Ci sono gesti che diventano universali, compiuti in Nuova Zelanda o alla periferia di Milano. Certo per la potenza del male che trasmettono. E per l'ubiquità della Rete, che rende tutto contemporaneo, dunque ci trasforma in spettatori mentre pensiamo di essere testimoni, addirittura partecipi, immediatamente giudici. In realtà queste vicende che si susseguono sul nostro schermo, soppiantandosi e rinnegandosi l'una con l'altra con la velocità neutra del videogioco ci trasformano in consumatori dell'orrore più che in conoscitori, perché guardiamo senza leggere ciò che vediamo. Serve uno sforzo cognitivo, che ha bisogno di un contesto. E il contesto può essere solo quello della nostra civiltà, della costruzione umana di un sistema di relazioni e di istituzioni governato da regole e valori condivisi che credevamo mettessero al sicuro noi e i nostri figli.
E invece scopriamo che la democ…
E invece scopriamo che la democ…
Ci sono gesti che diventano universali, compiuti in Nuova Zelanda o alla periferia di Milano. Certo per la potenza del male che trasmettono. E per l'ubiquità della Rete, che rende tutto contemporaneo, dunque ci trasforma in spettatori mentre pensiamo di essere testimoni, addirittura partecipi, immediatamente giudici. In realtà queste vicende che si susseguono sul nostro schermo, soppiantandosi e rinnegandosi l'una con l'altra con la velocità neutra del videogioco ci trasformano in consumatori dell'orrore più che in conoscitori, perché guardiamo senza leggere ciò che vediamo. Serve uno sforzo cognitivo, che ha bisogno di un contesto. E il contesto può essere solo quello della nostra civiltà, della costruzione umana di un sistema di relazioni e di istituzioni governato da regole e valori condivisi che credevamo mettessero al sicuro noi e i nostri figli.
E invece scopriamo che la democrazia non basta a se stessa. Ci giustifichiamo rubricando nella follia il gesto dell'individuo che esce di casa per uccidere, porta addosso la pistola per sparare ai "negri" a Macerata, si filma a Christchurch perché vuole imitare Breivik nel massacro colpendo gli islamici, carica a Milano la tanica di benzina sul pullman scolastico dei bambini per incendiare tutto, vendicando i morti nel Mediterraneo. Ognuna di queste azioni ha un movente assurdo e talmente sproporzionato da farci rifugiare nella pazzia per recuperare una logica, che dia una tregua alla ragione davanti all'implausibile, alla mancanza di ogni relazione tra le vittime e il colpevole, disperdendo quel vincolo tra causa ed effetto su cui poggia il nostro sentimento della misura, anche giudiziaria.
Tutto per non trovarci faccia a faccia con l'istinto di morte che giustifica se stesso semplicemente compiendosi, senza nemmeno più il velo di una teoria, fuori dalla storia, capace di diventare di per sé talmente simbolico da riassumere il suo significato nella mancanza di senso. O trovando un senso putativo nelle disgrazie della nostra vita collettiva, in una cronaca quotidiana che la politica non padroneggia e da cui non ci protegge, lasciandoci la sensazione di essere esposti ai fenomeni, in un mondo fuori controllo. Tutto è troppo sproporzionato per contrastarlo, ormai, troppo dilatato per ricondurlo a governo.
Finché qualcuno arma se stesso, o trasforma in una bomba sacrificale un pullman di scolari e si proclama vendicatore privato di un'offesa pubblica, auto-investendosi di un mandato figurativo universale: e intanto la sua biografia postata e inquadrata con cura viene già trasfigurata in feticcio, mentre rimbalza feticisticamente di social in social. Nella solitudine del vendicatore, l'istinto va a ricercare ogni volta un nuovo elemento apocalittico, perché il male riesca a stupirci per poterci colpire, spettacolarizzandosi nell'inedito, moltiplicandosi nel fai-da-te. A Milano i bambini e la benzina vengono impiegati come strumenti materiali di un moderno sacrificio rituale, che chiama in causa gli elementi primordiali e inconciliabili dell'innocenza e del fuoco.
