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La sinistra nonostante

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Forse in Italia c'è spazio per ricominciare a far politica fuori dalla logica populista, partendo dalla storia democratica del Paese
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Quant’è profondo il pozzo del populismo italiano? Questa è la vera domanda che nasce dal risultato del voto regionale in Sardegna, dopo l’Abruzzo. Pareva infinito, senza fondo, capace di far gonfiare al suo interno due correnti dello stesso fiume anti sistema, quella sovranista-lepenista e quella demagogico-qualunquista. Anzi, sembrava che questa fosse l’unica acqua benedetta, in grado di redimere un sistema condannato dalla ribellione dei sudditi, tanto che davanti alla sorgente populista è venuto continuamente in pellegrinaggio Berlusconi con ciò che resta della destra classica, chiedendo a Salvini di mettersi alla guida del suo campo, e qui viene periodicamente in visita anche la sinistra, con la tentazione ricorrente di chiedere ai Cinque Stelle di ridarle una rotta gregaria, che non sa ritrovare da sola.

Oggi, dopo una mini-tornata elettorale che funziona da spia più che da test, si scopre che quel pozzo ha delle perdite, l&rs…
Quant’è profondo il pozzo del populismo italiano? Questa è la vera domanda che nasce dal risultato del voto regionale in Sardegna, dopo l’Abruzzo. Pareva infinito, senza fondo, capace di far gonfiare al suo interno due correnti dello stesso fiume anti sistema, quella sovranista-lepenista e quella demagogico-qualunquista. Anzi, sembrava che questa fosse l’unica acqua benedetta, in grado di redimere un sistema condannato dalla ribellione dei sudditi, tanto che davanti alla sorgente populista è venuto continuamente in pellegrinaggio Berlusconi con ciò che resta della destra classica, chiedendo a Salvini di mettersi alla guida del suo campo, e qui viene periodicamente in visita anche la sinistra, con la tentazione ricorrente di chiedere ai Cinque Stelle di ridarle una rotta gregaria, che non sa ritrovare da sola.

Oggi, dopo una mini-tornata elettorale che funziona da spia più che da test, si scopre che quel pozzo ha delle perdite, l’acqua nera dell’antipolitica invece di traboccare scende di livello, una delle due correnti sta sovrastando l’altra, inaridendola. Forse il populismo non è l’unico destino, obbligatorio, per questa Italia di inizio secolo. Forse le due culture ribelliste invece di sommarsi si sovrappongono, col risultato che una sovrasta l’altra, riducendola alla sua ombra. Forse, e soprattutto, c’è spazio per ricominciare a far politica, partendo da un pensiero libero, da una cultura autonoma, da una coscienza avvertita della vicenda repubblicana, dove non tutto è da buttare, e della storia democratica del Paese: comunque fuori dall’incantesimo populista.

C’è naturalmente un segno di destra quasi permanente sul sistema, dall’inizio di questa pseudo-rivoluzione. Lo confermano tutti i risultati elettorali, e Salvini può legittimamente rivendicare la sconfitta della sinistra con punteggi tennistici. Ma il ministro dell’Interno, che in tutti questi mesi ha rinunciato pubblicamente a governare per fare pura propaganda, in una campagna elettorale permanente, deve prendere atto che la Lega in Sardegna non sfonda, che quando cresce lo fa a danno dei grillini, e che la coalizione di governo nel suo insieme non viene premiata dagli elettori. Nelle regioni si potrebbe paradossalmente dire, anzi, che Salvini prende i voti a Grillo per portare al governo Berlusconi. Segno di un equilibrio schizoide, di un’alleanza competitiva, dove un vicepresidente del Consiglio deve guardarsi dall’altro, di una diffidenza crescente: perché l’unica cosa che il contratto di governo non può garantire è la stabilità del consenso, e il peso reciproco dei due partner.

La verità è che nessun contratto può sostituirsi alla politica. Il patto notarile anzi l’avvilisce perché la degrada a pura sommatoria di scambio tra progetti, programmi e obiettivi politici tra loro diversi, come se si governasse a turno, a giorni alterni, ognuno padrone della sua metà campo e ignorante dell’altra. Questa formula basica, che ha inevitabilmente prodotto un presidente del Consiglio impagliato, perché minimo comune multiplo anziché massimo comun denominatore di due forze unite soltanto dall’interesse e da nessun ideale comune, è naturalmente frutto inevitabile e automatico della semplificazione estrema prodotta dallo schema antipolitico, dove contano solo il rancore, la rabbia, la protesta, l’egoismo, purché portino al sovvertimento dell’ordine politico costituito.

Dopo mesi di questo esperimento, bisogna concludere che non è nata una moderna cultura di governo. Due diverse istintualità politiche capaci di parlare al risentimento del Paese, alle sue comprensibili delusioni, alle sue frustrazioni, si uniscono senza saldarsi in un progetto culturale ma solo in un generico e tumultuoso istinto di destra: che è fuori dalla storia repubblicana, in un presunto e ideologico “punto zero” del percorso nazionale, dove dovrebbe nascere il nuovo, e tutto ciò che viene prima non conta, perché è vecchio, compromesso e corrotto. Uno schema che contempla uno stato d’emergenza permanente, una febbre del Paese costante, un nemico frequente che si affaccia sugli spalti, dal migrante al mussulmano, dalla Francia alla Ue, al Fondo Monetario, persino all’Istat, addirittura all’Inps, naturalmente ai giornali.

Forse il Paese comincia a essere stanco di questa sollecitazione perpetua in una guerra immaginaria che trasforma i vecchi alleati del Paese in avversari, guarda alle democrature come modelli, flirta con Putin, ammira Erdogan, porta l’Italia sul meridiano di Visegrad, cerca a Washington non il principio occidentale della nostra civiltà ma il modello trumpista anti-europeo e anti-atlantico: senza nemmeno renderne conto in Parlamento.
Forse è l’ora di dire che il re è nudo, uscendo dalla minorità psicologica, dall’afasia politica, dalla sudditanza d’interessi che ha sempre contraddistinto la classe dirigente intellettuale e imprenditoriale, incapace per questo di diventare un vero establishment consapevole dell’interesse generale. Possibile che a sinistra ci sia ancora chi crede che il futuro può essere illuminato da cinque stelle, come se il populismo fosse la forma del socialismo nel secolo nuovo?

Questa mancanza di autonomia culturale, questa rinuncia di soggettività politica e questo spirito gregario sono alla radice della sconfitta, insieme con ragioni strutturali evidenti: da un anno la sinistra è senza una guida, senza un volto, senza un’identità, senza un programma, addirittura senza una voce, e in compenso sconta un gioco costante d’interdizione tra i cosiddetti leader e la minaccia permanente di scissione (dopo averne appena subita una) come se non si dovesse mai pagare un debito con la propria storia e il partito fosse un albergo a ore. Una corsa frenata, ad handicap. Un’incapacità drammatica di leggere la sfida di destra nel Paese. Si potrebbe dire che quel 32,9 per cento di Zedda in Sardegna è stato conquistato malgrado tutto questo: come se fosse un voto “nonostante”.
Ecco, esiste una “sinistra nonostante”, che vota per testimoniare se stessa e — ciò che più conta — un’idea diversa dell’Italia. Passiamo la voce.