Uno pensa che la gestione etica per un’azienda con la partecipazione dello Stato — magniloquenza a parte — significhi prima di tutto creare valore e fare profitto nella trasparenza, poi produrre lavoro, occupazione e innovazione nel rispetto delle regole, delle leggi e dell’ambiente, rispondendo agli azionisti e al mercato.
No, invece. Nella nuova era non basta. Troppo facile. Perché manca il nemico, il nuovo totem che deve accompagnare ogni azione e ogni proclama del governo. Anzi, a ben vedere il cambiamento consiste proprio in questo: nel cominciare ogni atto politico con l’individuazione di un nemico, su cui indirizzare gli istinti del popolo per convogliare tutte le frustrazioni e i rancori verso un capro espiatorio esterno, già individuato in partenza. Meglio se appartenente alla cosiddetta élite, alla vecchia classe dirigente. In questo caso, chi più adatto dei giornali? Rappresentano, con tutti i loro difetti, un mondo…
No, invece. Nella nuova era non basta. Troppo facile. Perché manca il nemico, il nuovo totem che deve accompagnare ogni azione e ogni proclama del governo. Anzi, a ben vedere il cambiamento consiste proprio in questo: nel cominciare ogni atto politico con l’individuazione di un nemico, su cui indirizzare gli istinti del popolo per convogliare tutte le frustrazioni e i rancori verso un capro espiatorio esterno, già individuato in partenza. Meglio se appartenente alla cosiddetta élite, alla vecchia classe dirigente. In questo caso, chi più adatto dei giornali? Rappresentano, con tutti i loro difetti, un mondo…
Uno pensa che la gestione etica per un’azienda con la partecipazione dello Stato — magniloquenza a parte — significhi prima di tutto creare valore e fare profitto nella trasparenza, poi produrre lavoro, occupazione e innovazione nel rispetto delle regole, delle leggi e dell’ambiente, rispondendo agli azionisti e al mercato.
No, invece. Nella nuova era non basta. Troppo facile. Perché manca il nemico, il nuovo totem che deve accompagnare ogni azione e ogni proclama del governo. Anzi, a ben vedere il cambiamento consiste proprio in questo: nel cominciare ogni atto politico con l’individuazione di un nemico, su cui indirizzare gli istinti del popolo per convogliare tutte le frustrazioni e i rancori verso un capro espiatorio esterno, già individuato in partenza. Meglio se appartenente alla cosiddetta élite, alla vecchia classe dirigente. In questo caso, chi più adatto dei giornali? Rappresentano, con tutti i loro difetti, un mondo che sa leggere e sa scrivere, e va persino al di là dei 140 caratteri di insulti rovesciati sui social, il nuovo parlamento ideale di Salvini e Casaleggio.
Dunque Di Maio spiega che le aziende partecipate dovranno «smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali perché molto spesso non si sa se comprano quelle inserzioni per fare pubblicità al brand o per fare un favore ai giornali», tenendo così in vita gruppi editoriali «che altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere».
Ora, per fortuna la sopravvivenza dei giornali non dipende da Di Maio, né dalla pubblicità delle aziende che il governo influenza, ma dal rapporto con i lettori e con il mercato. Ma va pur detto che nel mondo occidentale nel quale per ora viviamo, la vitalità dei giornali è comunque considerata un indice di democrazia e di civismo. Nel mondo a parte di Di Maio, i giornali sono invece dei nemici, degli intrusi, dei clandestini, dei parassiti, da additare alle aziende perché si conformino al diktat del governo come avviene nelle demokrature, provando a tagliar loro i viveri: «Smettetela».
Addomesticata la Rai, comprati gli imprenditori con un semi-condono, il vicepremier sogna dunque al primo scricchiolar di sondaggi un mondo senza giornali, dominato dalle prediche impartite ai seguaci dal pulpito dei social. Magari rivaleggiando con Salvini per arrivare primi a trasformare una tragedia in un hashtag, seguendo un algoritmo per sostituire un ragionamento con una battuta, con un unico obiettivo: vestire i panni del governo con i modi, i toni, la cultura e il linguaggio dell’opposizione. Una contraddizione politico-istituzionale che prima o poi scoppierà. La questione è semplice: i giornali per loro natura raccontano le contraddizioni dei governi, i social le rilanciano. Non potendo neutralizzare le sue contraddizioni, il governo prova a neutralizzare goffamente i giornali, convinto che tutto si compri e si venda. Non si illuda, Di Maio, i quotidiani andranno avanti a parlare ai loro lettori, attraverso le loro edizioni di carta e sul web.
