politici, i suoi plenipotenziari, i suoi organi di stampa, la sua rappresentanza parlamentare che comprende perfino Marco Pannella. Moro guida da lontano. Lo scollamento a questo punto è completo. Il solo aspetto positivo è che, finché lo scollamento aumenta, la vita di Moro è certamente al sicuro.
Le lettere di Moro dal carcere possono avere molti fini e prestarsi a molti usi, ma dopo l’ultima pubblicata ieri dal “Messaggero” una cosa è certa: la vita del leader dc, almeno per ora, non corre rischi sicché, da questo punto di vista, possiamo tirare un respiro di sollievo. Quando i suoi carcerieri emisero il comunicato con la condanna a morte e poi ribadirono, pochi giorni dopo, che l’esecuzione sarebbe stata immediata se il governo non avesse accettato di trattare lo scambio dei tredici terroristi detenuti, si temé che la tragedia precipitasse nel giro di poche ore di fronte all’inevitabile risposta negativa da parte degli organi di Stato. Passarono giorni di silenzio e d’angoscia per tutti. Ma ora sappiamo che la drammaticità si è attenuata e i tempi sono diventati lunghi. Lo si desume in modo sicuro dal tono e dal contenuto dell’ultima lettera, lo dicono gli stessi familiari ed amici: Moro scrive duro ma calmo, polemizza con Zaccagnini, attacca i comunisti, loda Craxi e lo incita, convoca il consiglio nazionale del suo partito…
Una complessa manovra politica è in corso e Moro ne è l’insostituibile protagonista. Se lo uccidessero adesso, le Br perderebbero l’arma principale di cui dispongono. Perché – ecco la novità prodotta dall’ultima lettera – fino a ieri Moro era un ostaggio prezioso da scambiare con qualche altra cosa, ma da ieri è soprattutto una forza attiva che – se bene impiegata – può dare un notevole contributo allo scardinamento dei quadro politico. La destabilizzazione finora era affidata soltanto al terrorismo e all’emozione “oggettiva” che gli attentati potevano provocare. Da questo punto di vista il rapimento di Moro e la strage della sua scorta furono l’apice di quella escalation. Probabilmente i terroristi puntarono sul contraccolpo, su misure eccezionali, sullo stato d’assedio e sul conseguente scatenamento della piazza, o meglio del movimento armato che gravita attorno a loro.
Andata a vuoto quell’aspettativa, hanno puntato su un altro tipo di destabilizzazione, più sottile, in un certo senso più insidiosa, quasi parlamentare. In questo nuovo quadro della loro strategia il ruolo di Moro è profondamente mutato.È diventato un ruolo attivo. Senza di lui la manovra non potrebbe esser condotta avanti. Quindi deve vivere e deve collaborare. Infatti collabora, non sappiamo sotto il peso di quali costrizioni psicologiche.
Qual è il tema della manovra? Sta scritto in modo esplicito nelle lettere di Moro e nell’ultima in particolare: rompere l’attuale maggioranza parlamentare, sospingere il Pci all’opposizione, rovesciare Zaccagnini e l’attuale gruppo di vertice della Dc. Infatti Moro fa appello nel suo partito al gruppo dei “cento”, fa appello a quella parte della gerarchia ecclesiastica che ha firmato l’appello di “Febbraio 74”, fa appello soprattutto a Craxi. Il problema scambio o non scambio di prigionieri sembra addirittura diventato secondario. Il tema è un altro: è la rottura del quadro politico attuale, le dimissioni di Andreotti e di Cossiga, la reazione – a quel punto inevitabile – delle forze di polizia, la spaccatura del paese in due.
Il segretario del Psi torna ancora oggi a ripetere, nella seconda intervista che ci ha accordato nel giro di 48 ore, di non aver alcuna intenzione di mettere in crisi il governo. Che senso ha un’affermazione di questo genere, fatta mentre lo stesso segretario del Psi trasmette alla Dc una seria di proposte che, nonostante ogni mascheramento, altro non sono che l’inizio d’un negoziato coi terroristi se non addirittura di un cedimento unilaterale alle loro pretese? E non è Curcio che, dietro alle sbarre del gabbione di Torino, ha indicato i punti della “sua” riforma carceraria? Non è l’avvocato socialista Guiso il “postino” tra la segreteria del Psi e i brigatisti detenuti? Non è lo stesso Moro che incoraggia Craxi a proseguire?
Basta questo semplicissimo ragionamento per capire quanto sta avvenendo: se Moro spinge Craxi, vuol dire che Craxi, secondo le Br che guidano la mano di Moro, è sulla giusta strada dal loro punto di vista. E perché lo è? Perché tutta la sua iniziativa, al di là delle intenzioni che sono certamente purissime, non ha altro effetto che di destabilizzare la situazione politica del paese.
Il segretario socialista non pare accorgersi di questi pericoli. Dice: noi non rifiutiamo che si discutano le nostre posizioni. Ma non sembra tener in alcun conto le osservazioni che – almeno con la stessa sua buona fede – gli vengono mosse. E intanto fa proseliti. L’ultimo adepto è il segretario generale della Cisl, Macario, tornato di fresco da un viaggio politico in Usa e appena reduce da violenti attacchi contro la Cgil. Tutto ciò è francamente assai sospetto.
Comunque, da ieri la situazione politica italiana è profondamente cambiata. Di contro alla maggioranza parlamentare è nato il partito della famiglia, coi suoi leader politici, i suoi plenipotenziari, i suoi organi di stampa, la sua rappresentanza parlamentare che comprende perfino Marco Pannella. Moro guida da lontano. Lo scollamento a questo punto è completo. Il solo aspetto positivo è che, finché lo scollamento aumenta, la vita di Moro è certamente al sicuro.