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Così divisero in due il cielo sopra Berlino

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Cronache del muro / 2. Da un lato l'ovest filoccidentale. Dall'altro l'Est nell'orbita sovietica. La Germania Federale e la Ddr nascono alla fine degli anni Quaranta. Opposte strategie impossibili si confrontano attorno alla città-cavia del dopoguerra
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Prima esplose la luce fredda dei riflettori, poi urlò la sirena. Restarono fermi per un attimo, come nel flash di una fotografia gigantesca che rompeva di colpo la notte di Berlino, il buio di quella domenica di febbraio, i tre gradi sotto zero delle 11 di sera e soprattutto la loro speranza di libertà, legata a un uncino in cima a una corda da alpinismo. Tornare indietro non si poteva: i due si lanciarono avanti, e i primi spari da una torre di guardia li costrinsero ad accucciarsi, poi a ripartire di corsa saltando qua e là per ingannare i cecchini. L'ultima barriera di ferro e filo spinato, come il cancello di una gabbia, era a meno di dieci metri, bisognava raggiungerla, gettare la fune in alto, sperare che il gancio reggesse e issarsi su, per poi rotolare nella terra sconosciuta dell'Ovest.
 
C'erano già riusciti scavalcando il primo muro, ma mentre stavano scalando la seconda recinzione scattarono i sensori, con il primo allarme gener…
Prima esplose la luce fredda dei riflettori, poi urlò la sirena. Restarono fermi per un attimo, come nel flash di una fotografia gigantesca che rompeva di colpo la notte di Berlino, il buio di quella domenica di febbraio, i tre gradi sotto zero delle 11 di sera e soprattutto la loro speranza di libertà, legata a un uncino in cima a una corda da alpinismo. Tornare indietro non si poteva: i due si lanciarono avanti, e i primi spari da una torre di guardia li costrinsero ad accucciarsi, poi a ripartire di corsa saltando qua e là per ingannare i cecchini. L'ultima barriera di ferro e filo spinato, come il cancello di una gabbia, era a meno di dieci metri, bisognava raggiungerla, gettare la fune in alto, sperare che il gancio reggesse e issarsi su, per poi rotolare nella terra sconosciuta dell'Ovest.
 
C'erano già riusciti scavalcando il primo muro, ma mentre stavano scalando la seconda recinzione scattarono i sensori, con il primo allarme generale dell'Ottantanove. E adesso, a due passi dalla salvezza, spuntavano i Kalashnikov, con una pattuglia che arrivava correndo, seguita da un'altra. Urlarono di fermarsi, puntarono, poi spararono. Dunque non era vero che nei giorni della visita di Stato del Primo Ministro svedese lo "Schiessbefehl", l'ordine di sparare, era stato sospeso. Chris Gueffroy, cameriere di 21 anni che non voleva fare il militare, ci aveva creduto, ed era arrivato fin qui al canale di Britz, tra gli orti della domenica. Non lo vide più nessuno, nemmeno da morto, neanche la famiglia. Cremando il corpo, con dieci proiettili nel petto, l'onnipotenza della Ddr bruciava le impronte di un'esistenza ma soprattutto cancellava le tracce dell'ultima vittima uccisa sul muro.


Il ragazzo non poteva saperlo, ma la sua morte diventava una sorta di sacrificio umano sull'altare di pietra del lungo dopoguerra, come ricorda la stele che trovo sulla sponda del canale, "all'ultimo fuggiasco", tra i ciottoli e il verde, trent'anni dopo, con la lunga Britzer Allee ribattezzata Gueffroy Allee. Quella stagione non riusciva a chiudersi: dopo più di quarant'anni, l'inerzia dello scontro sospeso sull'Europa tra le due superpotenze scaricava tutto l'accumulo di tensione sul muro di Berlino e sulla città divisa, elettrica ed esaltata dal suo stesso sovraccarico di simboli, destinataria finale della grande minaccia incombente sul mondo e insieme miccia perenne che poteva far divampare l'incendio in qualunque istante.
 
