Dunque c'era un'altra politica sommersa, sotto i colori giallo-verdi che da Nord a Sud avvolgono tutta l'Italia, in questi anni di egemonia della nuova destra leghista e grillina che dopo aver raggiunto il governo del Paese sembrava averne conquistato anche l'anima. E c'era addirittura un popolo disperso, inabissato e sciolto da vecchi legami che non funzionano più, perché oggi la politica tradizionale (inventata per trasformare l'individuo in cittadino) lancia segnali deboli e intermittenti, a bassa intensità.
In un sabato di novembre, quella politica diversa e quel popolo smarrito si sono ritrovati in una piazza di Torino, per una giornata d'opposizione al blocco deciso dai Cinque Stelle della Tav, l'infrastruttura che dovrebbe collegare l'Italia alla rete ad alta velocità progettata per attraversare l'Europa.
In realtà non è stato solo un appuntamento per l'opposizione. La volontà di mette…
In un sabato di novembre, quella politica diversa e quel popolo smarrito si sono ritrovati in una piazza di Torino, per una giornata d'opposizione al blocco deciso dai Cinque Stelle della Tav, l'infrastruttura che dovrebbe collegare l'Italia alla rete ad alta velocità progettata per attraversare l'Europa.
In realtà non è stato solo un appuntamento per l'opposizione. La volontà di mette…
Dunque c'era un'altra politica sommersa, sotto i colori giallo-verdi che da Nord a Sud avvolgono tutta l'Italia, in questi anni di egemonia della nuova destra leghista e grillina che dopo aver raggiunto il governo del Paese sembrava averne conquistato anche l'anima. E c'era addirittura un popolo disperso, inabissato e sciolto da vecchi legami che non funzionano più, perché oggi la politica tradizionale (inventata per trasformare l'individuo in cittadino) lancia segnali deboli e intermittenti, a bassa intensità.
In un sabato di novembre, quella politica diversa e quel popolo smarrito si sono ritrovati in una piazza di Torino, per una giornata d'opposizione al blocco deciso dai Cinque Stelle della Tav, l'infrastruttura che dovrebbe collegare l'Italia alla rete ad alta velocità progettata per attraversare l'Europa.
In realtà non è stato solo un appuntamento per l'opposizione. La volontà di mettere in minoranza il "partito del disfare", che dice no alla Tav ma ha già bloccato 24 opere in tutta l'Italia, nasce in gran parte dalla storica paura dell'isolamento con cui Torino fa i conti da decenni, per tenere a bada quella "sindrome dell'angolo" che nasconde un'antica inquietudine psico-geografica.
Cioè la paura di Torino di precipitare da capitale a tassello laterale di un Nord-ovest a scartamento ridotto, tagliato fuori dalle grandi linee dello sviluppo, dai flussi finanziari e della comunicazione in cui si gioca la vera partita europea, per finire nel sottoscala sovrano, ma domestico, degli Stati nazionali. Ma questa paura dev'essere stata solo la molla iniziale, perché in piazza c'erano più "sì" che "no", si guardava al futuro, senza nostalgie e senza rimpianti. Altro che "partito degli affari", come dicono i cantori dei Cinque Stelle: a parte che compito di chi governa una città, una regione e un Paese è bloccare i cattivi affari, non le opere pubbliche.
Ma soprattutto, quelle migliaia di persone in piazza chiedevano crescita, sviluppo, progresso, investimenti, l'impegno a progettare e costruire insieme un domani sostenibile, uscendo certo da una stagione di spese incongrue, danni ambientali e tangenti, ma abbandonando finalmente una visione pauperista, grigia e rinunciataria, impaurita e modesta. La parola che riassume tutto questo è una parola-cardine per Torino, e raccoglie la sua vocazione storica che ritorna attuale dopo l'automobile: lavoro. Era al centro della mobilitazione torinese, era il vero motore della piazza, la ragione che teneva insieme fianco a fianco l'operaio e l'imprenditore, il sindacalista e l'artigiano, il commerciante, il professionista e lo studente.
I Cinque Stelle non l'hanno capito, pur essendo un movimento nato nella protesta, quando hanno disprezzato la protesta altrui definendo "madamin" le sette donne che hanno dato inizio alla mobilitazione, ignorando che vengono tutte dal mondo del lavoro: avvocatessa la prima, graphic designer la seconda, copywriter la terza e poi una p.r., un'architetta, un'informatica, una cacciatrice di teste. E invece qui sta la radice della nuova politica: nella sua nervatura sociale, che nasce proprio dal lavoro, dai suoi problemi, dalle sue relazioni e dalle sue occasioni; insieme col territorio, che misura le sue questioni aperte giorno dopo giorno, le opportunità colte o perdute, le prospettive, le chiusure e gli slanci. In più, scopriamo che la città, la vecchia polis, è insieme il palco e la platea ideale per raccogliere, comporre, riconoscere e rilanciare queste energie che cercano il civismo, una nuova forma di politica, non l'antipolitica: troppo facile.
