Sfida europea per ricostruire il blocco democratico
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARILe prossime elezioni non si limitano all'assetto del continente ma pongono temi utilizzabili anche per la situazione italiana: serve che Pd e il Movimento nazionale che si intravede si mettano insieme
Di Donald Trump post-elettorale tutti hanno già parlato nei giorni scorsi e il suo bilancio politico si può riassumere così: ha perso poco e vinto molto, non solo nelle elezioni della Camera e del Senato (quest'ultimo conta più della Camera) ma nelle elezioni dei governatori, sia nel numero (18 contro 16) che nell'importanza degli Stati, più significativi di quelli liberaldemocratici.
A noi del resto interessa più l'Europa che gli altri continenti e qui proprio venerdì abbiamo pubblicato un'intervista strepitosa con lo scrittore e romanziere austriaco Robert Menasse che recentemente ha scritto un romanzo assai interessante intitolato "La capitale" (Sellerio editore) che tratta il tema politico che lo vede alla testa di un folto gruppo di intellettuali abbastanza di sinistra impegnati a fondare la Repubblica europea. In pratica Menasse ha fatto proprio l'ideale di Altiero Spinelli su un'Europa federale.…
A noi del resto interessa più l'Europa che gli altri continenti e qui proprio venerdì abbiamo pubblicato un'intervista strepitosa con lo scrittore e romanziere austriaco Robert Menasse che recentemente ha scritto un romanzo assai interessante intitolato "La capitale" (Sellerio editore) che tratta il tema politico che lo vede alla testa di un folto gruppo di intellettuali abbastanza di sinistra impegnati a fondare la Repubblica europea. In pratica Menasse ha fatto proprio l'ideale di Altiero Spinelli su un'Europa federale.…
Di Donald Trump post-elettorale tutti hanno già parlato nei giorni scorsi e il suo bilancio politico si può riassumere così: ha perso poco e vinto molto, non solo nelle elezioni della Camera e del Senato (quest'ultimo conta più della Camera) ma nelle elezioni dei governatori, sia nel numero (18 contro 16) che nell'importanza degli Stati, più significativi di quelli liberaldemocratici.
A noi del resto interessa più l'Europa che gli altri continenti e qui proprio venerdì abbiamo pubblicato un'intervista strepitosa con lo scrittore e romanziere austriaco Robert Menasse che recentemente ha scritto un romanzo assai interessante intitolato "La capitale" (Sellerio editore) che tratta il tema politico che lo vede alla testa di un folto gruppo di intellettuali abbastanza di sinistra impegnati a fondare la Repubblica europea. In pratica Menasse ha fatto proprio l'ideale di Altiero Spinelli su un'Europa federale. Menasse riprende quel tema e sta mobilitando un folto gruppo che punta all'unità dell'Europa.
La Repubblica contro il nazionalismo per il quale il capo della Lega, Matteo Salvini, è massicciamente impegnato contro la proposta di Menasse. Si apre così una vera e propria battaglia che influirà anche sugli elettori e i partiti che li rappresentano soprattutto in vista delle elezioni del 2019. Debbo pensare che il Pd condivida il programma di Menasse e lo faccia proprio. Gli europeisti italiani indicano un'Europa federale. Menasse la chiama Repubblica europea: ci sono leggeri dissensi ma la sostanza è identica. Ora è da vedere come voteranno gli elettori tra sei mesi. Il tempo è breve e il tema sarà affrontato presto.
Le prossime elezioni però non si limitano all'assetto dell'Europa anche perché elezioni di quel genere consentono di aggregare un ampio numero di elettori indipendentemente dai temi europei ma utilizzabili anche per la situazione italiana quale sia la posizione dell'attuale maggioranza di governo tra la Lega e Cinquestelle e quale dovrebbe essere l'entità numerica del Partito democratico. Ciò significa che, viste da Roma, le elezioni europee servono per noi soprattutto a misurare i rapporti numerici e politici tra l'alleanza di governo e la "minuscola" opposizione del Pd.