A metà febbraio la Ddr è costretta a firmare gli accordi di Helsinki sulla libertà di circolazione degli individui, anche se sa che non li rispetterà mai, all'inizio del mese i giovani omosessuali fondano il circolo "Courage" che chiede parità di diritti, nei quartieri di Berlino Est nascono gruppi "per la pace" che in realtà covano il dissenso, l'ultima associazione si chiama addirittura "Unione per il diritto di cittadinanza". Nel resto del mondo tutto corre ancora più in fretta verso la fine di qualcosa che era stato costruito per durare per sempre: a Praga subito dopo la condanna del dissidente Vaclav Havel a nove mesi di carcere duro, ecco che dal buio del regime rispunta Aleksander Dub?ek, per sostenere che "quando il governo non rispetta la Costituzione i movimenti civili aiutano la democrazia". A Kabul l'ultimo soldato dell'Armata Rossa ha appena lasciato l'Afghanistan. A Washington Zbigniew Brzezinski annuncia addirittura che Gorbaciov seppellirà il marxismo.
 
Ed è proprio dal cuore dell'impero che arrivano notizie stupefacenti per qualsiasi ortodossia: i cadetti sovietici potranno studiare a West Point; il governo per la prima volta pubblica le statistiche sul crimine, confessando che i furti in Urss crescono del 47 per cento, gli scippi del 54 e le rapine del 64,3; il Cremlino rompe l'ultimo tabù e rivela che Gorbaciov guadagna 1.500 rubli al mese desacralizzando la figura del Segretario generale, mentre la televisione di Stato si incarica di un altro strappo iconografico, dedicando un primo piano mai visto di 15 secondi a Raissa in visita a Kiev, come se anche il comunismo non potesse ormai fare a meno di una first lady. Si capisce dunque che a Berlino Est il Capo in persona della Stasi Erich Mielke, vero numero due del regime, in un vertice a porte chiuse del partito-Stato denunci l'insidia delle "forze antisocialiste" attive nei Paesi fratelli, dunque dentro il sistema, quindi alle porte della Ddr, il santuario minacciato. Traballa quella cortina di ferro che il 5 marzo del '46 Winston Churchill aveva visto calare
"su tutto il continente, da Stettino sul Baltico, a Trieste sull'Adriatico". Dopo 44 anni la ruggine della libertà attaccava il ferro dell'ideologia.
 

La cortina era nata sulle rovine di Berlino dopo 18 mesi di bombardamenti aerei, sotto il tiro dell'artiglieria sovietica, con quasi metà dei palazzi e delle fabbriche distrutte, un abitante su due ucciso, la fame ovunque, tra i cadaveri, gli orfani e le malattie. Uno scheletro urbano, un monumento senza più speranze alle macerie della guerra. Nella polvere disperata di questa città di fantasmi il primo giorno di maggio del '45 arriva direttamente dall'Hotel Lux di Mosca (dove ha vissuto con i leader del Komintern, e una volta ha incontrato anche Lenin) Walter Ulbricht, l'uomo che costruirà la Ddr agli ordini del Cremlino e fabbricherà nella sua mente l'idea rudimentale e colossale del muro, calcificando la politica e cementando il comunismo.
 
Ha 52 anni non ancora compiuti, la precisione maniacale dei dettagli del padre sarto, la praticità artigianale dell'operaio ebanista che era stato da ragazzo. Non fuma, beve solo nei brindisi comunisti, rifugge ogni debolezza e controlla ogni vulnerabilità, è quasi calvo, coi baffi curati che scendono nel pizzo. Gli occhi sono quelli di chi capisce senza fare domande, perché ha visto il terrore staliniano nelle stanze e nei corridoi del Lux di Mosca, nel "cortile delle vedove" sul retro, nell'ascensore di ferro battuto con cui gli uomini dell'NKVD salivano ai piani - di solito al mattino presto - bussando alla porta dei dirigenti caduti in disgrazia per avviarli al Gulag: ed è riuscito a sopravvivere, come era riuscito a sfuggire alle squadre della Gestapo in patria. Ha studiato alla scuola "Lenin" di Mosca, adesso con la sua squadra di dieci uomini, tutti "bolscevizzati", torna in Germania, si presenta al comandante sovietico Georgij Zhukov ("Marshal, po prikazu", Maresciallo, agli ordini) e arriva a Berlino coi fuochi della guerra ancora accesi, camminando nelle bolge di un inferno sconfitto. Gli ha aperto la strada l'Armata Rossa che assedia la città fino alla firma della resa, poi la occupa militarmente, spogliandola per debito di guerra di tutto ciò che è rimasto, capolavori d'arte, documenti e impianti industriali, stuprando migliaia di donne, causando un numero enorme di morti per aborti clandestini procurati tra le macerie, generando più di centomila bambini "russi", figli dell'occupazione.
 
