L’assassinio di Moro
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARIIl cadavere ritrovato in un’auto a pochi metri dalle sedi della Dc e del Pci. Il paese reagisce compatto alla sfida delle Br
10 maggio 1978
Il primo atto della tragedia si è concluso nel modo più atroce: un cadavere crivellato di proiettili, avvolto in un fagotto di coperte, abbandonato sul sedile d'un'auto a pochi metri dalle sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista. In questo modo dopo 55 giorni d'attesa e d'agonia, le Br hanno restituito il corpo di Aldo Moro.
L'emozione di queste ore è immensa ed a rendere il dramma ancora più cupo c'è quel comunicato della famiglia che suona come una condanna disperata contro il governo e il partito, colpevoli di non aver accettato l'ultimatum dei terroristi. Nessun lutto nazionale - gridano nel loro dolore i familiari di Moro - nessun funerale di Stato, nessuna cerimonia pubblica, nessuna medaglia alla memoria, ma solo silenzio.
Giuseppe Saragat, dal canto suo, interpretando le reazioni d'una parte della pubblica opinione, ha detto: "Accanto al suo cadavere c'è anche i…
Il primo atto della tragedia si è concluso nel modo più atroce: un cadavere crivellato di proiettili, avvolto in un fagotto di coperte, abbandonato sul sedile d'un'auto a pochi metri dalle sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista. In questo modo dopo 55 giorni d'attesa e d'agonia, le Br hanno restituito il corpo di Aldo Moro.
L'emozione di queste ore è immensa ed a rendere il dramma ancora più cupo c'è quel comunicato della famiglia che suona come una condanna disperata contro il governo e il partito, colpevoli di non aver accettato l'ultimatum dei terroristi. Nessun lutto nazionale - gridano nel loro dolore i familiari di Moro - nessun funerale di Stato, nessuna cerimonia pubblica, nessuna medaglia alla memoria, ma solo silenzio.
Giuseppe Saragat, dal canto suo, interpretando le reazioni d'una parte della pubblica opinione, ha detto: "Accanto al suo cadavere c'è anche i…
10 maggio 1978
Il primo atto della tragedia si è concluso nel modo più atroce: un cadavere crivellato di proiettili, avvolto in un fagotto di coperte, abbandonato sul sedile d'un'auto a pochi metri dalle sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista. In questo modo dopo 55 giorni d'attesa e d'agonia, le Br hanno restituito il corpo di Aldo Moro.
L'emozione di queste ore è immensa ed a rendere il dramma ancora più cupo c'è quel comunicato della famiglia che suona come una condanna disperata contro il governo e il partito, colpevoli di non aver accettato l'ultimatum dei terroristi. Nessun lutto nazionale - gridano nel loro dolore i familiari di Moro - nessun funerale di Stato, nessuna cerimonia pubblica, nessuna medaglia alla memoria, ma solo silenzio.
Giuseppe Saragat, dal canto suo, interpretando le reazioni d'una parte della pubblica opinione, ha detto: "Accanto al suo cadavere c'è anche il cadavere della prima Repubblica che non ha saputo difendere la vita del più generoso uomo politico del nostro paese". È proprio così? La prima Repubblica muore insieme a Moro per mano delle Brigate rosse?
Altri, nelle stesse ore, formula propositi d'indiscriminate rappresaglie; per le strade s'è inteso parlare di giustizia sommaria contro i detenuti della banda Curcio e non mancava qualche fascista che davanti a piazza del Gesù, ostentando il "saluto romano", incitava i democristiani a vendicarsi su Berlinguer.
Emozioni e parole incontrollate in questi primi momenti così gravi sono comprensibili. Ma i problemi che ci sovrastano sono tali da richiedere da parte di tutti al tempo stesso calma e fervore, freddezza e passione civile.
Il primo tema è quello della concordia nazionale. Questo governo e questa maggioranza erano nati per amministrare una situazione d'emergenza, ma l'emergenza di ieri era nulla di fronte a quella attuale. Non si chiede una forzosa unanimità, ma si chiede che gli egoismi e i calcoli di partito cedano il passo ai doveri verso il paese.
Il secondo tema è quello della risposta efficace ai criminali del terrore. Abbiamo constatato purtroppo quanto sia stata impari l'organizzazione delle forze della sicurezza pubblica, dei servizi d'informazione e d'investigazione, della magistratura inquirente. Gli apparati dello Stato non erano evidentemente preparati ad uno scontro di questo livello. Ora - sia pure a prezzo di sangue innocente - abbiamo imparato di quale natura sono gli avversari che abbiamo di fronte. Ogni sforzo dev'esser fatto per colmare il ritardo e dotare lo Stato di mezzi adeguati di prevenzione e di repressione.
Questi mezzi, proprio perché debbono essere efficaci, vanno usati nell'ambito della legge e dello stato di diritto. La caccia alle streghe è di solito il modo con cui i governi deboli cercano di mascherare la loro impotenza. Dopo uno smacco di quante proporzioni può dunque emergere la tentazione d'una risposta indiscriminata. Finora governo e partiti sono riusciti ad evitare un simile errore. È augurabile che perseverino su questa linea.