Il Partito democratico si trova attualmente e già da molti mesi al 17 per cento cioè al di sotto di quanto per due anni è stata la sua presenza elettorale, franata alle elezioni del 4 marzo scorso dal 40 che fino ad allora aveva creduto di avere. Se dovesse avvenire un rilancio di quel partito, che è la speranza di chi lo governa e di chi lo vota, anche adesso dovrebbe arrivare quasi sicuramente al 20 che però rappresenterebbe poco più che una pagliuzza. Qualche cosa di maggiormente visibile sarà se dal 17 potrà arrivare al 25, otto punti più della consistenza attuale; ma anche un partito del 25 per cento conta assai poco, anzi quasi nulla. Il 30 per cento avrebbe già una consistenza accettabile e potrebbe fregiarsi del titolo di opposizione nei confronti del governo il quale peraltro, con le sue varie alleanze, arriva nei pressi del 70 per cento.
Una opposizione al 30 si potrebbe pur chiamare in quel modo ma continuerebbe a contare ben poco. D'altra parte dal 17 al 30 il salto è notevole e tuttavia continuerebbe a influire assai poco sull'andamento della politica italiana. Comunque un difficilissimo 30 è impossibile da superare. Per riuscire a raggiungerlo sono peraltro necessari alcuni mutamenti organizzativi. A mio avviso sono due. Il primo e indispensabile è di ricostruire la collegialità del gruppo dirigente e la fine della dittatura renziana che ormai è lo stesso Renzi a deplorare negando comunque che sia mai esistita. Va notato tuttavia che mentre negava la sua tendenza a comandare da solo, anche alla Leopolda non ha fatto altro. È probabile che nel prossimo futuro Renzi nomini al suo posto un delegato di cui si fida e così continuerebbe la solitudine semidittatoriale con un amico che lo sostituisce e lavora per lui.
L'altro tema mi sembra della massima importanza: insediare un presidente del partito che abbia nel Pd poteri analoghi a quelli che il presidente della Repubblica ha nei confronti del governo e del Parlamento. Un presidente del partito sarebbe una novità assoluta non solo del presente ma anche del passato prossimo, eppure non è mai così necessario. I suoi poteri, in analogia a quelli del Quirinale ma ovviamente limitati al partito, sarebbero anzitutto quelli di rappresentanza e poi di vigilanza sul rispetto dello statuto e delle regole che il partito ha da tempo instaurato ma spesso ignorato quando invece sarebbe stato necessario adottarle. Il presidente avrebbe inoltre la possibilità di segnalare al segretario del partito regole aggiuntive che tengano il partito al passo coi tempi e infine - a somiglianza di quanto è previsto per il Quirinale - potrebbe esercitare sulla segreteria (e solo su di essa) quella che per tradizione si chiama "moral suasion".
Quest'ipotesi di creazione di un'autorità presidenziale deve prevedere l'elezione di una personalità che possieda le qualità necessarie e una sua storia politica adeguata. Personalità che abbiano queste qualità sono parecchie. Ne indico tre che a mio avviso hanno tutti i requisiti richiesti per una carica così descritta: Walter Veltroni, che fondò il Pd undici anni fa; Romano Prodi, che una ventina e più di anni fa fondò l'Ulivo; Paolo Gentiloni che ha presieduto molto bene l'ultimo governo affidato al Partito democratico. Ci sono anche altri nomi adeguati a quest'ipotesi ma mi astengo, i tre suddetti sono ampiamente sufficienti.
È evidente che tutte le altre cariche del partito resterebbero con poteri immutati e probabilmente accresciuti se si vuole affrontare un rilancio tutt'altro che facile. Un presidente non diminuisce assolutamente i poteri del segretario, della Direzione e dell'Assemblea. Se imitiamo su scala minore ma con intendimenti analoghi le funzioni del presidente della Repubblica non alteriamo e anzi rafforziamo i poteri di quello che per il Quirinale è il governo e per il partito sono gli organi esistenti: segretario e segreteria, Direzione, Assemblea. Io credo che una riforma del genere farebbe un vero e proprio colpo nella pubblica opinione specialmente se rappresentata da uno di quei tre nomi; raggiungere il 30 per cento e forse qualche cosa di più non sarebbe impossibile.
