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Come ritrovare la sinistra

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Non bisognava arrivare fin qui per capire l'emergenza. La campana a morto per l'Occidente e il campo della liberal-democrazia era suonata con l'elezione di Trump, che non ha avuto nessuna lettura adeguata
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Il problema non è perdere le elezioni, ma — al punto in cui siamo — perdere se stessi, la ragione di esistere, la capacità di rappresentare la propria gente. In un paradosso della storia, mentre il mondo nuovo mette in crisi il pensiero liberale e la stessa identità dell’Occidente, e l’Italia sperimenta la torsione a destra più feroce degli ultimi decenni, entra in crisi il concetto stesso di sinistra: come se fosse una persistenza del Novecento, finita insieme col mondo delle fabbriche, delle ciminiere e delle classi organizzate, e non invece l’unica corrente di pensiero in grado di opporre una cultura liberaldemocratica di governo e di responsabilità a questa rincorsa degli istinti trasformati in politica, scambiando la guida del Paese per il pulpito di una campagna elettorale permanente.

Non bisognava arrivare fin qui per capire l’emergenza. La campana a morto per l’Occidente e il campo della liberal-demo…
Il problema non è perdere le elezioni, ma — al punto in cui siamo — perdere se stessi, la ragione di esistere, la capacità di rappresentare la propria gente. In un paradosso della storia, mentre il mondo nuovo mette in crisi il pensiero liberale e la stessa identità dell’Occidente, e l’Italia sperimenta la torsione a destra più feroce degli ultimi decenni, entra in crisi il concetto stesso di sinistra: come se fosse una persistenza del Novecento, finita insieme col mondo delle fabbriche, delle ciminiere e delle classi organizzate, e non invece l’unica corrente di pensiero in grado di opporre una cultura liberaldemocratica di governo e di responsabilità a questa rincorsa degli istinti trasformati in politica, scambiando la guida del Paese per il pulpito di una campagna elettorale permanente.

Non bisognava arrivare fin qui per capire l’emergenza. La campana a morto per l’Occidente e il campo della liberal-democrazia era suonata con l’elezione di Trump, che non ha avuto nessuna lettura adeguata a sinistra. Nessun cambio di comportamento, mentre stava cambiando il mondo, con l’unilateralismo riemergente, il rapporto con l’Europa e l’Alleanza atlantica in crisi, Putin nemico-amico, i poli della bussola occidentale che impazziscono anche per noi. E invece, divisioni a sinistra, meschinità che non vale nemmeno la pena ricordare, responsabilità che non sarà facile dimenticare, mentre c’era ancora per il Pd la possibilità di giocare in Parlamento il ruolo di partito responsabile del sistema, nullificato costantemente nelle polemiche intestine, nelle lotte fratricide, nell’incapacità di capire che il vero avversario non cresceva nelle proprie file ma nelle nuove destre mascherate col volto dell’antipolitica.

Fino all’esplosione del sovranismo e del grillismo, inevitabilmente alleati in un patto antieuropeo, anti-immigrati, antisolidale, antisociale, per un Paese che sta cambiando rapidamente volto, linguaggio e codici di riferimento, sta assumendo il politicamente scorretto come abitudine d’uso, sta introiettando la cultura della destra come senso comune. Tutto questo ha ormai trasformato il tema dei migranti in un’emergenza che non esiste nei numeri, con gli sbarchi diminuiti drasticamente nei primi mesi di quest’anno. Ma intanto questa emergenza fantasmatica viene venduta politicamente come un problema di sicurezza e di ordine pubblico, contro ogni evidenza ma in favore di telecamera per il ministro di Polizia che ogni giorno chiude i porti, ferma le navi, blocca i migranti, minaccia gli zingari, prepara i censimenti, dirotta le Ong di soccorso, tuona contro la Francia.

Tenuto nello spavento da un telegiornale a un talk show notturno, il Paese è pronto a scambiare libertà in cambio di protezione. Anzi, oggi cerca libertà dentro quella protezione che la destra vende a colpi di slogan, senza politica, facendo la voce grossa in Europa, ma cercando alleanze tra chi non vuole prendersi la sua quota di migranti. Il fatto è che la sinistra, in questa partita cruciale tra sicurezza e diritti, è fuori dal mercato. La politica del ministro degli Interni Minniti è in gran parte responsabile di questo calo degli sbarchi, ma gelosie ridicole e vendette miserabili hanno impedito che diventasse la voce alta e forte del Pd in ogni campagna elettorale. Manca la capacità di trasformare quella riduzione degli arrivi in discorso politico corrente, soprattutto di farlo diventare luogo comune, chiacchiera quotidiana, contro-ideologia fattuale.

Non c’è a sinistra la capacità di spiegare che insieme con la sicurezza l’espansione dei diritti è la miglior garanzia di libertà, perché fa crescere la cifra complessiva della qualità della nostra vita di relazione, quella che ogni giorno scambiamo con gli altri. E intanto, mentre la crisi riconfigurava il sociale, trasformando le disuguaglianze in esclusioni, la sinistra usciva fisicamente dal sociale, perdendo sia i disuguali che gli esclusi, cambiando il proprio profilo e inseguendo un paesaggio immaginario, col risultato di trovarsi tagliata fuori dal Paese reale, persino dalle zone rosse, come un ramo secco.

Qualcosa si è spezzato nell’anima del Paese. Non siamo di fronte ad un semplice trasloco di voti, e nemmeno ad una normale alternanza tra destra e sinistra, dentro un quadro invariato di riferimenti internazionali e di valori di riferimento comuni. No, qui il vuoto culturale grillino è un puro veicolo pseudorivoluzionario riempito dall’energia ideologica lepenista di Salvini, dalla sua ammirazione per i nuovi dittatori delle “democrature” euro-asiatiche, dai suoi riferimenti autoritari in politica estera. Un fascioleghismo che trova una cornice internazionale — dal gruppo di Visegrad all’Austria, da Putin a Erdogan, a Trump — pronta ad accoglierlo e a rilanciarlo in un quadro antieuropeo, che ha come primi bersagli Merkel e Macron, ma come obiettivo di fondo ha la democrazia liberale, cioè il terreno di gioco su cui sono cresciuti in libertà politica, istituzioni e partiti in tutti questi decenni.

È questa la sfida che il Paese ha davanti. L’Anno Zero del governo del cambiamento è pieno di incognite, ma una cosa è certa: la sua politica è così violentemente ideologica che tocca i fondamenti stessi della civiltà europea e della sua traduzione politica e istituzionale. Davanti a tutto questo la sensibilità del mondo intellettuale è debole e frammentaria, come sempre, mentre il mondo politico sembra ancora sotto shock.

Per sproporzionato che possa sembrare, la partita chiama in causa prima di tutti la sinistra. Deve organizzare addirittura una metà del campo, mentre deve riorganizzare se stessa, dandosi finalmente un leader e una forma-partito. Semplicemente, nessun altro può farlo, e non c’è tempo da perdere, nell’interesse del Paese. Perché tocca alla sinistra oggi — insieme con altre forze — la responsabilità storica di difendere l’identità europea, il principio occidentale, il pensiero liberal-democratico. È la forma stessa della democrazia materiale in cui abbiamo vissuto in questo lunghissimo dopoguerra di pace, e che oggi per la prima volta viene messo seriamente in discussione. Si opponga a questa destra, difenda questi valori e ritroverà se stessa: e magari, per strada, anche la sua gente perduta.