Chi cerca il terremoto prossimo venturo deve andare in fondo, a destra. È l’area politica più attraversata dallo spirito dei tempi, uno spirito ribelle e feroce che soffia nelle sue vele spingendola quasi dovunque verso il successo elettorale, dopo la conquista dell’egemonia culturale dell’epoca, con i pensieri concorrenti in ritirata o in evidente affanno. Ma poiché la ribellione non è governabile a piacimento e non rispetta i vecchi canoni della tradizione, quel medesimo vento impetuoso sconvolge gli stessi equilibri interni al campo prediletto, genera nuove soggettività politiche, abbatte le gerarchie, sposta gli equilibri: riconfigurando il sistema, con una nuova destra che nasce dalla costola della destra finora conosciuta, ridotta a un guscio vuoto.
Come un tifone, tutto è partito dalla Gran Bretagna con la Brexit, poi ha investito l’America con l’avvento di Trump, ha sollevato l’Europa di mezzo con i…
Come un tifone, tutto è partito dalla Gran Bretagna con la Brexit, poi ha investito l’America con l’avvento di Trump, ha sollevato l’Europa di mezzo con i…
Chi cerca il terremoto prossimo venturo deve andare in fondo, a destra. È l’area politica più attraversata dallo spirito dei tempi, uno spirito ribelle e feroce che soffia nelle sue vele spingendola quasi dovunque verso il successo elettorale, dopo la conquista dell’egemonia culturale dell’epoca, con i pensieri concorrenti in ritirata o in evidente affanno. Ma poiché la ribellione non è governabile a piacimento e non rispetta i vecchi canoni della tradizione, quel medesimo vento impetuoso sconvolge gli stessi equilibri interni al campo prediletto, genera nuove soggettività politiche, abbatte le gerarchie, sposta gli equilibri: riconfigurando il sistema, con una nuova destra che nasce dalla costola della destra finora conosciuta, ridotta a un guscio vuoto.
Come un tifone, tutto è partito dalla Gran Bretagna con la Brexit, poi ha investito l’America con l’avvento di Trump, ha sollevato l’Europa di mezzo con il gruppo di Visegrad, è arrivato a Vienna, ha sfiorato la Germania, e infine si è abbattuto sul Mediterraneo, facendo dell’Italia il laboratorio più avanzato del nuovo mondo, all’insegna della coppia rivoluzione-restaurazione. A questa destra l’impianto conservatore tradizionale non basta più. È come se capisse d’istinto che non è in grado di intercettare la radicalità sociale dell’epoca, fatta di paure ma anche di vendette, di ribellioni e di antagonismi prodotti dalla spoliazione identitaria del ceto medio, che si sente proletarizzato e reso insignificante, e dall’umiliazione dei tagliati fuori dalla crisi, che ha trasformato le disuguaglianze in esclusioni. Questo sentimento individuale, che non esprimeva più una “classe” e non produceva ancora una cultura, chiedeva in qualche modo di essere condensato in politica, anche nello stadio primitivo e incandescente della contro-politica.
La novità più forte non era la richiesta di una rappresentanza, ma addirittura di un’inversione politica, traducendo il clima sociale da fine d’epoca in un programma di rifiuto e ribellione, per l’alba di un mondo nuovo. Lega e Movimento Cinque Stelle si sono trovati ai due lati di questo stato d’animo disperso ma robusto e lo hanno interpretato secondo le loro diverse nature. I grillini volevano il rovesciamento dell’ordine politico costituito, il processo sommario a tutta la vicenda repubblicana, una sostituzione antropologica che segnasse l’avvento di una nuova era, “l’anno zero”. E in quel punto li aspettava Salvini. Consapevole di guidare il partito più vecchio di tutto lo schieramento politico italiano, junior partner dell’intero cesarismo berlusconiano di cui ha staccato (non solo metaforicamente) i dividendi, per poter traghettare con qualche credito nel mondo nuovo aveva bisogno di una pubblica rottura fragorosa. Prima con la vecchia tradizione padana della Lega, fatta di ampolle e carrocci, poi col sistema. Dunque la metamorfosi: dal secessionismo al nazionalismo, dal berlusconismo al radicalismo, dal parcheggio nel giardino di Arcore all’evocazione di una Controeuropa, dal paganesimo del dio Po alla bestemmia del rosario impugnato contro i migranti, evocando ereticamente un dio degli eserciti molto poco italiano.
Le due forze, dopo qualche mossa mimetica dei grillini verso la sinistra, si sono alleate in nome del politicamente scorretto, dell’insofferenza per l’Unione Europea, del disprezzo per l’euro, della paura del globalismo, della ferocia con i migranti, della suggestione no vax, dell’odio nei confronti dell’élite, dell’irrisione per il sapere come un riflesso castale, dell’attacco agli organi d’informazione e alla libertà di stampa, della ribellione agli istituti di garanzia, agli interventi della magistratura, agli organismi di controllo, alle agenzie indipendenti italiane e internazionali che misurano passo per passo il cammino di un Paese.