Ma la vera lotta contro il terrorismo si deve svolgere su un altro terreno. È evidente infatti che nello scontro fianco e nella caccia dell'uomo sull'uomo i criminali hanno inevitabilmente la meglio su chi combatte in nome della legge e con le armi della legge. Occorre dunque affrontare il male alle radici. E le radici affondano nella disaffezione dalle istituzioni, nel discredito che le circonda, nella difficoltà di molti a riconoscersi in esse e in loro difesa combattere. E affondano anche in un'economia fatta più di sperperi che di lavoro produttivo, più di assistenza che di creazione di ricchezza.
Quello che Saragat teme e che taluno forse si augura, che cioè il 9 maggio le Br ci abbiano consegnato il cadavere della prima Repubblica, può diventare realtà solo se tutti insieme non affronteremo l'opera di rifondare la prima, quella nata dall'antifascismo, dalla Resistenza e dall'unione delle forze democratiche. Al di fuori di quest'obbiettivo non c'è che l'avventura e la guerra civile.
Il primo atto della tragedia si è concluso nel modo più atroce: un cadavere crivellato di proiettili, avvolto in un fagotto di coperte, abbandonato sul sedile d'un'auto a pochi metri dalle sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista. In questo modo dopo 55 giorni d'attesa e d'agonia, le Br hanno restituito il corpo di Aldo Moro.
L'emozione di queste ore è immensa ed a rendere il dramma ancora più cupo c'è quel comunicato della famiglia che suona come una condanna disperata contro il governo e il partito, colpevoli di non aver accettato l'ultimatum dei terroristi. Nessun lutto nazionale - gridano nel loro dolore i familiari di Moro - nessun funerale di Stato, nessuna cerimonia pubblica, nessuna medaglia alla memoria, ma solo silenzio.
Giuseppe Saragat, dal canto suo, interpretando le reazioni d'una parte della pubblica opinione, ha detto: "Accanto al suo cadavere c'è anche il cadavere della prima Repubblica che non ha saputo difendere la vita del più generoso uomo politico del nostro paese". È proprio così? La prima Repubblica muore insieme a Moro per mano delle Brigate rosse?
Altri, nelle stesse ore, formula propositi d'indiscriminate rappresaglie; per le strade s'è inteso parlare di giustizia sommaria contro i detenuti della banda Curcio e non mancava qualche fascista che davanti a piazza del Gesù, ostentando il "saluto romano", incitava i democristiani a vendicarsi su Berlinguer.
Emozioni e parole incontrollate in questi primi momenti così gravi sono comprensibili. Ma i problemi che ci sovrastano sono tali da richiedere da parte di tutti al tempo stesso calma e fervore, freddezza e passione civile.
Il primo tema è quello della concordia nazionale. Questo governo e questa maggioranza erano nati per amministrare una situazione d'emergenza, ma l'emergenza di ieri era nulla di fronte a quella attuale. Non si chiede una forzosa unanimità, ma si chiede che gli egoismi e i calcoli di partito cedano il passo ai doveri verso il paese.
Il secondo tema è quello della risposta efficace ai criminali del terrore. Abbiamo constatato purtroppo quanto sia stata impari l'organizzazione delle forze della sicurezza pubblica, dei servizi d'informazione e d'investigazione, della magistratura inquirente. Gli apparati dello Stato non erano evidentemente preparati ad uno scontro di questo livello. Ora - sia pure a prezzo di sangue innocente - abbiamo imparato di quale natura sono gli avversari che abbiamo di fronte. Ogni sforzo dev'esser fatto per colmare il ritardo e dotare lo Stato di mezzi adeguati di prevenzione e di repressione.
Questi mezzi, proprio perché debbono essere efficaci, vanno usati nell'ambito della legge e dello stato di diritto. La caccia alle streghe è di solito il modo con cui i governi deboli cercano di mascherare la loro impotenza. Dopo uno smacco di quante proporzioni può dunque emergere la tentazione d'una risposta indiscriminata. Finora governo e partiti sono riusciti ad evitare un simile errore. È augurabile che perseverino su questa linea.
Ma la vera lotta contro il terrorismo si deve svolgere su un altro terreno. È evidente infatti che nello scontro fianco e nella caccia dell'uomo sull'uomo i criminali hanno inevitabilmente la meglio su chi combatte in nome della legge e con le armi della legge. Occorre dunque affrontare il male alle radici. E le radici affondano nella disaffezione dalle istituzioni, nel discredito che le circonda, nella difficoltà di molti a riconoscersi in esse e in loro difesa combattere. E affondano anche in un'economia fatta più di sperperi che di lavoro produttivo, più di assistenza che di creazione di ricchezza.
Quello che Saragat teme e che taluno forse si augura, che cioè il 9 maggio le Br ci abbiano consegnato il cadavere della prima Repubblica, può diventare realtà solo se tutti insieme non affronteremo l'opera di rifondare la prima, quella nata dall'antifascismo, dalla Resistenza e dall'unione delle forze democratiche. Al di fuori di quest'obbiettivo non c'è che l'avventura e la guerra civile.