Ma sempre, se ci facciamo caso, c'è la spinta a colpire per annichilire, e ad annichilire per depurare, per mondare. Qui la potenza del negativo cerca nel buio una sua eco sociale, provando a dare alla coerenza della paranoia individuale una motivazione pubblica, una pseudo-dottrina. Che è esattamente, come insegna Camus, quel che trasforma l'omicidio come atto occasionale e solitario in gesto esemplare, e dunque universale, quindi mimetico, perché permanente nel suo segno. Infine, politico. Per arrivare fin qui, bisogna che siano saltati i tabù che fungevano da confine morale, da argine consuetudinario, da consapevolezza di un confine comunitario.
Nello smarrimento del nostro senso civico, irriso come una sopravvivenza del Novecento, o un sottoprodotto del politicamente corretto, abbiamo sfiorato coscientemente quei tabù molte volte in questi anni, saggiando la loro consistenza e provando la loro tenuta, ammiccando al loro superamento come una pubblica bestemmia liberatoria, alla ferocia come suprema libertà, alla supremazia della forza e alla giustificazione dell'istinto. Non ci accorgevamo che dietro quei simulacri noi saggiavamo in realtà la resistenza dei muri maestri della nostra democrazia materiale, come sistema quotidiano di garanzie che ci scambiamo l'uno con l'altro. Ipnotizzati dalla spregiudicatezza del potere, abbiamo accettato la riduzione della sicurezza del cittadino al puro problema dell'immigrazione, ingigantito ad invasione, trasfigurato in sostituzione, e contemporaneamente abbiamo tollerato l'irrisione delle procedure democratiche come un puro vincolo burocratico al libero dispiegarsi della potestà sovrana, e l'abbandono di ogni tradizione italiana di solidarietà e di umanità, come un'eredità di stagioni debosciate.
Siamo giunti così all'ultimo passo: il superamento dell'interdetto, morale, religioso, civile, quella coscienza del limite che teneva anche le frange solitarie e smarrite del sistema al riparo dall'abisso, sul bordo del precipizio. Naturalmente c'è il sacrilegio profano dell'abitudine crescente a usare il delitto come dichiarazione, l'uomo, la donna e il bambino come puro strumento di un'azione che travolgendoli li trascende. E c'è inevitabilmente lo smarrimento del sentimento del sacro come manifestazione del legame sociale, un sentimento di cui era intrisa la civiltà giudaico-cristiana, oggi consumato dalla secolarizzazione, dalla perdita di autorità della Chiesa e del suo decalogo.
Ma anche dalla pigrizia civica del mondo laico, che non ha saputo trasformare il riverbero di quel sentimento biblico ed evangelico in cultura civile autonoma, condivisa perché custodita: nella coscienza europea, consapevole che la legge e i comandamenti morali trovano lo stesso fondamento, nel rispetto dell'uomo come persona, capace con la sua libertà e la sua responsabilità di dare un senso alla nostra storia.
Rischiamo di vivere una storia vuota, riempita di gesti e di segni più che di significato. Con l'irrazionale che dà forma agli incubi, sostituendo la volontà di potenza alla capacità di conoscenza. Nietzsche diceva che quando si smarrisce la volontà di tradizione, di autorità, di responsabilità verso il futuro, il senso di solidarietà tra catene di generazioni, allora "perdiamo le istituzioni, perché noi non serviamo più ad esse". Ecco dove porta quel pullman, che i bambini hanno fermato per noi.
E invece scopriamo che la democrazia non basta a se stessa. Ci giustifichiamo rubricando nella follia il gesto dell'individuo che esce di casa per uccidere, porta addosso la pistola per sparare ai "negri" a Macerata, si filma a Christchurch perché vuole imitare Breivik nel massacro colpendo gli islamici, carica a Milano la tanica di benzina sul pullman scolastico dei bambini per incendiare tutto, vendicando i morti nel Mediterraneo. Ognuna di queste azioni ha un movente assurdo e talmente sproporzionato da farci rifugiare nella pazzia per recuperare una logica, che dia una tregua alla ragione davanti all'implausibile, alla mancanza di ogni relazione tra le vittime e il colpevole, disperdendo quel vincolo tra causa ed effetto su cui poggia il nostro sentimento della misura, anche giudiziaria.
Tutto per non trovarci faccia a faccia con l'istinto di morte che giustifica se stesso semplicemente compiendosi, senza nemmeno più il velo di una teoria, fuori dalla storia, capace di diventare di per sé talmente simbolico da riassumere il suo significato nella mancanza di senso. O trovando un senso putativo nelle disgrazie della nostra vita collettiva, in una cronaca quotidiana che la politica non padroneggia e da cui non ci protegge, lasciandoci la sensazione di essere esposti ai fenomeni, in un mondo fuori controllo. Tutto è troppo sproporzionato per contrastarlo, ormai, troppo dilatato per ricondurlo a governo.