E infatti quella di Torino non era una piazza da "Vday", all'insegna del "vaffa", come se per una volta almeno si potesse fare a meno dell'odio, della rabbia, del risentimento, dell'insulto e dell'aggressione coltivati a piene mani in questi anni. Il rancore aiuta quando si vuole distruggere, è il carburante di una politica già vecchia, non serve quando si deve ricostruire. Stiamo parlando soltanto di una piazza, naturalmente, in un'Italia giallo-verde. Ma magari dalla libertà della protesta civica di qualche piazza italiana, a qualcuno verrà in mente persino di andare a bussare alla porta della sinistra italiana. Sarebbe il primo passo per il Papa straniero, in ritardo addirittura sui tempi millenari della Chiesa.
In un sabato di novembre, quella politica diversa e quel popolo smarrito si sono ritrovati in una piazza di Torino, per una giornata d'opposizione al blocco deciso dai Cinque Stelle della Tav, l'infrastruttura che dovrebbe collegare l'Italia alla rete ad alta velocità progettata per attraversare l'Europa.
In realtà non è stato solo un appuntamento per l'opposizione. La volontà di mettere in minoranza il "partito del disfare", che dice no alla Tav ma ha già bloccato 24 opere in tutta l'Italia, nasce in gran parte dalla storica paura dell'isolamento con cui Torino fa i conti da decenni, per tenere a bada quella "sindrome dell'angolo" che nasconde un'antica inquietudine psico-geografica.
Cioè la paura di Torino di precipitare da capitale a tassello laterale di un Nord-ovest a scartamento ridotto, tagliato fuori dalle grandi linee dello sviluppo, dai flussi finanziari e della comunicazione in cui si gioca la vera partita europea, per finire nel sottoscala sovrano, ma domestico, degli Stati nazionali. Ma questa paura dev'essere stata solo la molla iniziale, perché in piazza c'erano più "sì" che "no", si guardava al futuro, senza nostalgie e senza rimpianti. Altro che "partito degli affari", come dicono i cantori dei Cinque Stelle: a parte che compito di chi governa una città, una regione e un Paese è bloccare i cattivi affari, non le opere pubbliche.
Ma soprattutto, quelle migliaia di persone in piazza chiedevano crescita, sviluppo, progresso, investimenti, l'impegno a progettare e costruire insieme un domani sostenibile, uscendo certo da una stagione di spese incongrue, danni ambientali e tangenti, ma abbandonando finalmente una visione pauperista, grigia e rinunciataria, impaurita e modesta. La parola che riassume tutto questo è una parola-cardine per Torino, e raccoglie la sua vocazione storica che ritorna attuale dopo l'automobile: lavoro. Era al centro della mobilitazione torinese, era il vero motore della piazza, la ragione che teneva insieme fianco a fianco l'operaio e l'imprenditore, il sindacalista e l'artigiano, il commerciante, il professionista e lo studente.
I Cinque Stelle non l'hanno capito, pur essendo un movimento nato nella protesta, quando hanno disprezzato la protesta altrui definendo "madamin" le sette donne che hanno dato inizio alla mobilitazione, ignorando che vengono tutte dal mondo del lavoro: avvocatessa la prima, graphic designer la seconda, copywriter la terza e poi una p.r., un'architetta, un'informatica, una cacciatrice di teste. E invece qui sta la radice della nuova politica: nella sua nervatura sociale, che nasce proprio dal lavoro, dai suoi problemi, dalle sue relazioni e dalle sue occasioni; insieme col territorio, che misura le sue questioni aperte giorno dopo giorno, le opportunità colte o perdute, le prospettive, le chiusure e gli slanci. In più, scopriamo che la città, la vecchia polis, è insieme il palco e la platea ideale per raccogliere, comporre, riconoscere e rilanciare queste energie che cercano il civismo, una nuova forma di politica, non l'antipolitica: troppo facile.
E infatti quella di Torino non era una piazza da "Vday", all'insegna del "vaffa", come se per una volta almeno si potesse fare a meno dell'odio, della rabbia, del risentimento, dell'insulto e dell'aggressione coltivati a piene mani in questi anni. Il rancore aiuta quando si vuole distruggere, è il carburante di una politica già vecchia, non serve quando si deve ricostruire. Stiamo parlando soltanto di una piazza, naturalmente, in un'Italia giallo-verde. Ma magari dalla libertà della protesta civica di qualche piazza italiana, a qualcuno verrà in mente persino di andare a bussare alla porta della sinistra italiana. Sarebbe il primo passo per il Papa straniero, in ritardo addirittura sui tempi millenari della Chiesa.