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(lapresse)

Il Pd non è una proprietà personale

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Un partito senza leadership, né individuale né collettiva. L'emblema italiano della crisi della sinistra. Che ha attraversato come un'onda l'Europa e ha raggiunto il nostro Paese. Una crisi di identità ma anche di classe dirigente. Incapace di mettere in moto il più fisiologico dei sistemi con cui si selezionano le linee di comando: il ricambio. Con un personale politico privo del senso di realtà o intorpidito dalla paura. Il Pd sta affrontando la crisi istituzionale più pesante degli ultimi 25 anni mostrando tutti i suoi affanni. Imbalsamato dalle dimissioni posticce di Matteo Renzi e dalla incapacità di presentare un'alternativa. Passando così dal potere carismatico tipico di questa stagione all'assenza di potere.

L'ex segretario è stato battuto da almeno due voti nazionali, quello del 4 marzo e quello referendario del 4 dicembre 2016. "Mi dimetto, ma non mollo", ha detto. E in quella f…
Un partito senza leadership, né individuale né collettiva. L'emblema italiano della crisi della sinistra. Che ha attraversato come un'onda l'Europa e ha raggiunto il nostro Paese. Una crisi di identità ma anche di classe dirigente. Incapace di mettere in moto il più fisiologico dei sistemi con cui si selezionano le linee di comando: il ricambio. Con un personale politico privo del senso di realtà o intorpidito dalla paura. Il Pd sta affrontando la crisi istituzionale più pesante degli ultimi 25 anni mostrando tutti i suoi affanni. Imbalsamato dalle dimissioni posticce di Matteo Renzi e dalla incapacità di presentare un'alternativa. Passando così dal potere carismatico tipico di questa stagione all'assenza di potere.

L'ex segretario è stato battuto da almeno due voti nazionali, quello del 4 marzo e quello referendario del 4 dicembre 2016. "Mi dimetto, ma non mollo", ha detto. E in quella frase ci sono tutte le contraddizioni di questa fase. Un partito non è un'azienda, non è un capitale a disposizione di chi lo detiene o l'ha detenuto. È o dovrebbe essere una comunità che condivide valori e obiettivi. Quella comunità ha la precedenza sulle ambizioni personali e un vero leader sa sacrificarsi per il suo successo. In questo caso per la sua sopravvivenza. Renzi, invece, in questi due mesi ha fatto l'esatto contrario. Anche solo un semestre sabbatico di silenzio gli avrebbe fatto bene. La sua preoccupazione è stata quella di dimostrare che le sue dimissioni erano finte, che senza di lui il Pd non poteva che rimanere bloccato.

Una leadership dimissionata ma tenuta in vita artificialmente dai veti e da chi si è giovato finora del suo ruolo. Da quel gruppo di eletti che sa di non avere vita autonoma senza di lui e che rischia di doversi tuffare improvvisamente nell'oceano dell'indifferenza.

Walter Veltroni, ad esempio, quando lasciò la segreteria nel 2008 dopo aver conquistato ben oltre il 30 per cento dei voti ebbe un comportamento diverso. Ma questa è solo una parte della patologia che affligge i Democratici. L'altra riguarda il suo intero gruppo dirigente. Le leadership non si ereditano, non si raccolgono per gentile concessione del precedente detentore. Si conquistano. Anche con violenza politica. I precedenti della storia sono fulgidi esempi. Basta ricordare come una giovane Angela Merkel nel 1999 liquidò Helmut Kohl con un articolo velenosissimo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Eppure si trattava del suo "padrino" nella Cdu, non uno qualsiasi ma il padre della Germania riunificata. O è sufficiente rammentare come Renzi archiviò la stagione di Bersani ed Enrico Letta. Certo non con cortesia o confidando sulla loro accondiscendenza. Ma la politica è questa. Come direbbe Rino Formica è "sangue e merda".

Renzi allora non è più il leader ma nessuno si propone di sostituirlo. Nessuno lo ha sfidato apertamente. E questo brodo di incertezze non fa altro che corroborare la resilienza aggressiva dell'ex segretario. Persino la più italica delle consuetudini, la corsa a salire sul carro dei vincitori, è sospesa. Non perché d'un tratto le abitudini siano cambiate, solo perché nessuno sa dove si trovi il carro, ossia chi vincerà o chi potrà vincere. Il risultato è semplice: il Pd è cristallizzato e impotente. Sta surgelando il 20 per cento dei consensi sulla scorta di un passato luminoso e di un futuro tenebroso. Una specie di paralisi necrotica. Per ora così assomiglia a uno strano ircocervo: due partiti in uno. Che non si riconoscono e non si rispettano. Entrambi senza leader.

Perché i leader sono tali se dimostrano di cogliere la realtà e di trovare i compromessi in base a essa. Se riconoscono di poter svolgere un ruolo anche senza comandare. Se osservano le regole della comunità che rappresentano e ne accettano le decisioni senza dire "allora me ne vado" o "mi bastano 5 senatori per far saltare tutto".
Renzi chiese il rispetto di questo principio al suo partito quando fu votata in Parlamento la riforma costituzionale e quella elettorale. Quelle regole, però, sembrano non valere più. E il rischio di un'ennesima ridicola scissione - stavolta magari muovendosi verso destra smentendo una tradizione quasi secolare - è solo la premessa per porre fine all'ultima consistente esperienza riformista in Italia.