I sovietici dovevano denazificare la Germania, mentre la demilitarizzavano. Ulbricht e i suoi dovevano convertirla e rieducarla, scegliendo i sindaci, i capi dei quartieri, i vertici della polizia, i direttori dei nuovi giornali, i responsabili dei teatri e dei musei da cui cominciarono subito a diffondere su Berlino stremata e stravolta i balletti russi, l'arte sovietica, il verbo del Cremlino. Gli accordi di Yalta e di Potsdam, dividendo la Germania in quattro zone amministrate dalle quattro potenze vittoriose, consegnavano all'Unione Sovietica più del 30 per cento del Paese. Costrette a confrontarsi sulle linee tracciate dai loro governanti nelle carte d'Europa, le due superpotenze inevitabilmente trasformavano la Germania divisa in un potenziale campo di battaglia, che aveva nella vecchia capitale la sua arena privilegiata.
 

Anche Berlino è smembrata in quattro settori, inglese, americano, francese e sovietico, e gli alleati occidentali pensano ancora che il vero problema del dopoguerra sia il controllo della Germania, sia pure in ginocchio, non l'ambizione dell'Urss vittoriosa. Fino al 1947, quando l'America lancia la "dottrina Truman" per scoraggiare le minacce di espansionismo sovietico e il Piano Marshall con 13 miliardi di dollari di aiuti ai Paesi europei, per favorire la ricostruzione e contrastare la lusinga comunista. Quando gli occidentali ritirano dalle loro tre zone il vecchio Reichsmark sostituendolo con il Deutschmark, Stalin capisce che la nuova moneta prefigura un governo unitario, anzi intuisce che quel marco in qualche modo fonda l'idea materiale di Occidente, perché Usa, Gran Bretagna e Francia non se ne andranno da Berlino e la loro alleanza durerà anche in tempo di pace, allungandosi sul dopoguerra.
 
Ma la bizzarria della spartizione delle spoglie tedesche tra i vincitori ha annegato Berlino in mezzo al territorio sovietico. La città è diventata un'isola dentro il mare rosso che la circonda da ogni parte. E allora, il mare può prevalere sull'isola, perché può sollevare le sue onde fin quasi a sommergerla. Come le divinità omeriche, Stalin decide di scatenare la tempesta. Il 24 giugno blocca tutti gli accessi, per strada e per ferrovia, a Berlino Ovest. Vuole prendere la città per fame, tagliando i viveri, vuole paralizzarla nel freddo bloccando i rifornimenti di carbone, vuole destabilizzarla nella paura fermando le scorte di medicine. La conquisterà senza usare le armi ma soffocandone il respiro, poco alla volta. I trattati non gli impediscono di fermare i treni, di chiudere le strade, di sbarrare i ponti, di spegnere i rifornimenti delle centrali elettriche: la cartografia, radicalizzata all'estremo, diventa politica, anzi guerra. E il blocco convincerà gli americani a lasciare l'Europa.
 
È un assedio silenzioso, senza scontri e senza spari. Tutt'attorno a Berlino Ovest, i russi trasformano il loro territorio in un gigantesco cappio al collo della città che si consuma, diventa un'enclave prigioniera, separata dal mondo, impossibilitata a bastare a se stessa. Si potrebbe forzare il blocco con i carrarmati americani. Ma il vero fantasma del dopoguerra è la guerra, il terrore di scatenare un nuovo conflitto, nell'instabilità degli equilibri appena tracciati sulla carta. Se le strade sono impraticabili, resta il cielo, sgombro. In fondo, le piantine disegnate nelle conferenze di pace si occupano della terra, non del firmamento. E allora, mentre si fa il conto delle scorte che basteranno appena per un mese e mezzo, i governi occidentali progettano l'impensabile: un ponte aereo continuo per rifornire con 277 mila voli di 300 velivoli militari da trasporto i due milioni e mezzo di abitanti di Berlino Ovest, per l'enormità di 462 giorni.
 