Finché qualcuno arma se stesso, o trasforma in una bomba sacrificale un pullman di scolari e si proclama vendicatore privato di un'offesa pubblica, auto-investendosi di un mandato figurativo universale: e intanto la sua biografia postata e inquadrata con cura viene già trasfigurata in feticcio, mentre rimbalza feticisticamente di social in social. Nella solitudine del vendicatore, l'istinto va a ricercare ogni volta un nuovo elemento apocalittico, perché il male riesca a stupirci per poterci colpire, spettacolarizzandosi nell'inedito, moltiplicandosi nel fai-da-te. A Milano i bambini e la benzina vengono impiegati come strumenti materiali di un moderno sacrificio rituale, che chiama in causa gli elementi primordiali e inconciliabili dell'innocenza e del fuoco.
Ma sempre, se ci facciamo caso, c'è la spinta a colpire per annichilire, e ad annichilire per depurare, per mondare. Qui la potenza del negativo cerca nel buio una sua eco sociale, provando a dare alla coerenza della paranoia individuale una motivazione pubblica, una pseudo-dottrina. Che è esattamente, come insegna Camus, quel che trasforma l'omicidio come atto occasionale e solitario in gesto esemplare, e dunque universale, quindi mimetico, perché permanente nel suo segno. Infine, politico. Per arrivare fin qui, bisogna che siano saltati i tabù che fungevano da confine morale, da argine consuetudinario, da consapevolezza di un confine comunitario.
Nello smarrimento del nostro senso civico, irriso come una sopravvivenza del Novecento, o un sottoprodotto del politicamente corretto, abbiamo sfiorato coscientemente quei tabù molte volte in questi anni, saggiando la loro consistenza e provando la loro tenuta, ammiccando al loro superamento come una pubblica bestemmia liberatoria, alla ferocia come suprema libertà, alla supremazia della forza e alla giustificazione dell'istinto. Non ci accorgevamo che dietro quei simulacri noi saggiavamo in realtà la resistenza dei muri maestri della nostra democrazia materiale, come sistema quotidiano di garanzie che ci scambiamo l'uno con l'altro. Ipnotizzati dalla spregiudicatezza del potere, abbiamo accettato la riduzione della sicurezza del cittadino al puro problema dell'immigrazione, ingigantito ad invasione, trasfigurato in sostituzione, e contemporaneamente abbiamo tollerato l'irrisione delle procedure democratiche come un puro vincolo burocratico al libero dispiegarsi della potestà sovrana, e l'abbandono di ogni tradizione italiana di solidarietà e di umanità, come un'eredità di stagioni debosciate.
Siamo giunti così all'ultimo passo: il superamento dell'interdetto, morale, religioso, civile, quella coscienza del limite che teneva anche le frange solitarie e smarrite del sistema al riparo dall'abisso, sul bordo del precipizio. Naturalmente c'è il sacrilegio profano dell'abitudine crescente a usare il delitto come dichiarazione, l'uomo, la donna e il bambino come puro strumento di un'azione che travolgendoli li trascende. E c'è inevitabilmente lo smarrimento del sentimento del sacro come manifestazione del legame sociale, un sentimento di cui era intrisa la civiltà giudaico-cristiana, oggi consumato dalla secolarizzazione, dalla perdita di autorità della Chiesa e del suo decalogo.
Ma anche dalla pigrizia civica del mondo laico, che non ha saputo trasformare il riverbero di quel sentimento biblico ed evangelico in cultura civile autonoma, condivisa perché custodita: nella coscienza europea, consapevole che la legge e i comandamenti morali trovano lo stesso fondamento, nel rispetto dell'uomo come persona, capace con la sua libertà e la sua responsabilità di dare un senso alla nostra storia.
Rischiamo di vivere una storia vuota, riempita di gesti e di segni più che di significato. Con l'irrazionale che dà forma agli incubi, sostituendo la volontà di potenza alla capacità di conoscenza. Nietzsche diceva che quando si smarrisce la volontà di tradizione, di autorità, di responsabilità verso il futuro, il senso di solidarietà tra catene di generazioni, allora "perdiamo le istituzioni, perché noi non serviamo più ad esse". Ecco dove porta quel pullman, che i bambini hanno fermato per noi.