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 Marella e Gianni Agnelli nel 1986 con figli e nipoi (lapresse)

Marella Agnelli, il lato privato della famiglia che decideva in salotto il futuro della Fiat

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Una vita vicino ai potenti, ma sempre di fianco. Il compito che si era assegnata era costruire, conservare e proteggere una famiglia domestica ristretta dentro l'universo inquieto della Famiglia finanziaria allargata
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Doveva vivere in privato il riverbero pubblico della famiglia Agnelli. Marella Caracciolo lo ha fatto per 66 anni, da quando nel novembre del 1953 aveva sposato a Strasburgo l'Avvocato. Pochissima mondanità (dagli Anni Ottanta più nulla), ruoli sociali ridotti e limitati all'arte, alla tutela ambientale e ai giardini, nessuna intromissione nelle battaglie interne alla Fiat e alla famiglia per le scelte di successione e di comando, nemmeno dopo la morte del marito e di Umberto, quando sulla Fiat sembrava spalancarsi l'Interregno del dubbio sul futuro e addirittura sul destino.

Si potrebbe dire che il potere le è scorso a fianco, ha accompagnato tutta la sua lunga vita ma sempre di lato, senza mai coinvolgerla direttamente. Anche quando le scene più cruente della partita Fiat si sono giocate a casa sua, come la notte in cui fu sventato il piano che doveva portare Bondi alla guida dell'azienda alla fine del 2002 con l'Avvocato morente, o p…
Doveva vivere in privato il riverbero pubblico della famiglia Agnelli. Marella Caracciolo lo ha fatto per 66 anni, da quando nel novembre del 1953 aveva sposato a Strasburgo l'Avvocato. Pochissima mondanità (dagli Anni Ottanta più nulla), ruoli sociali ridotti e limitati all'arte, alla tutela ambientale e ai giardini, nessuna intromissione nelle battaglie interne alla Fiat e alla famiglia per le scelte di successione e di comando, nemmeno dopo la morte del marito e di Umberto, quando sulla Fiat sembrava spalancarsi l'Interregno del dubbio sul futuro e addirittura sul destino.

Si potrebbe dire che il potere le è scorso a fianco, ha accompagnato tutta la sua lunga vita ma sempre di lato, senza mai coinvolgerla direttamente. Anche quando le scene più cruente della partita Fiat si sono giocate a casa sua, come la notte in cui fu sventato il piano che doveva portare Bondi alla guida dell'azienda alla fine del 2002 con l'Avvocato morente, o prima ancora, quando nel '93 Gianni Agnelli si rese conto che Mediobanca con Romiti aveva di fatto preso il controllo dell'azienda, fece chiudere le porte del salone nella casa in collina, conto' sulle dita di una mano gli uomini su cui poteva contare davanti a quello che considerava un golpe bianco, e si fermò a quattro.

Nessuno ricorda un gesto di Marella in questi scontri, un giudizio, una presa di posizione. Il compito che si era assegnata era un altro: costruire, conservare e proteggere una famiglia domestica ristretta dentro l'universo inquieto della Famiglia finanziaria allargata. Un ancoraggio perpetuo per la dimensione fluttuante e volubile dell'Avvocato. E un ambiente protetto nel quale riprodurre il rito della selezione dinastica, alla guida dell'impero.

Torino sembrava il luogo ideale per questo obiettivo. Città monarchica e riservata, assorbiva nel disegno squadrato delle sue strade e delle piazze la dimensione internazionale e cosmopolita di Gianni Agnelli, fornendogli un centro di gravità con la dimensione materiale della fabbrica, e lasciava spazio al privato. In più consentiva e replicava i riti abituali: l'auto che veniva giù dalla collina ogni mattino con l'Avvocato alla guida e l'autista di fianco, lo stadio la domenica, Villar Perosa nel week-end, quando Marella annunciava al marito "sono arrivati i tuoi juventini" e spuntava la squadra guidata da Trapattoni, a farsi interrogare in giardino su quel goal preso all'ultimo minuto, o sul rigore di Platini.

Nemmeno questa passione (troppo pubblica) era condivisa da Marella, a differenza della cugina Allegra, la moglie di Umberto, fedelissima allo stadio. Per Marella Torino significava uno spazio privato con le amiche in casa, i disegni dei giardini con Paolo Pejrone, un pranzo al Cambio, una visita alla Consolata con l'impressionante collezione di ex voto alle pareti, qualche passeggiata al parco Rebaudengo. Aveva scelto i quadri per le case di Parigi, Saint Moritz, Roma, Marrakesh, la Corsica e New York, da Botero a Klimt, a Balla. Ma la vera casa restava Frescot, come la chiamava l'Avvocato, sulla collina sopra Torino, come se solo questa città potesse garantire protezione e sicurezza, in un'interpretazione quasi mitologica della torinesità, come condizione condizionante.

E invece, il disegno di Marella si è spezzato due volte proprio a Torino. Prima con il suicidio del figlio Edoardo, che Gianni Agnelli ha dovuto andare a riconoscere in fondo al viadotto dell'autostrada da cui si era gettato nel 2000. Marella non ne ha mai voluto parlare, non è mai andata oltre quelle tre parole dell'Avvocato, quel mattino: "Povero figlio mio". Ma due giorni dopo il funerale, Gianni e Marella compaiono insieme ad un premio letterario a Torino, come se l'educazione militare di Agnelli imponesse alla famiglia di affrontare il lutto più grave in pubblico, davanti alla città. La seconda rottura della trama familiare è il conflitto sull'eredità dell'Avvocato e sui fondi neri all'estero che ha contrapposto in tribunale Marella e la figlia Margherita, con accuse e dossier, in un dissidio mai più ricomposto. Per Marella è stata una doppia amputazione, proprio sul terreno che si era prescelto, quello degli affetti e dei vincoli familiari (era legatissima ai fratelli Carlo e Nicola). Una compensazione affettiva e dinastica verra' dalla scelta di John Elkann come capo della famiglia e dell'azienda, che l'Avvocato aveva già indicato prima di morire, puntando su un nipote come il nonno aveva fatto con lui. Un nipote molto legato a Marella, come i fratelli Lapo e Ginevra, e che per tutti questi anni, fino a pochi mesi fa, ha vissuto a villa Frescot, nella stessa casa della nonna.

Malata e anziana, Marella negli ultimi anni ritornava a parlare di Gianni, domandandosi come mai il Paese sembrava averlo dimenticato così in fretta, e cercava un modo pubblico per ricordarlo, discutendone anche con il Presidente della Repubblica. La verità è che non si rassegnava a veder finire il Novecento, che era il secolo suo e dell'Avvocato, in un tornante in cui tutto intorno a lei era cambiato: persino Torino.