Due strategie impossibili si confrontano tra il cielo e la terra, attorno alla città-cavia del dopoguerra. Primordiale il progetto staliniano, che punta sulla fame e sulla sete, sul freddo, sull'inedia come strumenti della resa; surreale la risposta alleata, che vuole far piovere dall'alto, dondolando appeso ai paracadute, tutto il necessario per sfamare una città che consuma 43 mila tonnellate di latte al mese, 3 mila di carne e 4 mila di verdura, 16 mila di farina, 1.200 di zucchero: più il carbone e il carburante necessari alle case e alle fabbriche, le medicine e gli strumenti per gli ospedali. L'azzardo verticale squarciò il blocco orizzontale, il cielo riaprì la terra, il volo spezzò i sigilli sovietici che blindavano Berlino. La catena di apparecchi militari (C-54, Avro York, Dakota) andava e veniva dai due aeroporti di Gatow nel settore inglese e di Tempelhof nel settore americano, i berlinesi aspettavano il rombo degli aerei che volavano basso per trasformare la loro presenza sulla città in propaganda, i bambini raccoglievano i sacchetti di chewingum, cioccolata e candy che i piloti scaricavano insieme al riso e alle patate, tutti guardavano quel corteo volante che il giorno di Pasqua fece atterrare e ripartire addirittura un aereo ogni 60 secondi: una follia.
 
Dopo 15 mesi, e 73 piloti morti per manovre sbagliate, Stalin riaprì le strade e le stazioni e la vecchia capitale dimezzata tornò a respirare. L'accerchiamento era stato vinto, ma il suo significato politico marchiava l'anima di Berlino. Perché il blocco si era incaricato di rivelare a tutta la città chi la cingeva d'assedio e chi le portava aiuto. Così la partita per la sopravvivenza cambiò il sentimento berlinese nei confronti dei russi e degli americani, come se trasportasse territorialmente la metà di Berlino davvero dentro l'Ovest, ma in un passaggio epocale dalla geografia alla storia, in una scelta di campo nata nella quotidianità dell'emergenza, nella spontaneità dell'esperienza, nella vita più che nella ragione. Cambiando il paesaggio interiore della città, dove adesso dilagavano il jazz americano, lo slang dei film di Hollywood, i ritmi e i colori dell'american way of life. I "Fallschirm", quei paracadute bianchi, insieme coi viveri avevano calato su Berlino l'idea fisica di una solidarietà sconosciuta, ancora senza un nome.
 
È il concetto di Occidente che germoglia, impastato con le paure di un dopoguerra che non riesce a sciogliersi. E infatti nel gennaio 1949 prende forma la Nato, e a maggio - il 23 - i settori ovest della Germania amministrati da Gran Bretagna, Francia e Usa si uniscono con una cerimonia solenne al Museum König dando vita alla Repubblica Federale Tedesca, con sede a Bonn. In risposta, il 7 ottobre nasce a Est la Ddr, la Repubblica Democratica Tedesca, col governo e i palazzi del potere comunista che si insediano direttamente a Berlino: nella bandiera nera-rossa-oro campeggia il martello degli operai, la spiga dei contadini, il compasso degli intellettuali. Dietro questi simboli dell'ideologia trasformata in stendardo, c'era chi vedeva la minaccia di un Oriente trasportato nel cuore dell'Europa, e alle spalle della Russia staliniana addirittura l'incubo ancestrale dell'Asia.
 
Era Konrad Adenauer, un avvocato cattolico, ex sindaco di Colonia che tutti chiamavano "Der Alte" - il vecchio - già nel '49, quando diventò il primo cancelliere della Germania Federale a 73 anni. Lascerà la guida del governo a 87. Ma prima aveva teorizzato la missione quasi sacra dell'Occidente con una Germania libera e indipendente: "Solo un'Europa dell'Ovest con economia e sentimento saldi e sicuri può arrestare l'avanzata spirituale e politica dell'Asia". Quando Stalin nel '52 lancia un'offensiva diplomatica, proponendo una Germania unita ma demilitarizzata, Adenauer rifiuta, ancorando Bonn a Francia, Inghilterra, Stati Uniti: due anni dopo, porterà la Germania Federale nell'Alleanza Atlantica, lui che era stato scartato dal servizio militare per un vizio respiratorio, e che al primo incontro dopo l'elezione con i vincitori della guerra era stato umiliato con una lunga attesa sotto la pioggia.
 
