A questo punto della crisi politica italiana il tempo è maturo per un diretto intervento del Presidente della Repubblica. È lui stesso che lo ha lasciato intendere: ci vuole un governo istituzionale che guidi il Paese per un periodo di tempo non lungo, costruito in modo che tutti si sentano rappresentati o almeno tutelati nei loro diritti fondamentali. Tutti. Che cosa significa in questo caso una parola simile? Anzitutto il popolo, i cittadini elettori, gli italiani insomma, che spesso non s'interessano attivamente della politica ma sono comunque sensibili alla tutela dei loro diritti. E poi la classe politica: i partiti, i membri delle Camere, i sindacati, le associazioni industriali, le Camere di commercio, insomma le classi dirigenti di ogni genere e tipo.
Ecco: questo dovrebbe essere un governo che non ha una maggioranza politica, come dovrebbe avvenire in una democrazia che funzioni, con una destra e una sinistra; a volte vince l'una, a volte l'altra, s…
Ecco: questo dovrebbe essere un governo che non ha una maggioranza politica, come dovrebbe avvenire in una democrazia che funzioni, con una destra e una sinistra; a volte vince l'una, a volte l'altra, s…
A questo punto della crisi politica italiana il tempo è maturo per un diretto intervento del Presidente della Repubblica. È lui stesso che lo ha lasciato intendere: ci vuole un governo istituzionale che guidi il Paese per un periodo di tempo non lungo, costruito in modo che tutti si sentano rappresentati o almeno tutelati nei loro diritti fondamentali. Tutti. Che cosa significa in questo caso una parola simile? Anzitutto il popolo, i cittadini elettori, gli italiani insomma, che spesso non s'interessano attivamente della politica ma sono comunque sensibili alla tutela dei loro diritti. E poi la classe politica: i partiti, i membri delle Camere, i sindacati, le associazioni industriali, le Camere di commercio, insomma le classi dirigenti di ogni genere e tipo.
Ecco: questo dovrebbe essere un governo che non ha una maggioranza politica, come dovrebbe avvenire in una democrazia che funzioni, con una destra e una sinistra; a volte vince l'una, a volte l'altra, secondo il voto elettorale. Questa è la vera democrazia. Ma da noi in questo momento la vera democrazia non funziona, i partiti sono molti e assai variegati, non solo verso l'esterno ma perfino al proprio interno. La democrazia italiana non funziona più, una vera destra e una vera sinistra non ci sono. Salvini non si può definire una vera destra: non lo è sulla scena internazionale dove il suo vero amore politico è Putin. Non lo è in Italia, dove la sua sagoma è soprattutto protezionista contro ogni immigrazione.
La sua alleanza con Berlusconi è più una reciproca finzione che una realtà. Quanto alla sinistra c'è stata fino a pochi anni fa con l'Ulivo di Romano Prodi e col Partito democratico che nelle sue origini nacque con Enrico Berlinguer e poi Occhetto, D'Alema, Veltroni, Bersani, Fassino, Rutelli, Enrico Letta. Ma successivamente questa componentistica si è sfasata con l'arrivo di Renzi che ha inizialmente raccolto il 40 per cento dei voti elettorali alle elezioni europee. Poi, è stato sconfitto al referendum costituzionale (sconfitta in gran parte da lui stesso provocata poiché l'aveva trasformato in una battaglia sua personale) dove fu battuto dai "No" con oltre il 60 per cento dei voti, avendo tuttavia conservato a proprio favore quel 40 per cento che ormai sembrava una dotazione propria del Partito democratico.
Purtroppo quel 40 per cento non era affatto un consenso elettorale stabilizzato, tant'è che il 4 marzo scorso al nostro ultimo appuntamento elettorale il Pd è crollato di oltre la metà, dal 40 per cento a circa il 19. La maggior parte di questo deflusso di voti è andato nientemeno che ai grillini di Luigi Di Maio.
Quale sia stata la storia dei Cinque Stelle l'abbiamo più volte raccontata. Cominciò con Beppe Grillo una decina d'anni fa con un obiettivo molto semplice e di natura populista: la lotta contro le classi dirigenti, quale che fosse il loro colore politico. Tutto andava abbattuto e poi ricostruito, ma la natura di questa ricostruzione era del tutto ignota a Grillo e a chi ne ascoltava il vangelo populista. Sono passati dieci anni da allora e Grillo è stato accantonato da Luigi Di Maio che fino a quel momento era un giovane di cui nessuno conosceva l'esistenza se non i suoi amici che lavoravano politicamente in quel movimento che Grillo monopolizzava con la sua predicazione. A un certo punto Di Maio è emerso e Grillo è di fatto passato in seconda linea. Di Maio voleva un partito vero e proprio. Ha lavorato un anno con una decina di amici per realizzarlo e ormai l'ha ottenuto: i Cinque Stelle sono un partito come tutti gli altri, perfino per l'assenza di una vera e propria classe dirigente che ormai nessun partito ha più.
