In un Paese fortemente indebolito dalla sua incapacità di uscire dalla crisi e dall'incertezza politica che il governo semina a piene mani, la tragedia di Genova - con decine di morti, mentre si cercano ancora i dispersi - illumina come un fulmine la crisi di sistema in cui siamo immersi e che non vogliamo vedere. Una delle più grandi società autostradali private del mondo sotto accusa per non aver saputo prevedere il rischio-disastro di un'opera gigantesca a cui la popolazione guardava da tempo con allarme; una storica città europea che scopre adesso di essere abbarbicata a quell'unico viadotto che l'apriva e la chiudeva come un ponte levatoio del Duemila, e nel dramma si trova oggi prigioniera di un gigantesco "tilt" dai costi imprevedibili sul suo destino.
Nel sistema malato, il comportamento della politica è parte della crisi, non della sua soluzione. Quel governatore della Liguria che si distingue da mesi nella sua per…
Nel sistema malato, il comportamento della politica è parte della crisi, non della sua soluzione. Quel governatore della Liguria che si distingue da mesi nella sua per…
In un Paese fortemente indebolito dalla sua incapacità di uscire dalla crisi e dall'incertezza politica che il governo semina a piene mani, la tragedia di Genova - con decine di morti, mentre si cercano ancora i dispersi - illumina come un fulmine la crisi di sistema in cui siamo immersi e che non vogliamo vedere. Una delle più grandi società autostradali private del mondo sotto accusa per non aver saputo prevedere il rischio-disastro di un'opera gigantesca a cui la popolazione guardava da tempo con allarme; una storica città europea che scopre adesso di essere abbarbicata a quell'unico viadotto che l'apriva e la chiudeva come un ponte levatoio del Duemila, e nel dramma si trova oggi prigioniera di un gigantesco "tilt" dai costi imprevedibili sul suo destino.
Nel sistema malato, il comportamento della politica è parte della crisi, non della sua soluzione. Quel governatore della Liguria che si distingue da mesi nella sua personale corsa a inseguimento di Salvini per garantirsi un futuro nella neodestra, che idea si è fatto intanto della viabilità di Genova e in quali progetti strategici l'ha tradotta? E la sinistra, che ha governato il Paese per anni, non ha nulla da dire? Serve oggi, subito, un progetto d'emergenza capace di reinventare il futuro della città affrontando la sua "fragilità" naturale, denunciata da Renzo Piano a Francesco Merlo. Così come serve un impegno del governo per garantire subito la messa in sicurezza dei 300 ponti e gallerie a cui oggi guardano con comprensibile paura gli italiani: cosa si aspetta?
Un dovere soprattutto per Autostrade, che non può rifugiarsi nel linguaggio tecnico di comunicati burocratici, in attesa che la magistratura faccia luce su probabili negligenze, colpe e responsabilità per carichi eccessivi, oscillazioni straordinarie, manutenzioni fin troppo ordinarie. Ma che, nello stesso tempo, non può diventare il capro espiatorio di processi sommari con riti di piazza. Annunciando la sospensione della concessione il premier Conte ha spiegato che il nuovo governo non può aspettare "i tempi della giustizia". Ma i tempi della giustizia sono i tempi del diritto, e delle sue garanzie per reperire gli elementi d'accusa e per predisporre gli strumenti di difesa. Sono quindi i tempi del giudizio e della responsabilità in ogni Paese civile.
È tipico del populismo sfruttare le emozioni dopo una tragedia in termini di propaganda più che di governo, facendo da specchio all'indignazione popolare invece di risolverla emancipandola. Per riuscirci sono necessarie due cose: scaricare tutte le responsabilità sul sistema, presentato come un insieme fradicio e marcio di élite, baronie, vecchi partiti, istituzioni e poteri economici e finanziari forti; e presentare se stessi come perennemente estranei al sistema, anche quando si siede al suo vertice, governandolo da palazzo Chigi.
Ecco dunque il bypass delle indagini e della magistratura, perché il governo del popolo agisce nel nome e per conto del sentimento popolare - o meglio, del suo risentimento - , dunque decide già colpe e colpevoli, sa tutto, conosce quel che gli serve, non ha bisogno di aspettare: e se sbaglia, pazienza, perché lo fa sull'onda della santa indignazione, che è l'unica verità a cui il populismo intende conformarsi. Si spiega così quella frase di Di Maio nei giorni del lutto ("A me Benetton non pagava campagne elettorali") che non avrebbe pronunciato nemmeno Perón.
Ma tutto questo è possibile soltanto perché la cornice culturale lo consente, in quanto si è spezzato il concetto di progresso. Non ci crediamo più. Anzi, ne abbiamo addirittura paura. Esaurito l'avvenire, che era la proiezione di un'ideologia preordinata, abbiamo consumato anche l'idea di futuro, di qualcosa da progettare e costruire insieme, a cui guardare e in cui sperare, per noi e per i nostri figli.
In parte la colpa è della crisi che si è mangiata la crescita, rinserrandoci in un eterno presente senza uscite e senza coraggio. Ma in parte è colpa nostra, perché nella palude della crisi abbiamo ascoltato per troppo tempo i pifferai della decrescita, come se non fosse possibile coniugare lo sviluppo con la trasparenza e l'onestà, e soprattutto come se fosse praticabile il grande inganno di una regressione nazionale felice, affidando a questo destino inverso, antimoderno e oscurantista, la riuscita dell'Italia.
