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(ansa)

Se la sinistra si risveglia

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Ci vorrebbe una nuova presa di coscienza nazionale e internazionale. Siamo un Paese integrante dell’Europa e dobbiamo avere il senso di appartenenza al nostro continente
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Parlerò più avanti della sinistra e del suo risveglio, ma voglio prima sottolineare il valore dei 250mila che ieri sono scesi pacificamente in piazza a Milano per dire no al razzismo. Sono un imponente segnale che un’altra Italia esiste. Un’Italia con uno sguardo diverso, fatta di associazioni, movimenti, partiti, che rappresenta una speranza per il Paese e che forse oggi potrebbe inviare un ulteriore messaggio di cambiamento anche attraverso la partecipazione alle primarie del Pd.

Comincio però da Beppe Grillo, più che mai d’attualità. I suoi figliastri (è un padre adottivo e non naturale) stanno perdendo terreno giorno per giorno, elezione per elezione. Erano arrivati in pochi mesi a un massimo del 32 per cento e se avessero proseguito in quel modo e con quella fortuna avrebbero quasi raggiunto il capo della Lega Matteo Salvini. Grillo al tempo stesso era felice e un po’ geloso di questi successi ottenuti mentre lui …
Parlerò più avanti della sinistra e del suo risveglio, ma voglio prima sottolineare il valore dei 250mila che ieri sono scesi pacificamente in piazza a Milano per dire no al razzismo. Sono un imponente segnale che un’altra Italia esiste. Un’Italia con uno sguardo diverso, fatta di associazioni, movimenti, partiti, che rappresenta una speranza per il Paese e che forse oggi potrebbe inviare un ulteriore messaggio di cambiamento anche attraverso la partecipazione alle primarie del Pd.

Comincio però da Beppe Grillo, più che mai d’attualità. I suoi figliastri (è un padre adottivo e non naturale) stanno perdendo terreno giorno per giorno, elezione per elezione. Erano arrivati in pochi mesi a un massimo del 32 per cento e se avessero proseguito in quel modo e con quella fortuna avrebbero quasi raggiunto il capo della Lega Matteo Salvini. Grillo al tempo stesso era felice e un po’ geloso di questi successi ottenuti mentre lui contava sempre di meno. Del resto quello che a lui importava non era una vittoria politica ma una vittoria di natura istituzionale: una riforma di quelle che restano per anni e anni.

Il guaio per Grillo fu che dopo qualche tempo sbucò da quelli che si proclamavano grillini la faccia di sole di Luigi Di Maio che prese la guida del Movimento grillino. I grillini restarono per qualche tempo un semplice Movimento il quale si giovò della crisi di fondo del Partito democratico e più in generale della sinistra italiana.

I grillini erano un vaso contenitore del fuggi-fuggi di quelli che avevano militato nel Pd sicché dal 10-15 per cento dei grillini Di Maio arrivò al 30 e addirittura al 32. Era un populista e questa era la natura del Movimento, ma avendo quasi raggiunto i suffragi raccolti dal capo della Lega, Matteo Salvini, Di Maio propose l’alleanza: una Lega che non era più limitata al Nord ma si andava estendendo a tutte le regioni italiane e un Movimento populista che ormai aveva raggiunto un peso capace di governare. Un populismo che governa propende verso una dittatura di uno che guida molti; ma anche una Lega localizzata in alcune regioni che però si estende all’intero Paese e addirittura acquista un peso anche in Europa, contribuiscono di fatto a due potenziali se non già effettive dittature e questo fu il patto chiamato “contratto di governo” tra due forze che in teoria non hanno alcun colore politico di destra o di centro o di sinistra, ma di fatto il centrodestra è la formula che può accumunarli. Del resto le dittature, quale che sia il loro apparente colore politico, sono di destra. Dittature di sinistra non ci sono mai state. Giulio Cesare lo fu in tempi assai remoti da oggi e non a caso morì pugnalato in Senato.

Col passar del tempo il famoso “contratto” tra Salvini e Di Maio non poteva essere eseguito: supponeva un Paese economicamente in crescita ma privo di potenze economiche private, cioè privo di capitalismo che non era gradito a nessuno dei due potenziali dittatori che guidavano un terzo del Paese a testa e dunque il 60 per cento dell’intero corpo elettorale più altre alleanze di minore forza che li portava nei pressi del 70.
Senonché il populismo di Di Maio cominciò a scendere sia nelle elezioni comunali, provinciali, regionali; sia nei sondaggi degli specialisti debitamente attrezzati per prevedere che cosa accadrà in futuro.