C’era dunque in partenza un terreno comune che sembrava più forte delle differenze, e c’era l’istinto alieno di occupare insieme le istituzioni, il sottogoverno, gli enti pubblici e la Rai, per avviare l’età del “cambiamento”. La scomparsa non tanto dei vecchi partiti, vittime ognuno della propria storia, ma delle culture politiche che nelle loro contraddizioni, negli errori e anche nelle loro infedeltà avevano costruito i settant’anni di libertà della storia italiana, ha fatto saltare gli argini: tutto è diventato possibile, soprattutto trasformare una vittoria elettorale in una rivoluzione, e governare come se si stesse perennemente all’opposizione di un sistema che si vuole comandare più che rappresentare.
Poteva essere una delle tante convulsioni della storia italiana: e non è detto che alla fine non lo sia. Ma se dall’Italia si guarda al mondo, si scopre immediatamente che il ribellismo antisistema dell’alleanza gialloverde, che unisce i due radicalismi del populismo e del nazionalismo, trova oggi una cornice internazionale che lo legittima, lo espande, lo spiega, lo inserisce in una scala più ampia. Da Trump a Orbán, all’Austria, a Marine Le Pen l’istinto politico nazional-sovranista, con posture razziste e venature fasciste, attraversa l’Occidente, deformando il sistema di valori che lo avevano costruito nei diritti, nelle istituzioni, nelle costituzioni. Il clima sociale lo incoraggia e lo giustifica: è come se ci fosse una politica che cerca un attore, un territorio, una nuova forma, persino un nome inedito. Manca una teoria, come se tutto avvenisse per impulso, per natura, per un adeguamento spontaneo, naturale e inevitabile.
C’è però una suggestione, che lo stratega di Trump, Steve Bannon, si è incaricato di trasportare da questa parte dell’Atlantico, convinto che l’Europa sia la terra promessa del nuovo ordine mondiale, e che anzi l’Italia di Salvini e Di Maio sia «il centro di gravità del movimento populista-nazionalista a livello globale». Si tratta di immaginare una ridefinizione dell’Europa sotto la spinta del nuovo radicalismo di destra per recuperare i valori giudaico-cristiani, chiudere i confini, impiantare un sistema di Stati nazionali sovrani, bloccare l’immigrazione, fermare alla frontiera il mondialismo, sconfiggere definitivamente il socialismo, abbattere le resistenze della cultura politica moderata, prosciugare i conservatori e varare l’esperimento finale: separare la democrazia dai valori liberali. Far nascere cioè una democrazia autoritaria ma sovrana, amica delle democrature in Russia e in Turchia, partner della Cina, alleata di Trump ma non degli Usa, definitivamente a-occidentale. Una democrazia illiberale.
Scartata dai Popolari, ignorata dai Conservatori, la Lega ci prova, preparandosi a essere il perno di un’alleanza pan-europea sovranista e xenofoba, fino alle nostalgie lepeniste, partendo dall’ultradestra tedesca e austriaca per arrivare ai nazionalisti finlandesi e danesi, fino al movimento catalano Vox. L’Italia si troverebbe così ad avere dopo le elezioni europee il suo principale partito al centro di una rete di destra estrema organizzata, integrata e ramificata in tutta Europa, che si promette di terremotare — anche da minoranza — il clima politico, gli indirizzi e gli equilibri dell’Unione. Un problema per il nostro Paese, naturalmente, e per Bruxelles e Strasburgo. Ma un problema anche per i grillini, che continuano a non avere una casa europea e stanno confusamente assemblando una specie di Gruppo misto variopinto e senza identità: e che soprattutto, a forza di chiudere gli occhi nel negazionismo delle differenze tra destra e sinistra stanno scendendo nel gorgo leghista, muti. Infine, un problema per la destra moderata, per i liberali superstiti, per i conservatori che ancora pensano ad alleanze con la Lega. A quando un McCain italiano, che chiami per nome la nuova destra e riveli la sua natura, separandosi dal suo destino?
Come un tifone, tutto è partito dalla Gran Bretagna con la Brexit, poi ha investito l’America con l’avvento di Trump, ha sollevato l’Europa di mezzo con il gruppo di Visegrad, è arrivato a Vienna, ha sfiorato la Germania, e infine si è abbattuto sul Mediterraneo, facendo dell’Italia il laboratorio più avanzato del nuovo mondo, all’insegna della coppia rivoluzione-restaurazione. A questa destra l’impianto conservatore tradizionale non basta più. È come se capisse d’istinto che non è in grado di intercettare la radicalità sociale dell’epoca, fatta di paure ma anche di vendette, di ribellioni e di antagonismi prodotti dalla spoliazione identitaria del ceto medio, che si sente proletarizzato e reso insignificante, e dall’umiliazione dei tagliati fuori dalla crisi, che ha trasformato le disuguaglianze in esclusioni. Questo sentimento individuale, che non esprimeva più una “classe” e non produceva ancora una cultura, chiedeva in qualche modo di essere condensato in politica, anche nello stadio primitivo e incandescente della contro-politica.