Il lavoro di Di Maio tuttavia è ancora del tutto incompleto: non c'è un vero programma mentre quello di far fuori le classi dirigenti di marca grillina è ormai stato tolto di mezzo. Di Maio ha accennato a una sorta di "contratto" con gli elettori e con eventuali alleati, ma è un contratto che dice ben poco: prevede un reddito d'assistenza per cittadini con scarse risorse, lavoratori disoccupati, giovani ancora precari nei loro incarichi; insomma, per la parte bisognosa del Paese ma senza indicare concretamente i modi di questi esborsi e anche le imposte che dovrebbero alimentarne il gettito. Insomma non è né un programma né un contratto (e poi con chi?): è semplicemente una vaga ipotesi su cui il gruppo di lavoro dei Cinque Stelle dovrà largamente esercitarsi. Quello che è certamente la realtà esistente è la pretesa di quel partito e soprattutto del suo leader di essere alla guida di un governo frutto di accordi. Un governo tuttavia che duri assai poco: riformi la legge elettorale e risolva alcuni problemi di urgente necessità per poi tornare al voto.
Col passare del tempo tuttavia queste ipotesi di alleanze con il loro 32 per cento ottenuto il 4 marzo non si è verificata per la semplice ragione che Di Maio pone come condizione il fatto che quel governo, che duri poco o molto, sia comunque da lui presieduto, anche se nelle ultime ore sembra che questa condizione sia venuta meno. Evidentemente nessuno è d'accordo con questa ipotesi, Salvini meno degli altri visto che la sua Lega ormai diffusa in tutta Italia ha ottenuto oltre il 17 per cento che, con il 4 della Meloni e il 14 di Forza Italia raggiunge il 37 per cento (contando anche i voti degli altri alleati di centrodestra) e non può dunque regalare la premiership a un Di Maio che supera di poco il 32.
La seconda ipotesi che Di Maio ha tentato, vista la resistenza di Salvini nei suoi confronti, è stata quella di un governo col Pd da lui presieduto. Anche in quel caso si sarebbe raggiunto il 51 per cento degli elettori e quindi una maggioranza assoluta con diverse presenze nelle due Camere. Ma gli aderenti al Partito democratico non sono stati affatto compatti: Renzi è ancora Renzi, Martina è il reggente, e poi ci sono le antiche anime del partito, a cominciare da Romano Prodi e da Walter Veltroni, da Enrico Letta e da eccellenti ministri in carica a cominciare da Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio, Dario Franceschini e molti altri ancora. A differenza di tutti gli altri partiti il Pd una classe dirigente, almeno in teoria, ce l'ha. Ma bene o male ha ancora a che fare con Renzi che prosegue imperterrito con la sua idea di comandare da solo. In queste condizioni l'alleanza con i Cinque Stelle è ancora a dir poco prematura e non a caso Di Maio ha di nuovo fatto passi all'indietro verso la destra senza peraltro modificare la situazione che aveva già vanamente sperimentato.
Il bandolo della crisi è stato fin dall'inizio nelle mani del Presidente Mattarella ma, ora che numerosi tentativi sono stati sperimentati e hanno fallito, sempre più è Mattarella che ha il diritto-dovere di risolvere questa situazione. Dopo il 4 marzo ha lungamente riflettuto e poi ha affidato l'incarico esplorativo prima alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e subito dopo al presidente della Camera Roberto Fico. Queste due esplorazioni hanno occupato circa una settimana complessiva ma i risultati sono stati negativi. Aiutano comunque Sergio Mattarella ad avere ancor più chiara la situazione, le relazioni tra partiti e le difficoltà che non riescono ad essere superate. Le consultazioni del Presidente della Repubblica non si sono ovviamente limitate a quelle dei due esploratori ufficiali, ma si sono estese ad altre importanti personalità della nostra Repubblica. Ora il Presidente sta riflettendo per arrivare ad un governo istituzionale da lui fondato come è in casi del genere suo dovere e potere. Non è un compito facile. Deve trovare la personalità adatta e deve con essa costruire un nuovo governo che non abbia l'avversione delle Camere ma il loro sostanziale appoggio.