Nel frattempo tuttavia si sta configurando una sorta di Movimento di ispirazione liberaldemocratica che può ispirarsi a valori di sinistra o di centro ma che sono comunque ispirati dalla democrazia e cioè non già dal populismo ma da un popolo sovrano, come si usa dire quando è il popolo a dire la sua parola. Questo Movimento già si intravede e in certi comuni o regioni esiste già, sia pure "in nuce". A Napoli il sindaco Luigi de Magistris l'ha già configurato come necessario, almeno nella Campania e nelle regioni vicine. A Palermo l'ha configurato Leoluca Orlando che da parecchi anni ha uno stuolo qualificato di suoi permanenti sostenitori ma può facilmente allargarne il numero e la qualità culturale e politica.
Ma un'analoga esperienza e ancor più consapevole degli obiettivi di un movimento di tal genere esiste in Lucania ed esattamente a Potenza, affidata a una giornalista Rai che ha lavorato da Roma, da Berlino, in Somalia. Si chiama Carmen Lasorella. A lei un gruppo di circoli esistenti in quella regione, e in quella città particolarmente, le ha affidato la candidatura di presidente della Regione per le elezioni che avverranno tra tre mesi circa. Lasorella ha accettato ma vede anche al di là di quelle elezioni e di quella carica qualora, come spera, riuscirà a conquistarla. Vede un Movimento nazionale che affratelli i vari circoli locali, uniti nazionalmente per rappresentare una forza politica che non ha uno statuto ma proviene dal Centro e dalla Sinistra, entrambi impegnati al rafforzamento della democrazia italiana con una stretta alleanza ma altrettanto marcata separazione tra questo movimento e il Pd.
La politica di entrambi questi soggetti è guidata dai medesimi valori: libertà, eguaglianza, giustizia, fraternità. Il Movimento si farà sentire anche nel settore degli elettori astenuti, la cui astensione è stata determinata soprattutto dal Renzi che comanda da solo, ma le loro idee sono ispirate, come Lasorella ripete nei suoi interventi preelettorali, a quei suddetti valori che possono raccogliere una quota notevole degli astenuti.
Un Movimento del genere su basi nazionali potrebbe arrivare al 25-30 per cento di elettori. Se Pd e Movimento raggiungessero ciascuno il 25 arriverebbero a un totale del 50 per cento che cessa di essere una minoranza trascurabile, ma diventa una forza politica che può combattere alla pari con quella che attualmente governa. Ma se poi arrivassero con le varie riforme che abbiamo qui suggerito, ciascuno dei due al 30 per cento con un notevole indebolimento dei Cinquestelle e un leggero aumento della Lega di Salvini, lo scontro avverrebbe alla pari e potrebbe anche influire positivamente per quanto riguarda i democratici, sulla presenza dell'Italia in Europa.
Circolano voci, che però non sono stato in grado di controllare, che movimenti analoghi, che riguardano in parte il Partito democratico in parte il suddetto Movimento, esistono anche a Torino, a Milano, a Brescia, ad Ancona, a Pesaro, a Cosenza. Questi sono i segnali. Attendiamo di vedere in quale misura si realizzeranno.
A noi del resto interessa più l'Europa che gli altri continenti e qui proprio venerdì abbiamo pubblicato un'intervista strepitosa con lo scrittore e romanziere austriaco Robert Menasse che recentemente ha scritto un romanzo assai interessante intitolato "La capitale" (Sellerio editore) che tratta il tema politico che lo vede alla testa di un folto gruppo di intellettuali abbastanza di sinistra impegnati a fondare la Repubblica europea. In pratica Menasse ha fatto proprio l'ideale di Altiero Spinelli su un'Europa federale. Menasse riprende quel tema e sta mobilitando un folto gruppo che punta all'unità dell'Europa.
La Repubblica contro il nazionalismo per il quale il capo della Lega, Matteo Salvini, è massicciamente impegnato contro la proposta di Menasse. Si apre così una vera e propria battaglia che influirà anche sugli elettori e i partiti che li rappresentano soprattutto in vista delle elezioni del 2019. Debbo pensare che il Pd condivida il programma di Menasse e lo faccia proprio. Gli europeisti italiani indicano un'Europa federale. Menasse la chiama Repubblica europea: ci sono leggeri dissensi ma la sostanza è identica. Ora è da vedere come voteranno gli elettori tra sei mesi. Il tempo è breve e il tema sarà affrontato presto.
