Tornare al voto in tempi brevi è ormai inevitabile. Questa legislatura è morta prima di nascere. Si tratta di un unicum nella storia repubblicana di questo Paese. Sebbene l'Italia sia sempre stata famosa per i suoi tanti governi, mai gli italiani sono stati richiamati alle urne dopo pochi mesi.
Ma l'aspetto più grave non è tanto questo, lo sono le cause che obbligano a imboccare questa strada. Si tratta di una crisi senza precedenti delle Istituzioni prodotta da un vero e proprio ottundimento della classe dirigente e di una parte prevalente della classe politica. Il sistema Paese sta vivendo un vero e proprio disfacimento in molti dei suoi ruoli apicali. E l'emblema di questo disfacimento è rappresentato dall'asse composto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Il capo politico del Movimento 5Stelle e il segretario della Lega si sono rivelati capaci solo di costruire un'alleanza distruttiva. Obnubilati dagli interessi di parte hanno…
Ma l'aspetto più grave non è tanto questo, lo sono le cause che obbligano a imboccare questa strada. Si tratta di una crisi senza precedenti delle Istituzioni prodotta da un vero e proprio ottundimento della classe dirigente e di una parte prevalente della classe politica. Il sistema Paese sta vivendo un vero e proprio disfacimento in molti dei suoi ruoli apicali. E l'emblema di questo disfacimento è rappresentato dall'asse composto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Il capo politico del Movimento 5Stelle e il segretario della Lega si sono rivelati capaci solo di costruire un'alleanza distruttiva. Obnubilati dagli interessi di parte hanno…
Tornare al voto in tempi brevi è ormai inevitabile. Questa legislatura è morta prima di nascere. Si tratta di un unicum nella storia repubblicana di questo Paese. Sebbene l'Italia sia sempre stata famosa per i suoi tanti governi, mai gli italiani sono stati richiamati alle urne dopo pochi mesi.
Ma l'aspetto più grave non è tanto questo, lo sono le cause che obbligano a imboccare questa strada. Si tratta di una crisi senza precedenti delle Istituzioni prodotta da un vero e proprio ottundimento della classe dirigente e di una parte prevalente della classe politica. Il sistema Paese sta vivendo un vero e proprio disfacimento in molti dei suoi ruoli apicali. E l'emblema di questo disfacimento è rappresentato dall'asse composto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Il capo politico del Movimento 5Stelle e il segretario della Lega si sono rivelati capaci solo di costruire un'alleanza distruttiva. Obnubilati dagli interessi di parte hanno mostrato tutti i loro limiti nell'assumere un qualsiasi tipo di atteggiamento costruttivo. Ovviamente nelle condizioni date. E le condizioni date sono semplici, quasi banali: nessuno ha vinto le elezioni del 4 marzo, nemmeno loro. Gli elettori hanno deciso che non possono governare da soli. È la democrazia, bellezza. La forza della loro propaganda, però, si è rivelata più potente dell'attitudine ad esercitare una basilare forma di leadership responsabile. Sono stati e continuano ad essere prigionieri della demagogia che ha permesso loro di affermarsi ma non di prevalere.
Sull'onda delle pulsioni populiste confondono gli interessi degli italiani con quelli politici od elettorali dell'M5S e del Carroccio. Entrambi rincorrono nelle urne di domani una sorta di palingenesi non sapendo come affrontare la realtà di oggi. Le convenienze del Paese e dei suoi cittadini sono state proclamate a parole ma nei fatti sono state scaraventate nelle bisacce del proprio tornaconto. Adesso si è arrivati all'ultima spiaggia proposta dal capo dello Stato, ma in questi due mesi hanno avuto entrambi l'opportunità di accettare una via d'uscita. Non lo hanno fatto sbarrando in modo irresponsabile tutte le strade.
Entrambi si nutrono di una leadership "destruens". Hanno bisogno di uno status quo in cui la loro "opposizione" sia permanente. "Immaginate - ammoniva Aldo Moro nel 1978 pochi giorni prima del suo rapimento - se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione. Se questo Paese, dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo". Ma quella lezione, tra i grillini e i leghisti, è evidentemente sconosciuta. Stanno mettendo sotto stress l'Italia per inettitudine: nella convinzione che radicalizzare le scelte sia l'unica opzione.
Di Maio si è allora intestardito nella rivendicazione della premiership come se la poltrona di Palazzo Chigi potesse essere una sorta di unità di misura per valutare il bene e il male. Ha incastrato le consultazioni e il suo stesso partito in un unico schema. Per poi abbandonarlo quando il tempo era ormai passato. Vivendo nell'incubo di perdere l'autobus della sua carriera e temendo che alla fermata successiva il biglietto possa essere assegnato a Alessandro Di Battista.