La crescita dei Cinque Stelle era dovuta in notevole parte a elettori del Partito democratico che, delusi da Renzi dopo il referendum costituzionale dove i No avevano sopravanzato molto ampiamente i Sì, si erano riversati verso il Movimento di Di Maio. Non condividevano il suo populismo, ma per chi non ci crede è l’equivalente di non votare e infatti molti si rifugiarono nel non voto il quale aumentò largamente così come erano aumentati i Cinque Stelle. Tuttavia era un aumento transitorio. Servì a Di Maio per formulare il “contratto” insieme a Salvini per dare ai Cinque Stelle una posizione politicamente importante, ma la durata era prevista transitoria dagli specialisti e di fatto così avvenne. Alti e bassi caratterizzarono negli ultimi due anni i Cinque Stelle, ma i bassi cominciarono a prevalere sugli alti e la media delle oscillazioni ha condotto Di Maio verso il 25 se non addirittura il 20 per cento. Questa è la situazione attuale che potrebbe addirittura precipitare ancora di più mentre Salvini di questa perdita di peso dell’alleato non può che trarne beneficio arrivando da solo al 35-36 per cento, con il 40 a portata di mano, più alcune alleanze con pesci piccoli come Berlusconi e Meloni.

Il rapporto tra Salvini e Di Maio si avvia verso il raddoppio del capo della Lega rispetto al Movimento Cinque Stelle. Tuttavia quel 20-25 per cento controllato da Di Maio è pur sempre un apporto assai importante per Salvini che di fatto guida con le varie alleanze il 70 per cento dei suffragi in gioco. Il vero problema è la sinistra nel suo complesso. Se si sveglia e trova gli uomini giusti e la formula giusta può rinascere e farsi valere; ma se non riesce la dittatura di Salvini sarà permanente ed estesa a tutto il Paese. In Europa la posizione di Salvini è poco comprensibile. Ne parleremo più tardi.

Oggi, mentre leggete questo giornale, si vota nei gazebo per le “primarie” del Pd. I concorrenti sono una decina, tra i quali quello che spicca più degli altri è Zingaretti che ha come concorrenti Martina, Giachetti e un altro paio di nomi meno noti. Tutto fa pensare che Zingaretti vincerà ma il problema è soprattutto se vincerà con il 51 per cento dei votanti o sotto a quella cifra. Col 51 la vittoria è definitiva, con meno del 50 ci dev’essere una seconda prova. È molto auspicabile che la vittoria al primo turno delle primarie sia conseguita perché il Pd specificamente e la sinistra nel senso più vasto del termine sono fondamentali per rimettere in piedi la politica di questo Paese, compresa quella che riguarda l’Europa. È augurabile da questo punto di vista che le primarie siano molto affollate e i suffragi per Zingaretti riscuotano la maggioranza assoluta. Lo sapremo domani mattina.

Se il segretario del Pd sarà Zingaretti è probabile che si formi un governo ombra. Comunque si rinnoverà l’Assemblea dei mille che è l’organo permanente tra un congresso e l’altro o tra una primaria e l’elezione del nuovo segretario. È anche possibile che il segretario con l’appoggio dell’Assemblea formi una sorta di governo-ombra e comunque che la presidenza dell’Assemblea sia affidata a persone sommamente autorevoli: non più l’attuale presidente Orfini, servitorello renziano, ma personalità del calibro di Prodi, Gentiloni, Veltroni, Franceschini, Minniti, Calenda.

Sarebbe anche possibile e forse utile che il segretario e l’Assemblea formino un governo-ombra composto da pochi membri che si occupino dai banchi dell’opposizione delle materie principali e quindi un presidente del Consiglio (che potrebbe essere perfino il segretario del partito), un ministro dell’Interno, un ministro degli Esteri, un ministro delle Forze armate, un ministro dell’Economia, un ministro della Pubblica istruzione, un ministro della Sanità. Si vedrà se la sinistra si sia effettivamente risvegliata e intervenga in Italia e in Europa in modo fattivo, oppure se non senta con sé questa forza e il nuovo Stato maggiore conti ben poco.
Naturalmente c’è il caso di Matteo Renzi che merita di essere esaminato a parte.

Nell’ultima seduta del Senato di pochi giorni fa Renzi ha preso la parola a nome del Pd e ha fatto un intervento politico a favore del suo partito molto efficace ed eloquente.
Naturalmente Renzi fa parte integrante del Pd: fino a poco tempo fa ne è stato il segretario, il presidente del Consiglio, il leader anche internazionale, che in America ebbe contatti sia con Clinton che con Obama. Preparò una legge elettorale insieme a Berlusconi col quale andava d’amore e d’accordo e poi, battuto sonoramente al referendum, si dimise da presidente del Consiglio e indicò al presidente della Repubblica Mattarella il nome di Gentiloni come suo successore a palazzo Chigi. Dopodiché, dopo un mese di villeggiatura (apparente) tornò alla politica e guardò non soltanto al partito ma anche al Movimento che si stava formando con l’adesione di molti circoli civici che si organizzavano liberamente per proprio conto ma che avrebbero discusso e votato al momento delle elezioni europee con i dirigenti del Pd.

