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(ansa)

Le due tribù surreali al governo

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Lega e M5S rappresentano due Italie diverse e distanti e la Tav, come tutte le grandi questioni dirimenti, rivela la loro natura contrapposta
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Portando ad alta velocità il Paese nel surreale, ieri un vicepresidente del Consiglio visitava in val di Susa il cantiere della Tav, mentre l'altro vicepremier spiegava che quel cantiere non esiste. Il contratto tra Lega e Cinque Stelle, evidentemente, non prevede una penale per la schizofrenia politica. Così i cittadini hanno potuto assistere a un cortocircuito perfetto e plateale, con il cane del governo che si morde la coda in pubblico, su una questione rilevante per lo sviluppo del Paese, per i collegamenti con l'Europa, per il lavoro e per il destino del Nord-Ovest.
 
Naturalmente la Tav è un'opera divisiva, soprattutto da quando si è caricata di significati simbolici ed esoterici intorno ai quali si radunano non due opinioni pubbliche ma due tribù, una contraria alle grandi opere in nome della tutela ambientale e di una diversa politica della spesa, e una favorevole a un'infrastruttura della modernizzazione e dell'Inter…
Portando ad alta velocità il Paese nel surreale, ieri un vicepresidente del Consiglio visitava in val di Susa il cantiere della Tav, mentre l'altro vicepremier spiegava che quel cantiere non esiste. Il contratto tra Lega e Cinque Stelle, evidentemente, non prevede una penale per la schizofrenia politica. Così i cittadini hanno potuto assistere a un cortocircuito perfetto e plateale, con il cane del governo che si morde la coda in pubblico, su una questione rilevante per lo sviluppo del Paese, per i collegamenti con l'Europa, per il lavoro e per il destino del Nord-Ovest.
 
Naturalmente la Tav è un'opera divisiva, soprattutto da quando si è caricata di significati simbolici ed esoterici intorno ai quali si radunano non due opinioni pubbliche ma due tribù, una contraria alle grandi opere in nome della tutela ambientale e di una diversa politica della spesa, e una favorevole a un'infrastruttura della modernizzazione e dell'Internazionalizzazione dell'Italia. Proprio per questo chi siede a palazzo Chigi ha un dovere in più: deve trovare una sintesi nell'esclusivo interesse del Paese, deve assumersene la convinta responsabilità e deve tradurla in una scelta politica conseguente. Per fare questo, però, occorre che l'esecutivo sia in grado di elaborare una sua cultura di governo sulle materie più delicate, fatta di tecnica, scienza, competenza, visione internazionale, proiezione sul futuro dell'Italia e infine coraggio.
 
È esattamente quello che manca. In una cultura politica - non da oggi - estemporanea e situazionista, che non distingue tra un discorso parlamentare e un post su Instagram, le grandi questioni si sbriciolano sulla misura di un tweet e ogni problema si consuma mentre si annuncia, con l'analisi sostituita da una battuta e la discussione dall'insulto. A questo punto è inevitabile che la Tav si riduca a pura questione elettorale, opera di propaganda, doppio tabù ideologico. Del merito non parla più nessuno: fino ad arrivare al paradosso del cantiere, che compare e scompare secondo se le telecamere di regime inquadrano il vicepremier leghista o quello grillino.
 
Si capisce l'ansia di Salvini di cavalcare la Tav per non disperdere il consenso leghista del Nord, nel mondo del lavoro e dell'impresa, più interessato alla concretezza del rapporto con l'Europa di altre parti del Paese: e inoltre costretto a inseguire il presidente della regione Piemonte Chiamparino, in prima fila nella battaglia a favore dell'alta velocità. E si comprende l'affanno di Di Maio, che al governo si trova costretto a ballare sulla musica altrui, soprattutto per quanto riguarda l'immigrazione, e vede nel no alla Tav una delle poche bandiere originarie del movimento che non ha ancora dovuto arrotolare.
 
Ma i due hanno una comune responsabilità di governo, di cui sembrano inconsapevoli. Così si arriva allo spettacolo di Salvini che in giaccone d'ordinanza della Polizia si appoggia fisicamente alla Tav assicurando che i lavori andranno avanti, mentre viene contestato dalla folla contraria all'alta velocità che rappresenta - non come identità fisica, ma come sistema di idee - il movimento grillino suo alleato di governo. Il testa-coda è clamoroso e perfetto, per molto meno in un sistema normale di democrazia parlamentare si arriverebbe a una verifica di governo, per capire se ci sono ancora le condizioni per andare avanti, perché nessuna alleanza che ha il compito di guidare un Paese può permettersi sbandamenti così plateali, e divaricazioni così profonde.
 
La realtà, che è più testarda della propaganda, e vive fuori dal recinto dipinto di facebook, dice che al governo siedono due Italie diverse e distanti, e come tutte le grandi questioni dirimenti la Tav rivela la loro natura contrapposta. Al di là delle vocazioni del suo leader, evidentemente poco interessato alla concretezza del lavoro politico di governo, la Lega è costretta a impersonare un'Italia "del fare", sbrigativa e semplificatrice, egoista e materiale, che pensa a se stessa, incurante delle regole e degli altri. Di Maio, incalzato da Di Battista, parla invece a un'Italia "del disfare", mitologica e complottista, che demonizza gli "affari" come se la tangente fosse inevitabile e la politica non avesse tra i suoi compiti anche quello di garantire uno sviluppo senza corruzione.
 
C'è tuttavia qualcosa di più robusto delle differenze che tiene insieme i due populismi: non è soltanto la dipendenza dal potere, che se fosse perduto restituirebbe molti di questi personaggi a una vita senza un'identità professionale e una vocazione lavorativa, quindi all'insignificanza. Piuttosto è il comune istinto del caos, la vera forma attuale della nuova destra postmoderna. Che si traduce in un impegno congiunto nella distruzione dell'ordine preesistente, nel dileggio di ogni competenza in nome della spontaneità popolare contrapposta al sapere, e genera un rifiuto della storia del Paese (che certo si è svolta con le sue miserie e le sue infedeltà, ma comunque dentro un percorso di democrazia e di libertà) sfociando nel ripudio di qualsiasi tradizione repubblicana, il luogo culturale e politico dove avviene il riconoscimento reciproco tra istituzioni e cittadini.
 
Può darsi che questo annichilimento della coscienza nazionale vada in porto, trasformando l'Italia in un Paese feroce con se stesso e con gli altri, sovreccitato, senza mai la stabilità di un terreno comune, nella tensione continua di una rivoluzione immaginaria, continuamente promessa e rinviata, cambiando continuamente il nemico. Ma è più probabile che il populismo ad alta velocità di Salvini e quello a scartamento ridotto di Di Maio vadano a sbattere: e anche questo non sarà un bello spettacolo.