Passeranno ancora giorni prima che le decisioni di Mattarella divengano operative. Nel frattempo proseguono contatti e approfondimenti di varia natura: un governo istituzionale come quello a cui pensa il Presidente deve anche trovare lo spazio e l'appoggio necessario in sede europea e internazionale. Il compito è quindi arduo e richiede un minimo di tempo.
La domanda che a questo punto si pone è quali siano i requisiti necessari di chi presiederà il governo che lo stesso Presidente della Repubblica definisce istituzionale. Per avere una visione completa occorre capir bene perché si usa la parola "istituzionale". Non meritano tutti questa definizione? Infatti tutti i governi, nessuno escluso, sono nominati dal Presidente della Repubblica il quale solo successivamente deve chiedere l'approvazione del Parlamento.
A me pare (e vogliate scusarmi se dico anche la mia opinione) che il Capo di un siffatto governo non debba essere un politico di professione anche se deve comprendere a fondo la funzione della politica ricordando quello che disse una volta per tutte Aristotele: "La politica si occupa del bene che gli Ottimati sono in grado di procurare al popolo".
Dunque non un politico di professione ma un'alta personalità intellettuale in grado appunto di pensare la politica come uno strumento essenziale per l'affermazione dell'interesse generale che, se opportunamente tutelato, sa riconoscere e proteggere i diritti particolari quando siano opportunamente motivati.
Questa figura di cui parliamo deve abbinare alla conoscenza della politica una competenza specifica di carattere giuridico. L'ideale sarebbe che abbia anche partecipato alla Corte costituzionale o ad altre sedi collegiali del potere giudiziario che è uno dei tre fondamentali in ogni Paese, almeno in quelli dell'Occidente.
Di personaggi del genere ne esistono molti nel nostro Paese ma quello che a me viene in mente poiché lo conosco molto bene è Gustavo Zagrebelsky, che possiede tutti i requisiti sopra enumerati, che cominciano con la sua presenza di membro della Corte costituzionale e poi presidente della medesima per un lungo periodo. Fu perfino candidato alla presidenza della Repubblica; scrive sui giornali, scrive libri e sostiene in vari modi le sue idee sulla democrazia. Zagrebelsky secondo me sarebbe molto adatto a ricoprire l'incarico di premier di un governo istituzionale ma non è certo il solo.
L'importante è che il leader del futuro governo abbia questi requisiti e possa avvalersi dei ministri adatti alle cariche che debbono ricoprire. Impegnato nell'attuale governo di "ordinaria amministrazione", Paolo Gentiloni sarebbe adattissimo a ricoprire la carica di ministro degli Esteri così come Marco Minniti sarebbe adattissimo a quella di ministro dell'Interno e Calenda e Delrio sono altrettanto esperti nelle materie a loro affidate. Ci sono anche altrettante indicazioni ma non spetta certo a me dirle e non sono certo il solo a conoscerle. Sergio Mattarella conosce questo mondo molto meglio di chiunque altro anche perché da esso proviene. Per nostra fortuna, in un momento di massima crisi, la persona che deve risolverla è quanto di meglio ci sia nel nostro Paese. Per lui formulo i migliori auguri.
Ecco: questo dovrebbe essere un governo che non ha una maggioranza politica, come dovrebbe avvenire in una democrazia che funzioni, con una destra e una sinistra; a volte vince l'una, a volte l'altra, secondo il voto elettorale. Questa è la vera democrazia. Ma da noi in questo momento la vera democrazia non funziona, i partiti sono molti e assai variegati, non solo verso l'esterno ma perfino al proprio interno. La democrazia italiana non funziona più, una vera destra e una vera sinistra non ci sono. Salvini non si può definire una vera destra: non lo è sulla scena internazionale dove il suo vero amore politico è Putin. Non lo è in Italia, dove la sua sagoma è soprattutto protezionista contro ogni immigrazione.
La sua alleanza con Berlusconi è più una reciproca finzione che una realtà. Quanto alla sinistra c'è stata fino a pochi anni fa con l'Ulivo di Romano Prodi e col Partito democratico che nelle sue origini nacque con Enrico Berlinguer e poi Occhetto, D'Alema, Veltroni, Bersani, Fassino, Rutelli, Enrico Letta. Ma successivamente questa componentistica si è sfasata con l'arrivo di Renzi che ha inizialmente raccolto il 40 per cento dei voti elettorali alle elezioni europee. Poi, è stato sconfitto al referendum costituzionale (sconfitta in gran parte da lui stesso provocata poiché l'aveva trasformato in una battaglia sua personale) dove fu battuto dai "No" con oltre il 60 per cento dei voti, avendo tuttavia conservato a proprio favore quel 40 per cento che ormai sembrava una dotazione propria del Partito democratico.