Ci hanno raccontato che siamo all'Anno Zero della nuova politica, con l'Uomo Zero, né di destra né di sinistra, fuori dalla storia, dal divenire repubblicano, dal disegno istituzionale, dai liberi vincoli reciproci della nostra civiltà: adesso ci portano al "punto zero" della vicenda italiana, fuori da ogni percorso di sviluppo, in un Paese laterale, antico e immaginario, dove tutto è sospetto, anche e soprattutto la crescita.
Alla fine, davanti a questa deriva del ground zero italiano, la buona vecchia idea di progresso deve tornare a parlare ai liberali, alla sinistra, agli uomini e alle donne di buona volontà: semplicemente perché non si può rinunciare a costruire un domani al Paese.
Nel sistema malato, il comportamento della politica è parte della crisi, non della sua soluzione. Quel governatore della Liguria che si distingue da mesi nella sua personale corsa a inseguimento di Salvini per garantirsi un futuro nella neodestra, che idea si è fatto intanto della viabilità di Genova e in quali progetti strategici l'ha tradotta? E la sinistra, che ha governato il Paese per anni, non ha nulla da dire? Serve oggi, subito, un progetto d'emergenza capace di reinventare il futuro della città affrontando la sua "fragilità" naturale, denunciata da Renzo Piano a Francesco Merlo. Così come serve un impegno del governo per garantire subito la messa in sicurezza dei 300 ponti e gallerie a cui oggi guardano con comprensibile paura gli italiani: cosa si aspetta?
Un dovere soprattutto per Autostrade, che non può rifugiarsi nel linguaggio tecnico di comunicati burocratici, in attesa che la magistratura faccia luce su probabili negligenze, colpe e responsabilità per carichi eccessivi, oscillazioni straordinarie, manutenzioni fin troppo ordinarie. Ma che, nello stesso tempo, non può diventare il capro espiatorio di processi sommari con riti di piazza. Annunciando la sospensione della concessione il premier Conte ha spiegato che il nuovo governo non può aspettare "i tempi della giustizia". Ma i tempi della giustizia sono i tempi del diritto, e delle sue garanzie per reperire gli elementi d'accusa e per predisporre gli strumenti di difesa. Sono quindi i tempi del giudizio e della responsabilità in ogni Paese civile.
È tipico del populismo sfruttare le emozioni dopo una tragedia in termini di propaganda più che di governo, facendo da specchio all'indignazione popolare invece di risolverla emancipandola. Per riuscirci sono necessarie due cose: scaricare tutte le responsabilità sul sistema, presentato come un insieme fradicio e marcio di élite, baronie, vecchi partiti, istituzioni e poteri economici e finanziari forti; e presentare se stessi come perennemente estranei al sistema, anche quando si siede al suo vertice, governandolo da palazzo Chigi.
Ecco dunque il bypass delle indagini e della magistratura, perché il governo del popolo agisce nel nome e per conto del sentimento popolare - o meglio, del suo risentimento - , dunque decide già colpe e colpevoli, sa tutto, conosce quel che gli serve, non ha bisogno di aspettare: e se sbaglia, pazienza, perché lo fa sull'onda della santa indignazione, che è l'unica verità a cui il populismo intende conformarsi. Si spiega così quella frase di Di Maio nei giorni del lutto ("A me Benetton non pagava campagne elettorali") che non avrebbe pronunciato nemmeno Perón.
Ma tutto questo è possibile soltanto perché la cornice culturale lo consente, in quanto si è spezzato il concetto di progresso. Non ci crediamo più. Anzi, ne abbiamo addirittura paura. Esaurito l'avvenire, che era la proiezione di un'ideologia preordinata, abbiamo consumato anche l'idea di futuro, di qualcosa da progettare e costruire insieme, a cui guardare e in cui sperare, per noi e per i nostri figli.
In parte la colpa è della crisi che si è mangiata la crescita, rinserrandoci in un eterno presente senza uscite e senza coraggio. Ma in parte è colpa nostra, perché nella palude della crisi abbiamo ascoltato per troppo tempo i pifferai della decrescita, come se non fosse possibile coniugare lo sviluppo con la trasparenza e l'onestà, e soprattutto come se fosse praticabile il grande inganno di una regressione nazionale felice, affidando a questo destino inverso, antimoderno e oscurantista, la riuscita dell'Italia.
Ci hanno raccontato che siamo all'Anno Zero della nuova politica, con l'Uomo Zero, né di destra né di sinistra, fuori dalla storia, dal divenire repubblicano, dal disegno istituzionale, dai liberi vincoli reciproci della nostra civiltà: adesso ci portano al "punto zero" della vicenda italiana, fuori da ogni percorso di sviluppo, in un Paese laterale, antico e immaginario, dove tutto è sospetto, anche e soprattutto la crescita.
Alla fine, davanti a questa deriva del ground zero italiano, la buona vecchia idea di progresso deve tornare a parlare ai liberali, alla sinistra, agli uomini e alle donne di buona volontà: semplicemente perché non si può rinunciare a costruire un domani al Paese.