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(reuters)

Giuseppe Conte e la scelta dell’uomo qualunque

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E' stato selezionato nel mazzo perché è uguale a qualsiasi altra carta del mazzo. Un criterio che deve far riflettere
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Uscito dal ventre della balena, come Giona, Giuseppe Conte entra a Palazzo Chigi con il profilo dell'avvocato del piano di sotto cui si ricorre per le liti di condominio: professore ma non troppo, professionista, ma alla mano, devoto di padre Pio ma convertito a Grillo. Un ritratto di medietà italiana che vuole presentarsi senza pretese e sembra rinunciare alle ambizioni proprio mentre annuncia il grande cambiamento, incurante della contraddizione politica e antropologica che con questo impersona, anzi rivestendosene in pubblico - fin dalla prima apparizione tra gli stucchi e gli specchi del Quirinale - come un moderno, nuovissimo paramento sacro, il più adatto al mutato spirito dei tempi.

Com'è possibile nascondersi nella normalità quotidiana fin quasi a scomparire e proclamare insieme la grande svolta, il governo che segnerà il sovvertimento politico-istituzionale del sistema? Rovesciando lo schema leaderistico seguito da tu…
Uscito dal ventre della balena, come Giona, Giuseppe Conte entra a Palazzo Chigi con il profilo dell'avvocato del piano di sotto cui si ricorre per le liti di condominio: professore ma non troppo, professionista, ma alla mano, devoto di padre Pio ma convertito a Grillo. Un ritratto di medietà italiana che vuole presentarsi senza pretese e sembra rinunciare alle ambizioni proprio mentre annuncia il grande cambiamento, incurante della contraddizione politica e antropologica che con questo impersona, anzi rivestendosene in pubblico - fin dalla prima apparizione tra gli stucchi e gli specchi del Quirinale - come un moderno, nuovissimo paramento sacro, il più adatto al mutato spirito dei tempi.

Com'è possibile nascondersi nella normalità quotidiana fin quasi a scomparire e proclamare insieme la grande svolta, il governo che segnerà il sovvertimento politico-istituzionale del sistema? Rovesciando lo schema leaderistico seguito da tutti i partiti, a destra come a sinistra, in questi ultimi vent'anni, il vero nodo politico dei due populismi italiani che si uniscono nel loro primo esperimento di governo sta probabilmente proprio qui.

Nell'illusione che il carisma si sia ormai spostato dal principe, dai partiti e dal Parlamento a un soggetto collettivo indistinto, e dunque lo spirito soffi nelle piazze e nelle strade, e il talento dei leader consista nel riconoscere i cresimati dal Signore, per avviarli ai ruoli pubblici di rappresentanza, restando il potere reale ben saldo nelle mani dei cerchi di comando ristretti della Lega e dei Cinque Stelle, certificati a comando dalle bandiere verdi nei gazebo e dai meandri elettronici proprietari di Rousseau.

Ma intanto assistiamo a questa rivoluzione in bianco e nero della normalità, come in un film di Bisio: l'uomo comune può salire al trono perché è il movimento che gli apre la strada, mentre lo scettro ritorna fuori dal Palazzo - dove secondo il racconto di questi anni era stato confiscato dalla casta - per essere restituito alla gente. Conte è esattamente questo: non il campione di un popolo, che è un concetto politico, un fondamento della pubblica opinione, dunque un soggetto del potere: ma espressione della "gente", l'indistinto sociale che dà vita alla folla, capace di essere impetuosa fino a vincere le elezioni, ma com'è noto simile alle foglie "che il turbine solleva, disperde e poi lascia ricadere".