Le prossime elezioni però non si limitano all'assetto dell'Europa anche perché elezioni di quel genere consentono di aggregare un ampio numero di elettori indipendentemente dai temi europei ma utilizzabili anche per la situazione italiana quale sia la posizione dell'attuale maggioranza di governo tra la Lega e Cinquestelle e quale dovrebbe essere l'entità numerica del Partito democratico. Ciò significa che, viste da Roma, le elezioni europee servono per noi soprattutto a misurare i rapporti numerici e politici tra l'alleanza di governo e la "minuscola" opposizione del Pd.
Il Partito democratico si trova attualmente e già da molti mesi al 17 per cento cioè al di sotto di quanto per due anni è stata la sua presenza elettorale, franata alle elezioni del 4 marzo scorso dal 40 che fino ad allora aveva creduto di avere. Se dovesse avvenire un rilancio di quel partito, che è la speranza di chi lo governa e di chi lo vota, anche adesso dovrebbe arrivare quasi sicuramente al 20 che però rappresenterebbe poco più che una pagliuzza. Qualche cosa di maggiormente visibile sarà se dal 17 potrà arrivare al 25, otto punti più della consistenza attuale; ma anche un partito del 25 per cento conta assai poco, anzi quasi nulla. Il 30 per cento avrebbe già una consistenza accettabile e potrebbe fregiarsi del titolo di opposizione nei confronti del governo il quale peraltro, con le sue varie alleanze, arriva nei pressi del 70 per cento.
Una opposizione al 30 si potrebbe pur chiamare in quel modo ma continuerebbe a contare ben poco. D'altra parte dal 17 al 30 il salto è notevole e tuttavia continuerebbe a influire assai poco sull'andamento della politica italiana. Comunque un difficilissimo 30 è impossibile da superare. Per riuscire a raggiungerlo sono peraltro necessari alcuni mutamenti organizzativi. A mio avviso sono due. Il primo e indispensabile è di ricostruire la collegialità del gruppo dirigente e la fine della dittatura renziana che ormai è lo stesso Renzi a deplorare negando comunque che sia mai esistita. Va notato tuttavia che mentre negava la sua tendenza a comandare da solo, anche alla Leopolda non ha fatto altro. È probabile che nel prossimo futuro Renzi nomini al suo posto un delegato di cui si fida e così continuerebbe la solitudine semidittatoriale con un amico che lo sostituisce e lavora per lui.
L'altro tema mi sembra della massima importanza: insediare un presidente del partito che abbia nel Pd poteri analoghi a quelli che il presidente della Repubblica ha nei confronti del governo e del Parlamento. Un presidente del partito sarebbe una novità assoluta non solo del presente ma anche del passato prossimo, eppure non è mai così necessario. I suoi poteri, in analogia a quelli del Quirinale ma ovviamente limitati al partito, sarebbero anzitutto quelli di rappresentanza e poi di vigilanza sul rispetto dello statuto e delle regole che il partito ha da tempo instaurato ma spesso ignorato quando invece sarebbe stato necessario adottarle. Il presidente avrebbe inoltre la possibilità di segnalare al segretario del partito regole aggiuntive che tengano il partito al passo coi tempi e infine - a somiglianza di quanto è previsto per il Quirinale - potrebbe esercitare sulla segreteria (e solo su di essa) quella che per tradizione si chiama "moral suasion".
Quest'ipotesi di creazione di un'autorità presidenziale deve prevedere l'elezione di una personalità che possieda le qualità necessarie e una sua storia politica adeguata. Personalità che abbiano queste qualità sono parecchie. Ne indico tre che a mio avviso hanno tutti i requisiti richiesti per una carica così descritta: Walter Veltroni, che fondò il Pd undici anni fa; Romano Prodi, che una ventina e più di anni fa fondò l'Ulivo; Paolo Gentiloni che ha presieduto molto bene l'ultimo governo affidato al Partito democratico. Ci sono anche altri nomi adeguati a quest'ipotesi ma mi astengo, i tre suddetti sono ampiamente sufficienti.