Poi, il 5 marzo del 1953, muore Stalin e l'incognita del dopo proietta ombre rovesciate nelle due Berlino: speranza e paura. Il Cremlino preme su Ulbricht perché migliori il tenore di vita dei suoi sudditi, con le riforme. Ma il governo della Ddr, invece di riformare il sistema, chiede agli operai di aumentare la produttività. E gli operai si ribellano. Per primi i muratori, impegnati a costruire i casermoni sovietizzanti sulla Stalinallee, la grande strada del centro dedicata al dittatore appena scomparso. Il 16 giugno lasciano il lavoro al quarantesimo blocco e scendono in strada, nel cortocircuito clamoroso del primo sciopero operaio contro lo Stato degli operai e dei contadini. Il corteo s'ingrossa, stupito da se stesso, dal sapore sconosciuto della protesta, che appena nata è già una sfida impensabile al regime.
 
E infatti dopo i primi slogan contro i carichi di lavoro, ecco la richiesta di vere elezioni, di pane e libertà, addirittura di cacciare i russi dalla Germania. Lo sciopero diventa politico, cerca il potere, lo assedia radunandosi sotto il palazzo del governo, che era stata la mastodontica sede della Luftwaffe di Göring, il ministero dell'Aria nazista. Vogliono parlare con Ulbricht, scende il ministro dell'Industria, coperto di fischi. Lo sciopero si allarga ai turni di notte, dilaga in duecento città e il mattino dopo centomila persone cantano all'improvviso in Unter den Linden il vecchio inno nazionale tedesco: "Deutschland, Deutschland Uber alles". Abbattono la bandiera sovietica dalla Porta di Brandeburgo, bruciano automobili e caserme, sfondano vetrine, circondano i ministeri, ma quando sbucano in Potsdamer Platz trovano schierata una cintura di T-34, i Panzer sovietici. Dal Cremlino era arrivato Lavrentij Pavlovic Berija, il capo della polizia segreta staliniana. Sotto la sua supervisione il generale Dibrova, comandante sovietico della piazza di Berlino, decreta lo Stato d'emergenza, e a mezzogiorno dà l'ordine di sparare sulla folla degli insorti.
 
I morti sono 267, i feriti più di mille, i "traditori" giustiziati 200, gli arrestati 4 mila, i condannati al carcere a vita 1400. Qualche tempo dopo il massacro, Bertolt Brecht comporrà La soluzione, la poesia che si conclude con la famosa domanda irriverente: "Non sarebbe più semplice allora / che il governo sciogliesse il popolo / e ne eleggesse un altro?". Ma quel mercoledì 17 giugno del 1953 Brecht era rimasto alla finestra di casa a guardare la protesta: e il giorno prima, appena scoppiato lo sciopero, aveva firmato una lettera di "fedeltà al partito" e di "plauso al compagno Ulbricht". Il compagno Ulbricht non poteva rispondere, dal suo rifugio protetto. Coi suoi collaboratori più stretti da due giorni si era rinchiuso nel palazzone di comando dell'Armata Rossa. Da qui, come in terra straniera, aveva seguito l'eccidio, coi capi sovietici che decidevano il pugno di ferro su Berlino Est, ormai veri padroni della città.
 
Gli stessi carrarmati con la stella rossa invaderanno l'Ungheria, nel '56, blindando nel sangue il ferro della cortina che divideva l'Europa. Un anno prima era nato il Patto di Varsavia, l'alleanza militare dei Paesi dell'Est, satelliti del Cremlino guidato da Nikita Krusciov. Sembra che il dopoguerra debba durare per sempre, in una prova di forza permanente tra le due superpotenze mondiali, con l'Europa come teatro, la Germania come laboratorio, Berlino come esperimento, bilanciato dalla paura. Fino alle 19,28 del 4 ottobre 1957, quando una sfera di alluminio, magnesio e titanio di 83,6 chili, col diametro di 58 centimetri e quattro antenne lunghe 2 metri e mezzo viene lanciata dall'Unione Sovietica in orbitra terrestre. Si chiama "Sputnik", e il suo volo (apogeo 940 chilometri, perigeo 216, inclinazione 65,1 gradi) sembra spezzare ogni equilibrio. Cercandolo quella notte tra le stelle nel cosmo, i berlinesi dell'Est e dell'Ovest capiscono che comincia una nuova era e finisce il dopoguerra, mentre dai due lati della città guardano il cielo, l'unico spazio non diviso a Berlino.
- (Ha collaborato Andrea Tarquini)

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