Purtroppo quel 40 per cento non era affatto un consenso elettorale stabilizzato, tant'è che il 4 marzo scorso al nostro ultimo appuntamento elettorale il Pd è crollato di oltre la metà, dal 40 per cento a circa il 19. La maggior parte di questo deflusso di voti è andato nientemeno che ai grillini di Luigi Di Maio.
Quale sia stata la storia dei Cinque Stelle l'abbiamo più volte raccontata. Cominciò con Beppe Grillo una decina d'anni fa con un obiettivo molto semplice e di natura populista: la lotta contro le classi dirigenti, quale che fosse il loro colore politico. Tutto andava abbattuto e poi ricostruito, ma la natura di questa ricostruzione era del tutto ignota a Grillo e a chi ne ascoltava il vangelo populista. Sono passati dieci anni da allora e Grillo è stato accantonato da Luigi Di Maio che fino a quel momento era un giovane di cui nessuno conosceva l'esistenza se non i suoi amici che lavoravano politicamente in quel movimento che Grillo monopolizzava con la sua predicazione. A un certo punto Di Maio è emerso e Grillo è di fatto passato in seconda linea. Di Maio voleva un partito vero e proprio. Ha lavorato un anno con una decina di amici per realizzarlo e ormai l'ha ottenuto: i Cinque Stelle sono un partito come tutti gli altri, perfino per l'assenza di una vera e propria classe dirigente che ormai nessun partito ha più.
Il lavoro di Di Maio tuttavia è ancora del tutto incompleto: non c'è un vero programma mentre quello di far fuori le classi dirigenti di marca grillina è ormai stato tolto di mezzo. Di Maio ha accennato a una sorta di "contratto" con gli elettori e con eventuali alleati, ma è un contratto che dice ben poco: prevede un reddito d'assistenza per cittadini con scarse risorse, lavoratori disoccupati, giovani ancora precari nei loro incarichi; insomma, per la parte bisognosa del Paese ma senza indicare concretamente i modi di questi esborsi e anche le imposte che dovrebbero alimentarne il gettito. Insomma non è né un programma né un contratto (e poi con chi?): è semplicemente una vaga ipotesi su cui il gruppo di lavoro dei Cinque Stelle dovrà largamente esercitarsi. Quello che è certamente la realtà esistente è la pretesa di quel partito e soprattutto del suo leader di essere alla guida di un governo frutto di accordi. Un governo tuttavia che duri assai poco: riformi la legge elettorale e risolva alcuni problemi di urgente necessità per poi tornare al voto.
Col passare del tempo tuttavia queste ipotesi di alleanze con il loro 32 per cento ottenuto il 4 marzo non si è verificata per la semplice ragione che Di Maio pone come condizione il fatto che quel governo, che duri poco o molto, sia comunque da lui presieduto, anche se nelle ultime ore sembra che questa condizione sia venuta meno. Evidentemente nessuno è d'accordo con questa ipotesi, Salvini meno degli altri visto che la sua Lega ormai diffusa in tutta Italia ha ottenuto oltre il 17 per cento che, con il 4 della Meloni e il 14 di Forza Italia raggiunge il 37 per cento (contando anche i voti degli altri alleati di centrodestra) e non può dunque regalare la premiership a un Di Maio che supera di poco il 32.
La seconda ipotesi che Di Maio ha tentato, vista la resistenza di Salvini nei suoi confronti, è stata quella di un governo col Pd da lui presieduto. Anche in quel caso si sarebbe raggiunto il 51 per cento degli elettori e quindi una maggioranza assoluta con diverse presenze nelle due Camere. Ma gli aderenti al Partito democratico non sono stati affatto compatti: Renzi è ancora Renzi, Martina è il reggente, e poi ci sono le antiche anime del partito, a cominciare da Romano Prodi e da Walter Veltroni, da Enrico Letta e da eccellenti ministri in carica a cominciare da Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio, Dario Franceschini e molti altri ancora. A differenza di tutti gli altri partiti il Pd una classe dirigente, almeno in teoria, ce l'ha. Ma bene o male ha ancora a che fare con Renzi che prosegue imperterrito con la sua idea di comandare da solo. In queste condizioni l'alleanza con i Cinque Stelle è ancora a dir poco prematura e non a caso Di Maio ha di nuovo fatto passi all'indietro verso la destra senza peraltro modificare la situazione che aveva già vanamente sperimentato.