È evidente che tutte le altre cariche del partito resterebbero con poteri immutati e probabilmente accresciuti se si vuole affrontare un rilancio tutt'altro che facile. Un presidente non diminuisce assolutamente i poteri del segretario, della Direzione e dell'Assemblea. Se imitiamo su scala minore ma con intendimenti analoghi le funzioni del presidente della Repubblica non alteriamo e anzi rafforziamo i poteri di quello che per il Quirinale è il governo e per il partito sono gli organi esistenti: segretario e segreteria, Direzione, Assemblea. Io credo che una riforma del genere farebbe un vero e proprio colpo nella pubblica opinione specialmente se rappresentata da uno di quei tre nomi; raggiungere il 30 per cento e forse qualche cosa di più non sarebbe impossibile.
Nel frattempo tuttavia si sta configurando una sorta di Movimento di ispirazione liberaldemocratica che può ispirarsi a valori di sinistra o di centro ma che sono comunque ispirati dalla democrazia e cioè non già dal populismo ma da un popolo sovrano, come si usa dire quando è il popolo a dire la sua parola. Questo Movimento già si intravede e in certi comuni o regioni esiste già, sia pure "in nuce". A Napoli il sindaco Luigi de Magistris l'ha già configurato come necessario, almeno nella Campania e nelle regioni vicine. A Palermo l'ha configurato Leoluca Orlando che da parecchi anni ha uno stuolo qualificato di suoi permanenti sostenitori ma può facilmente allargarne il numero e la qualità culturale e politica.
Ma un'analoga esperienza e ancor più consapevole degli obiettivi di un movimento di tal genere esiste in Lucania ed esattamente a Potenza, affidata a una giornalista Rai che ha lavorato da Roma, da Berlino, in Somalia. Si chiama Carmen Lasorella. A lei un gruppo di circoli esistenti in quella regione, e in quella città particolarmente, le ha affidato la candidatura di presidente della Regione per le elezioni che avverranno tra tre mesi circa. Lasorella ha accettato ma vede anche al di là di quelle elezioni e di quella carica qualora, come spera, riuscirà a conquistarla. Vede un Movimento nazionale che affratelli i vari circoli locali, uniti nazionalmente per rappresentare una forza politica che non ha uno statuto ma proviene dal Centro e dalla Sinistra, entrambi impegnati al rafforzamento della democrazia italiana con una stretta alleanza ma altrettanto marcata separazione tra questo movimento e il Pd.
La politica di entrambi questi soggetti è guidata dai medesimi valori: libertà, eguaglianza, giustizia, fraternità. Il Movimento si farà sentire anche nel settore degli elettori astenuti, la cui astensione è stata determinata soprattutto dal Renzi che comanda da solo, ma le loro idee sono ispirate, come Lasorella ripete nei suoi interventi preelettorali, a quei suddetti valori che possono raccogliere una quota notevole degli astenuti.
Un Movimento del genere su basi nazionali potrebbe arrivare al 25-30 per cento di elettori. Se Pd e Movimento raggiungessero ciascuno il 25 arriverebbero a un totale del 50 per cento che cessa di essere una minoranza trascurabile, ma diventa una forza politica che può combattere alla pari con quella che attualmente governa. Ma se poi arrivassero con le varie riforme che abbiamo qui suggerito, ciascuno dei due al 30 per cento con un notevole indebolimento dei Cinquestelle e un leggero aumento della Lega di Salvini, lo scontro avverrebbe alla pari e potrebbe anche influire positivamente per quanto riguarda i democratici, sulla presenza dell'Italia in Europa.
Circolano voci, che però non sono stato in grado di controllare, che movimenti analoghi, che riguardano in parte il Partito democratico in parte il suddetto Movimento, esistono anche a Torino, a Milano, a Brescia, ad Ancona, a Pesaro, a Cosenza. Questi sono i segnali. Attendiamo di vedere in quale misura si realizzeranno.