Renzi naturalmente ha tenuto un piede nel partito e un piede nei circoli civici anche se il grosso di questi ultimi è stato organizzato da Calenda e anche da Massimo Cacciari. Uno dei suoi amici politici concorre anche allo scontro elettorale di oggi, ma con prospettive molto scarse di superare Zingaretti al quale però potrebbe impedire di raggiungere il 51 per cento. Pensavo però che nelle condizioni attuali, e anche del prossimo futuro, che Renzi ritorni alla leadership della sinistra italiana e del suo partito mi sembra da escludere. Se questo accadesse per il Pd sarebbe un bene oppure un male?

Renzi ha scritto un libro che parla di una nuova strada da seguire, nuova strada c’è anche nel titolo del libro, ma qual è? Renzi fa sfoggio di grande cultura, storica, politica, economica, estera. La nuova strada da lui indicata e illustrata anche in varie trasmissioni televisive si basa in gran parte sulla cultura e sui libri che la rappresentano nel senso moderno, sociale e politico.

Allo stato dei fatti comunque è molto difficile che Renzi si imponga sia sul partito sia sul movimento che si sta formando con il nuovo partito. La classe dirigente non è cambiata molto ma Renzi non ne fa più parte, lo giudicano pericoloso, non ha perso il vizio di voler comandare da solo. Personalmente ritengo che sia comunque ingiusto e difficilmente possibile negargli una presenza adeguata nel partito. Potrebbe avere un incarico, anche di tipo europeo e comunque far parte della classe dirigente. È probabile che sarebbe una sofferenza per un uomo che aspira a una sorta di dittatura, ma nel partito è giusto che ci sia, impedendogli di arrivare a una leadership che comunque ha perduto.

La sinistra italiana deve comunque risvegliarsi, l’abbiamo già detto e ora lo ripeto. Il risveglio non è soltanto di carattere nazionale, ma internazionale: noi siamo un Paese integrante dell’Europa e abbiamo e dobbiamo avere il senso di appartenenza al nostro continente. Ho detto più e più volte che dobbiamo far nostro il messaggio di Ventotene per un’Europa federale, ma col passare degli anni mi sono reso conto che le nazioni europee sono profondamente diverse l’una dall’altra, perfino come sangue d’origine e soprattutto come storia delle proprie vicende negli ultimi cinquecento anni. Sempre più diversa durante il passar del tempo e solo in certe e rare occasioni capace di avere una storia comune. In realtà quello che ci precede è stato un mezzo millennio di imperi diversi e coesistenti e di guerre all’interno del continente: la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Prussia, le città libere del Baltico, la Renania, la Sassonia, gli scandinavi, la Danimarca, e infine l’Inghilterra col suo seguito di scozzesi, gallesi e irlandesi.
L’Italia è stata quasi sempre oggetto di dominio esterno e non interno, nonostante il prestigio che la Chiesa cattolica romana dava al Paese.

Il risveglio di una nuova sinistra italiana dovrebbe tener conto della situazione del continente cui apparteniamo e anzi siamo gran parte e dobbiamo esserlo. Direi che oltre a dare tutto il nostro contributo per un’Europa il più possibile omogenea con adeguati poteri di coordinamento e di intervento sui vari Paesi del continente, dovremmo occuparci di recuperare all’Europa l’Inghilterra. Non ha senso che Londra e l’Inghilterra siano estranei all’Europa: ne sono partecipi sia geograficamente, sia storicamente. La sinistra italiana rinata dovrebbe darsi carico delle sorti dell’Inghilterra, è un compito che richiede naturalmente la partecipazione di tutta l’Europa, ma esserne gli ispiratori e gli attori principali dev’essere uno dei nostri compiti al quale destinare soprattutto un italiano di esperienza internazionale. Potrebbe essere Prodi, Veltroni e perfino Renzi; ma il più adatto — sempre che accettasse di assumere un altro impegno pubblico assai importante mentre sta per decadere quello che ancora ricopre, potrebbe essere Mario Draghi. Ambasciatore e negoziatore europeo con l’Inghilterra: chi meglio di Mario Draghi? È un italiano, ma di carisma internazionale e ne fa fede l’incarico che sta per scadere di presidente della Banca centrale dei 19 paesi europei che hanno fatto dell’euro la loro moneta comune. È una sorta di Commonwealth che un tempo ebbe per secoli la sterlina in gran parte del mondo, poi soppiantata dal dollaro e ora resa quasi inesistente se non fosse che la Banca d’Inghilterra ha una sua personalità monetaria che va ben oltre l’esistenza politica della nazione britannica. Ecco perché penso a Draghi come il possibile negoziatore per far tornare alla casa europea l’Inghilterra.
Ci sono molte cose in tutto il panorama che abbiamo esaminato e faccio molti auguri a quanti se ne debbono appropriatamente occupare.