Il bandolo della crisi è stato fin dall'inizio nelle mani del Presidente Mattarella ma, ora che numerosi tentativi sono stati sperimentati e hanno fallito, sempre più è Mattarella che ha il diritto-dovere di risolvere questa situazione. Dopo il 4 marzo ha lungamente riflettuto e poi ha affidato l'incarico esplorativo prima alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e subito dopo al presidente della Camera Roberto Fico. Queste due esplorazioni hanno occupato circa una settimana complessiva ma i risultati sono stati negativi. Aiutano comunque Sergio Mattarella ad avere ancor più chiara la situazione, le relazioni tra partiti e le difficoltà che non riescono ad essere superate. Le consultazioni del Presidente della Repubblica non si sono ovviamente limitate a quelle dei due esploratori ufficiali, ma si sono estese ad altre importanti personalità della nostra Repubblica. Ora il Presidente sta riflettendo per arrivare ad un governo istituzionale da lui fondato come è in casi del genere suo dovere e potere. Non è un compito facile. Deve trovare la personalità adatta e deve con essa costruire un nuovo governo che non abbia l'avversione delle Camere ma il loro sostanziale appoggio.
Passeranno ancora giorni prima che le decisioni di Mattarella divengano operative. Nel frattempo proseguono contatti e approfondimenti di varia natura: un governo istituzionale come quello a cui pensa il Presidente deve anche trovare lo spazio e l'appoggio necessario in sede europea e internazionale. Il compito è quindi arduo e richiede un minimo di tempo.
La domanda che a questo punto si pone è quali siano i requisiti necessari di chi presiederà il governo che lo stesso Presidente della Repubblica definisce istituzionale. Per avere una visione completa occorre capir bene perché si usa la parola "istituzionale". Non meritano tutti questa definizione? Infatti tutti i governi, nessuno escluso, sono nominati dal Presidente della Repubblica il quale solo successivamente deve chiedere l'approvazione del Parlamento.
A me pare (e vogliate scusarmi se dico anche la mia opinione) che il Capo di un siffatto governo non debba essere un politico di professione anche se deve comprendere a fondo la funzione della politica ricordando quello che disse una volta per tutte Aristotele: "La politica si occupa del bene che gli Ottimati sono in grado di procurare al popolo".
Dunque non un politico di professione ma un'alta personalità intellettuale in grado appunto di pensare la politica come uno strumento essenziale per l'affermazione dell'interesse generale che, se opportunamente tutelato, sa riconoscere e proteggere i diritti particolari quando siano opportunamente motivati.
Questa figura di cui parliamo deve abbinare alla conoscenza della politica una competenza specifica di carattere giuridico. L'ideale sarebbe che abbia anche partecipato alla Corte costituzionale o ad altre sedi collegiali del potere giudiziario che è uno dei tre fondamentali in ogni Paese, almeno in quelli dell'Occidente.
Di personaggi del genere ne esistono molti nel nostro Paese ma quello che a me viene in mente poiché lo conosco molto bene è Gustavo Zagrebelsky, che possiede tutti i requisiti sopra enumerati, che cominciano con la sua presenza di membro della Corte costituzionale e poi presidente della medesima per un lungo periodo. Fu perfino candidato alla presidenza della Repubblica; scrive sui giornali, scrive libri e sostiene in vari modi le sue idee sulla democrazia. Zagrebelsky secondo me sarebbe molto adatto a ricoprire l'incarico di premier di un governo istituzionale ma non è certo il solo.
L'importante è che il leader del futuro governo abbia questi requisiti e possa avvalersi dei ministri adatti alle cariche che debbono ricoprire. Impegnato nell'attuale governo di "ordinaria amministrazione", Paolo Gentiloni sarebbe adattissimo a ricoprire la carica di ministro degli Esteri così come Marco Minniti sarebbe adattissimo a quella di ministro dell'Interno e Calenda e Delrio sono altrettanto esperti nelle materie a loro affidate. Ci sono anche altrettante indicazioni ma non spetta certo a me dirle e non sono certo il solo a conoscerle. Sergio Mattarella conosce questo mondo molto meglio di chiunque altro anche perché da esso proviene. Per nostra fortuna, in un momento di massima crisi, la persona che deve risolverla è quanto di meglio ci sia nel nostro Paese. Per lui formulo i migliori auguri.