Più che il curriculum ammaccato del candidato premier è questo criterio di selezione che deve far riflettere. Conte è stato scelto nel mazzo, proprio perché è uguale a qualunque altra carta del mazzo. Naturalmente c'è in questo l'imbroglio del tecnico cui si deve ricorrere per arbitrare tra i due leader di partito alleati e concorrenti: che però non può dirsi tecnico perché le ideologie grilline e leghiste si erano scatenate contro questa tipologia fino a esaurire le loro batterie ai tempi di Monti e Fornero, accusandoli mitologicamente di tutti i mali possibili. E dunque Conte avanza senza alcuna qualifica, né tecnico né politico, senza partito, addirittura nudo. Perfetta incarnazione dell'Uomo Qualunque 2018, buono per tutti gli incarichi e per qualsiasi politica, con qualsivoglia mezzo. Secondo la Costituzione è responsabile di un governo, che però nei fatti è già stato deciso a tavolino da Salvini e Di Maio; secondo l'articolo 95 ne dirige la politica, che in realtà è già stata definita e precostituita da un accordo chiamato addirittura "contratto" per renderlo commercialmente vincolante per i due partner diffidenti; secondo la prassi è titolare dell'unità dell'indirizzo politico del gabinetto, che ancora prima di giurare e fino all'ultimo minuto sarà nelle mani dei due leader. Nasce dunque questa figura costituzionalmente avventata e politicamente inedita: il premier altrui, in tutti i sensi.

Scegliere nell'indistinto, per dimostrare che anche l'uomo comune può prendere il comando se è sorretto dal fiume del sovvertimento, comporta un atto di fiducia nella volontà generale rivoluzionaria, più che nella democrazia parlamentare. Una volontà generale che nel Paese è perlomeno parziale, come dimostra la vittoria mutilata delle elezioni politiche. In più, questo criterio di scelta comporta il rischio concreto di abbassare la selezione dei candidati per le cariche più importanti di guida della cosa pubblica. Ogni partito, estremista o moderato, rivoluzionario o conservatore, avrebbe il dovere di scegliere il meglio per il Paese, a partire dal primo ministro. Può darsi naturalmente che Conte si riveli un eccellente premier, ed è giusto attenderlo alla prova. Ma intanto i criteri di selezione dicono molto sulla classe dirigente "rivoluzionaria" che ci attende, sullo sradicamento non solo dalla casta, ma dalle esperienze, dalle competenze, dalla trasmissione del sapere e delle conoscenze, tutto ciò che nell'alternarsi dei governi e nel rovesciamento delle maggioranze (benefico per la vitalità del sistema) forma la tradizione di una classe dirigente, la coscienza istituzionale, il senso comune della cosa pubblica, l'intelligenza repubblicana, il sentimento dello Stato.

Tutto questo rischia di finire nella rincorsa dell'Anno Zero, nell'illusione dell'aratro di Di Maio e Salvini che traccia il perimetro simbolico della Terza Repubblica, nella ricerca di figure subordinate al punto da essere protagoniste di qualsiasi svolta in ogni momento e a qualunque prezzo: per il Paese, naturalmente, che con le aperture a Putin, le simpatie di Orbán, le consonanze col gruppo di Visegrad rischia di diventare una scheggia incongrua o mostruosa di Europa orientale piantata in mezzo al Mediterraneo, con i complimenti già inviati a palazzo Chigi da Marine Le Pen, che realizza in Italia, con il governo di destra dei due populismi, ciò che gli elettori hanno bocciato in Francia.

Attenzione dunque alla maschera dell'Uomo Qualunque. Già nel 2000 Bourdieu avvertiva che uno dei segreti della forza di questi uomini nuovi che non hanno un passato da professionisti della politica sta proprio nella mancanza dei requisiti specifici che normalmente definiscono la competenza. In sostanza: piacciono perché non sono conformi al linguaggio abituale e abusato degli esperti. Per questa strada si denunciano i mali e i ritardi dell'autocooptazione di un pezzo di classe dirigente che si è autogarantita, di un'élite chiusa e familista che si è autoperpetrata, di cerchi e gigli magici, gruppi ristretti, partiti asfittici: ma cercando l'Uomo Qualunque si getta via un deposito di conoscenza della macchina istituzionale, un filo di sapere che lega il bene e il male del divenire repubblicano di questi decenni e che andrebbe rispettato anche nel più radicale cambio dei governi, perché è parte della nostra storia. E si copre l'istinto di destra che fa da cemento alla costruzione del nuovo ministero. Non tutto è da radere al suolo, non c'è mai l'Anno Zero. Anche Giona predicava a Ninive contro la corruzione. Ma quando credette di aver finito, e si coricò per riposarsi all'ombra di una pianta di ricino, il Signore fece seccare l'albero, e lui dovette alzarsi e riprendere il cammino.