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Sergio Mattarella con Carlo Cottarelli al Quirinale (agf)

Il premier “altrui” e il richiamo della foresta

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Alla fine, ha prevalso il richiamo della foresta, l'istinto della battaglia, la natura selvaggia del movimento sulla forma istituzionale del partito, la zanna del lupo sulla grisaglia del ministro. Nel giro assurdo di mezza giornata - come accade soltanto a chi non ha una storia culturale che obbliga a un percorso, e lo spiega - tutto si è rovesciato nel suo contrario e Giuseppe Conte, il premier altrui, è stato bruciato proprio dallo scartamento ridotto della leadership per cui era stato appositamente scelto: al primo, decisivo contrasto, il premier incaricato non aveva alcuna risorsa politica propria da mettere in campo, e dal suo angolo Di Maio e Salvini hanno gettato la spugna per lui, chiamando al centro del ring direttamente il capo dello Stato, per dargli la colpa della loro inconcludenza. La storia ci ha già insegnato che le rivoluzioni a metà sono una brutta bestia. Lega e Cinque Stelle sono con ogni evidenza dei mezzi vinci…
Alla fine, ha prevalso il richiamo della foresta, l'istinto della battaglia, la natura selvaggia del movimento sulla forma istituzionale del partito, la zanna del lupo sulla grisaglia del ministro. Nel giro assurdo di mezza giornata - come accade soltanto a chi non ha una storia culturale che obbliga a un percorso, e lo spiega - tutto si è rovesciato nel suo contrario e Giuseppe Conte, il premier altrui, è stato bruciato proprio dallo scartamento ridotto della leadership per cui era stato appositamente scelto: al primo, decisivo contrasto, il premier incaricato non aveva alcuna risorsa politica propria da mettere in campo, e dal suo angolo Di Maio e Salvini hanno gettato la spugna per lui, chiamando al centro del ring direttamente il capo dello Stato, per dargli la colpa della loro inconcludenza. La storia ci ha già insegnato che le rivoluzioni a metà sono una brutta bestia. Lega e Cinque Stelle sono con ogni evidenza dei mezzi vincitori che in questi lunghi mesi non sono riusciti ad usare l'unico strumento utile - la politica - per trasformare il risultato elettorale in una maggioranza e la maggioranza in un governo.

Nel frattempo, sono rimasti oppositori a metà: con Salvini che parla sempre come se avesse le camicie verdi pronte a puntare i forconi, Di Maio che si rivolge addirittura alla "popolazione", smettendo gli abiti democristiani indossati fin qui, quando bisognava rassicurare le cancellerie e baciare le reliquie dei santi. Anfibi per ottanta giorni, inquilini del Palazzo e insieme accampati nella piazza, infine i due movimenti hanno scelto di tornare definitivamente in strada per sparare sul quartiere generale, appena hanno capito che il Quirinale non eseguiva ordini ma esercitava prerogative. Con un giudizio indipendente e una valutazione autonoma sull'interesse nazionale, naturalmente nel rispetto delle maggioranze parlamentari, che devono però a loro volta tener conto dell'equilibrio con gli altri poteri.

È questo equilibrio che è saltato domenica, quando Salvini ha capito che non poteva comportarsi da padre-padrone della legislatura, e sta saltando a ripetizione, nella corsa ad inseguimento di Di Maio, che dovendo guardarsi anche dalla concorrenza interna, prima ha lanciato uno sgangherato piano di impeachment, poi ha chiamato gli italiani a convergere su Roma per manifestare il 2 giugno a colpi di tricolore, incurante dei richiami storici. 

Siamo alla prova di forza che vede nel capo dello Stato non il primo cittadino ma l'ultimo esponente della nomenklatura che la rivoluzione doveva spodestare. Ora sappiamo che dietro i sorrisi al Quirinale di queste settimane e dietro la firma notarile del contratto c'era in realtà il rovesciamento del trono repubblicano. Il presidente poteva solo adeguarsi, e cedere lo scettro di garante: o diventare nemico, com'è rapidamente accaduto, per un vizio che potremmo definire d'origine nella matrice culturale di questa alleanza che ha tentato la prova di governo. È infatti un comune istinto di destra che ha portato Lega e Cinque Stelle, dopo essersi sfidati nella campagna elettorale, a cercarsi dopo il voto. Due destre diverse, ma unite da una comune natura antisistema, da un sentimento anti-istituzionale, dalla ricerca di una nuova base sociale ammutinata che vuole antipolitica più che politica, crede nei giudizi sommari, ha già pronunciato le sentenze, non chiede solo il cambiamento ma la ghigliottina.

Andare al governo con questa rappresentanza ribelle, e con un mandato a metà, poteva essere un problema. C'era dunque bisogno di un totem ideologico e simbolico, anzi due. Per Di Maio, presto fatto, il totem era lui stesso. Si è offerto a qualunque alleato portandosi in giro come la statua del santo alle feste patronali, pur di fare il premier, trasfigurando così nella sua persona l'anomalia in rivoluzione, pronto poi a indicare un primo ministro trasparente, per riservare a sé il ruolo di plenipotenziario.

Per Salvini il totem era e resta l'Europa, l'euro, la Ue. Ha aspettato la fine della campagna elettorale, la stesura del programma, l'incarico a Conte. Poi ha tirato fuori il nome di Savona, trasformandolo in una bandiera da agitare davanti a Bruxelles, in un segnale da inviare a Berlino, in un messaggio congiunto per Strasburgo, Mosca, Washington. Indicando a tutti che l'Italia è pronta non solo a negoziare in Europa, ma a fare di testa sua, che un "piano B" è possibile, che la pistola sarà sul tavolo, che l'azzardo è un'opzione: e che tutto questo per la Lega è comunque una fantastica piattaforma elettorale. Mattarella ha detto no per tutelare i conti pubblici italiani e i risparmi delle famiglie, ma in realtà per qualcosa di più. Perché improvvisamente dietro al nome di Savona giocato ideologicamente da Salvini sono entrate in campo questioni di fondo, la costituzionalizzazione dell'Europa, il nostro posto nel mondo di oggi, il ruolo italiano nelle alleanze internazionali, le ambiguità di Lega e grillini nei confronti di Putin, addirittura lo stesso concetto di Occidente: e infatti nel romanzo di Jack London, quando nel vento sentiva il richiamo della foresta, il cane-lupo correva verso Est.

Ecco perché il presidente oggi non va lasciato solo, quando è costretto a giocare Cottarelli come ultima carta, mentre tutt'attorno le destre italiane, europee e americane vanno all'attacco con le stesse parole: il leader della Brexit, Nigel Farage, evoca gli "elettori furiosi", il sito Breitbart dell'Alt-right Usa annuncia "manifestazioni di massa" contro il "sabotaggio" della volontà popolare, Marine Le Pen denuncia un "colpo di Stato" e una "rapina ai danni del popolo italiano" da parte di "istituzioni illegittime". Se questa è la platea, come si fa a rimanere neutrali? Da qualche parte deve pur esserci ancora un interesse generale, o qualcosa di simile. Si può andare in minoranza, se in compagnia di alcune idee, e di qualche buona ragione per il Paese.