Salvini, invece, ha giocato tutte le sue carte nella convinzione che solo il prossimo turno possa essere il suo. Sicuro che alle nuove elezioni i suoi consensi cresceranno e che potrà archiviare i compromessi con Silvio Berlusconi fagocitando Forza Italia. Il tutto, poi, è acuito dalla senescenza politica del Cavaliere che agisce con il prevalente obiettivo di tutelare i suoi interessi aziendali.
La crisi della classe dirigente tocca anche il centrosinistra. Il Pd è paralizzato dai veti del suo ex segretario che si dimentica di aver rassegnato le dimissioni e dalla totale assenza di coraggio dei suoi competitor interni. Il risultato è esattamente quello cui stiamo assistendo. La crisi della classe dirigente si sta così specchiando nella crisi delle Istituzioni. Di Maio e Salvini sperano di approfittarne, giocano con la "fragilità" del sistema. L'effetto finale, però, potrebbe non essere solo la loro potenziale vittoria ma una preterintenzionale destabilizzazione del Paese.
Ma l'aspetto più grave non è tanto questo, lo sono le cause che obbligano a imboccare questa strada. Si tratta di una crisi senza precedenti delle Istituzioni prodotta da un vero e proprio ottundimento della classe dirigente e di una parte prevalente della classe politica. Il sistema Paese sta vivendo un vero e proprio disfacimento in molti dei suoi ruoli apicali. E l'emblema di questo disfacimento è rappresentato dall'asse composto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Il capo politico del Movimento 5Stelle e il segretario della Lega si sono rivelati capaci solo di costruire un'alleanza distruttiva. Obnubilati dagli interessi di parte hanno mostrato tutti i loro limiti nell'assumere un qualsiasi tipo di atteggiamento costruttivo. Ovviamente nelle condizioni date. E le condizioni date sono semplici, quasi banali: nessuno ha vinto le elezioni del 4 marzo, nemmeno loro. Gli elettori hanno deciso che non possono governare da soli. È la democrazia, bellezza. La forza della loro propaganda, però, si è rivelata più potente dell'attitudine ad esercitare una basilare forma di leadership responsabile. Sono stati e continuano ad essere prigionieri della demagogia che ha permesso loro di affermarsi ma non di prevalere.
Sull'onda delle pulsioni populiste confondono gli interessi degli italiani con quelli politici od elettorali dell'M5S e del Carroccio. Entrambi rincorrono nelle urne di domani una sorta di palingenesi non sapendo come affrontare la realtà di oggi. Le convenienze del Paese e dei suoi cittadini sono state proclamate a parole ma nei fatti sono state scaraventate nelle bisacce del proprio tornaconto. Adesso si è arrivati all'ultima spiaggia proposta dal capo dello Stato, ma in questi due mesi hanno avuto entrambi l'opportunità di accettare una via d'uscita. Non lo hanno fatto sbarrando in modo irresponsabile tutte le strade.
Entrambi si nutrono di una leadership "destruens". Hanno bisogno di uno status quo in cui la loro "opposizione" sia permanente. "Immaginate - ammoniva Aldo Moro nel 1978 pochi giorni prima del suo rapimento - se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione. Se questo Paese, dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo". Ma quella lezione, tra i grillini e i leghisti, è evidentemente sconosciuta. Stanno mettendo sotto stress l'Italia per inettitudine: nella convinzione che radicalizzare le scelte sia l'unica opzione.
Di Maio si è allora intestardito nella rivendicazione della premiership come se la poltrona di Palazzo Chigi potesse essere una sorta di unità di misura per valutare il bene e il male. Ha incastrato le consultazioni e il suo stesso partito in un unico schema. Per poi abbandonarlo quando il tempo era ormai passato. Vivendo nell'incubo di perdere l'autobus della sua carriera e temendo che alla fermata successiva il biglietto possa essere assegnato a Alessandro Di Battista.
Salvini, invece, ha giocato tutte le sue carte nella convinzione che solo il prossimo turno possa essere il suo. Sicuro che alle nuove elezioni i suoi consensi cresceranno e che potrà archiviare i compromessi con Silvio Berlusconi fagocitando Forza Italia. Il tutto, poi, è acuito dalla senescenza politica del Cavaliere che agisce con il prevalente obiettivo di tutelare i suoi interessi aziendali.
La crisi della classe dirigente tocca anche il centrosinistra. Il Pd è paralizzato dai veti del suo ex segretario che si dimentica di aver rassegnato le dimissioni e dalla totale assenza di coraggio dei suoi competitor interni. Il risultato è esattamente quello cui stiamo assistendo. La crisi della classe dirigente si sta così specchiando nella crisi delle Istituzioni. Di Maio e Salvini sperano di approfittarne, giocano con la "fragilità" del sistema. L'effetto finale, però, potrebbe non essere solo la loro potenziale vittoria ma una preterintenzionale destabilizzazione del Paese.