Restano solo due domande. Non viene in mente al ministro che queste minacce rivelano il suo timore per un’opinione pubblica libera, indipendente, pluralista ed autonoma grazie al concorso di tutti i mezzi di informazione, di qualunque tendenza, che rendono la società più aperta, trasparente e democratica? Infine: Di Maio vivrebbe volentieri in un Paese in cui il vicepremier si permette di dire ai manager delle aziende partecipate dallo Stato di «smetterla» con gli investimenti su questo o quel mezzo, invece di lasciarli liberi di seguire esclusivamente le leggi di mercato e gli interessi delle loro società, pubblicizzando i loro prodotti semplicemente dove ritengono più conveniente farlo senza obbedire alla politica?
È esattamente quel che capita nell’Italia 2018.Dove un ministro dello Sviluppo rispolvera il vecchio dirigismo per le sue minacce e le sue vendette. E dove un ministro di Polizia, garante dell’ordine costituito, può appendere l’avviso di garanzia a una parete del Viminale come un diploma di merito. Naturalmente in nome della «gestione etica» di cui parla Di Maio. Nel mondo a parte giallo-verde, anche le parole e i gesti sono rovesciati, tra gli applausi dei followers: fino a quando?
No, invece. Nella nuova era non basta. Troppo facile. Perché manca il nemico, il nuovo totem che deve accompagnare ogni azione e ogni proclama del governo. Anzi, a ben vedere il cambiamento consiste proprio in questo: nel cominciare ogni atto politico con l’individuazione di un nemico, su cui indirizzare gli istinti del popolo per convogliare tutte le frustrazioni e i rancori verso un capro espiatorio esterno, già individuato in partenza. Meglio se appartenente alla cosiddetta élite, alla vecchia classe dirigente. In questo caso, chi più adatto dei giornali? Rappresentano, con tutti i loro difetti, un mondo che sa leggere e sa scrivere, e va persino al di là dei 140 caratteri di insulti rovesciati sui social, il nuovo parlamento ideale di Salvini e Casaleggio.
Dunque Di Maio spiega che le aziende partecipate dovranno «smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali perché molto spesso non si sa se comprano quelle inserzioni per fare pubblicità al brand o per fare un favore ai giornali», tenendo così in vita gruppi editoriali «che altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere».
Ora, per fortuna la sopravvivenza dei giornali non dipende da Di Maio, né dalla pubblicità delle aziende che il governo influenza, ma dal rapporto con i lettori e con il mercato. Ma va pur detto che nel mondo occidentale nel quale per ora viviamo, la vitalità dei giornali è comunque considerata un indice di democrazia e di civismo. Nel mondo a parte di Di Maio, i giornali sono invece dei nemici, degli intrusi, dei clandestini, dei parassiti, da additare alle aziende perché si conformino al diktat del governo come avviene nelle demokrature, provando a tagliar loro i viveri: «Smettetela».
Addomesticata la Rai, comprati gli imprenditori con un semi-condono, il vicepremier sogna dunque al primo scricchiolar di sondaggi un mondo senza giornali, dominato dalle prediche impartite ai seguaci dal pulpito dei social. Magari rivaleggiando con Salvini per arrivare primi a trasformare una tragedia in un hashtag, seguendo un algoritmo per sostituire un ragionamento con una battuta, con un unico obiettivo: vestire i panni del governo con i modi, i toni, la cultura e il linguaggio dell’opposizione. Una contraddizione politico-istituzionale che prima o poi scoppierà. La questione è semplice: i giornali per loro natura raccontano le contraddizioni dei governi, i social le rilanciano. Non potendo neutralizzare le sue contraddizioni, il governo prova a neutralizzare goffamente i giornali, convinto che tutto si compri e si venda. Non si illuda, Di Maio, i quotidiani andranno avanti a parlare ai loro lettori, attraverso le loro edizioni di carta e sul web.
Restano solo due domande. Non viene in mente al ministro che queste minacce rivelano il suo timore per un’opinione pubblica libera, indipendente, pluralista ed autonoma grazie al concorso di tutti i mezzi di informazione, di qualunque tendenza, che rendono la società più aperta, trasparente e democratica? Infine: Di Maio vivrebbe volentieri in un Paese in cui il vicepremier si permette di dire ai manager delle aziende partecipate dallo Stato di «smetterla» con gli investimenti su questo o quel mezzo, invece di lasciarli liberi di seguire esclusivamente le leggi di mercato e gli interessi delle loro società, pubblicizzando i loro prodotti semplicemente dove ritengono più conveniente farlo senza obbedire alla politica?
È esattamente quel che capita nell’Italia 2018.Dove un ministro dello Sviluppo rispolvera il vecchio dirigismo per le sue minacce e le sue vendette. E dove un ministro di Polizia, garante dell’ordine costituito, può appendere l’avviso di garanzia a una parete del Viminale come un diploma di merito. Naturalmente in nome della «gestione etica» di cui parla Di Maio. Nel mondo a parte giallo-verde, anche le parole e i gesti sono rovesciati, tra gli applausi dei followers: fino a quando?