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Matteo Salvini (ansa)

Il pre-governo di Salvini

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Nella spregiudicatezza del ministro dell'Interno c'è il calcolo di quanto gli convenga sfruttare a suo favore l'esasperazione del Nord: una strategia curata, come pedine sulla scacchiera
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Il 5 marzo di quest'anno a nessuno sarebbe venuto in mente che Matteo Salvini potesse fare il primo ministro, non a quel 17 per cento degli italiani che avevano votato la Lega, non all'83 per cento che non lo avevano votato e probabilmente nemmeno a lui.

Sono passati poco più di otto mesi e quell'idea prende piede ogni giorno di più, accarezzata da molti italiani come una soluzione per la fine del caos, dell'incertezza e dell'incompetenza dell'attuale governo. Costruita dal ministro dell'Interno con una spregiudicata strategia di doppie fedeltà e con continui cambi di velocità.

Ma come è potuto accadere che un politico sovranista, xenofobo, antieuropeo, filo Putin, che flirta con le frange neofasciste e cita Mussolini due volte al giorno, possa presentarsi come variabile rassicurante? Come è possibile che ceti borghesi e imprenditoriali che lo consideravano un barbaro ora auspichino che sia proprio lui a decidere …
Il 5 marzo di quest'anno a nessuno sarebbe venuto in mente che Matteo Salvini potesse fare il primo ministro, non a quel 17 per cento degli italiani che avevano votato la Lega, non all'83 per cento che non lo avevano votato e probabilmente nemmeno a lui.

Sono passati poco più di otto mesi e quell'idea prende piede ogni giorno di più, accarezzata da molti italiani come una soluzione per la fine del caos, dell'incertezza e dell'incompetenza dell'attuale governo. Costruita dal ministro dell'Interno con una spregiudicata strategia di doppie fedeltà e con continui cambi di velocità.

Ma come è potuto accadere che un politico sovranista, xenofobo, antieuropeo, filo Putin, che flirta con le frange neofasciste e cita Mussolini due volte al giorno, possa presentarsi come variabile rassicurante? Come è possibile che ceti borghesi e imprenditoriali che lo consideravano un barbaro ora auspichino che sia proprio lui a decidere di staccare la spina all'esecutivo gialloverde?

La chiave è sempre la paura. Questa volta gli elettori mostrano di essere spaventati dal destino dei loro risparmi e dalle rate dei mutui, dall'idea che l'Italia si sia fermata e sia destinata alla decrescita e al declino e dall'irresponsabilità con cui la maggioranza è andata allo scontro con l'Europa e i mercati.

Non c'è dubbio che le responsabilità di questo conflitto, delle tensioni e della cavalcata dello spread siano da dividere equamente tra il Movimento 5 Stelle e la Lega, in fin dei conti Di Maio e Salvini hanno fatto insieme la battaglia contro Bruxelles e insieme hanno dato vita a un contratto che, sommando due programmi elettorali antitetici, è economicamente insostenibile. Ma la differenza sta nel fatto che il leghista, su ogni dossier, parla due lingue e insieme al volto battagliero è pronto a offrirne uno costruttivo. E quando la situazione è particolarmente delicata manda avanti la faccia più presentabile del suo partito, quel Giancarlo Giorgetti sempre pronto a condividere preoccupazioni e senso di responsabilità.

Nella spregiudicatezza di Salvini c'è il calcolo di quanto gli convenga sfruttare a suo favore l'esasperazione del Nord di fronte alla minaccia di fermare le infrastrutture (dalla Tav al Terzo Valico fino al Brennero), a un reddito di cittadinanza vissuto come assistenzialismo, alla contrazione della produzione e delle esportazioni o ai vincoli sui contratti introdotti dal decreto dignità.

Per questo non porta mai all'estremo lo scontro con i suoi alleati, li lascia fare, ma nel frattempo schiaccia l'occhio ai delusi rassicurandoli che le opere si realizzeranno, che prevarrà il buonsenso e che se necessario si sosterranno le banche e le imprese. Nel tempo libero poi sottolinea le difficoltà delle giunte a guida grillina, da Torino a Roma, mette il cappello su ogni successo e crea casi come quello sui termovalorizzatori utili a oscurare le iniziative degli alleati.

Una strategia costruita con cura, che aveva bisogno di maturazione e mostra sempre più chiaramente come l'esecutivo Conte somigli tanto a un pre-governo Salvini, al primo tempo di una conquista del potere fino all'estate ritenuta impossibile. Per riuscirci il ministro dell'Interno ha tenuto in piedi la tradizionale alleanza di centrodestra (con un Berlusconi rassegnato a fare la ruota di scorta), pronto a rimetterla in gioco non appena avrà la sicurezza che sia maggioritaria tra gli elettori. Nel frattempo fa le prove per nuove geometrie parlamentari. Su un emendamento al disegno di legge anticorruzione si è coagulata la maggioranza sognata dal centrodestra sei mesi fa: Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e la maggior parte dei transfughi del gruppo misto.

Non è crisi di governo, ma sono segnali di come Matteo Salvini stia disponendo tutte le sue pedine sulla scacchiera. Si prepara. È ovunque e ovunque stringe mani (di operai e pensionati ma anche di banchieri e imprenditori), rassicura, sorride e promette stabilità. Forse ci vorranno altri otto mesi, forse la situazione precipiterà a breve trascinata dallo spread e dall'incertezza. Allora state certi che sarà il più lesto a sfilarsi e a presentarsi come il nuovo salvatore della patria.