La novità più forte non era la richiesta di una rappresentanza, ma addirittura di un’inversione politica, traducendo il clima sociale da fine d’epoca in un programma di rifiuto e ribellione, per l’alba di un mondo nuovo. Lega e Movimento Cinque Stelle si sono trovati ai due lati di questo stato d’animo disperso ma robusto e lo hanno interpretato secondo le loro diverse nature. I grillini volevano il rovesciamento dell’ordine politico costituito, il processo sommario a tutta la vicenda repubblicana, una sostituzione antropologica che segnasse l’avvento di una nuova era, “l’anno zero”. E in quel punto li aspettava Salvini. Consapevole di guidare il partito più vecchio di tutto lo schieramento politico italiano, junior partner dell’intero cesarismo berlusconiano di cui ha staccato (non solo metaforicamente) i dividendi, per poter traghettare con qualche credito nel mondo nuovo aveva bisogno di una pubblica rottura fragorosa. Prima con la vecchia tradizione padana della Lega, fatta di ampolle e carrocci, poi col sistema. Dunque la metamorfosi: dal secessionismo al nazionalismo, dal berlusconismo al radicalismo, dal parcheggio nel giardino di Arcore all’evocazione di una Controeuropa, dal paganesimo del dio Po alla bestemmia del rosario impugnato contro i migranti, evocando ereticamente un dio degli eserciti molto poco italiano.
Le due forze, dopo qualche mossa mimetica dei grillini verso la sinistra, si sono alleate in nome del politicamente scorretto, dell’insofferenza per l’Unione Europea, del disprezzo per l’euro, della paura del globalismo, della ferocia con i migranti, della suggestione no vax, dell’odio nei confronti dell’élite, dell’irrisione per il sapere come un riflesso castale, dell’attacco agli organi d’informazione e alla libertà di stampa, della ribellione agli istituti di garanzia, agli interventi della magistratura, agli organismi di controllo, alle agenzie indipendenti italiane e internazionali che misurano passo per passo il cammino di un Paese.
C’era dunque in partenza un terreno comune che sembrava più forte delle differenze, e c’era l’istinto alieno di occupare insieme le istituzioni, il sottogoverno, gli enti pubblici e la Rai, per avviare l’età del “cambiamento”. La scomparsa non tanto dei vecchi partiti, vittime ognuno della propria storia, ma delle culture politiche che nelle loro contraddizioni, negli errori e anche nelle loro infedeltà avevano costruito i settant’anni di libertà della storia italiana, ha fatto saltare gli argini: tutto è diventato possibile, soprattutto trasformare una vittoria elettorale in una rivoluzione, e governare come se si stesse perennemente all’opposizione di un sistema che si vuole comandare più che rappresentare.
Poteva essere una delle tante convulsioni della storia italiana: e non è detto che alla fine non lo sia. Ma se dall’Italia si guarda al mondo, si scopre immediatamente che il ribellismo antisistema dell’alleanza gialloverde, che unisce i due radicalismi del populismo e del nazionalismo, trova oggi una cornice internazionale che lo legittima, lo espande, lo spiega, lo inserisce in una scala più ampia. Da Trump a Orbán, all’Austria, a Marine Le Pen l’istinto politico nazional-sovranista, con posture razziste e venature fasciste, attraversa l’Occidente, deformando il sistema di valori che lo avevano costruito nei diritti, nelle istituzioni, nelle costituzioni. Il clima sociale lo incoraggia e lo giustifica: è come se ci fosse una politica che cerca un attore, un territorio, una nuova forma, persino un nome inedito. Manca una teoria, come se tutto avvenisse per impulso, per natura, per un adeguamento spontaneo, naturale e inevitabile.
C’è però una suggestione, che lo stratega di Trump, Steve Bannon, si è incaricato di trasportare da questa parte dell’Atlantico, convinto che l’Europa sia la terra promessa del nuovo ordine mondiale, e che anzi l’Italia di Salvini e Di Maio sia «il centro di gravità del movimento populista-nazionalista a livello globale». Si tratta di immaginare una ridefinizione dell’Europa sotto la spinta del nuovo radicalismo di destra per recuperare i valori giudaico-cristiani, chiudere i confini, impiantare un sistema di Stati nazionali sovrani, bloccare l’immigrazione, fermare alla frontiera il mondialismo, sconfiggere definitivamente il socialismo, abbattere le resistenze della cultura politica moderata, prosciugare i conservatori e varare l’esperimento finale: separare la democrazia dai valori liberali. Far nascere cioè una democrazia autoritaria ma sovrana, amica delle democrature in Russia e in Turchia, partner della Cina, alleata di Trump ma non degli Usa, definitivamente a-occidentale. Una democrazia illiberale.
Scartata dai Popolari, ignorata dai Conservatori, la Lega ci prova, preparandosi a essere il perno di un’alleanza pan-europea sovranista e xenofoba, fino alle nostalgie lepeniste, partendo dall’ultradestra tedesca e austriaca per arrivare ai nazionalisti finlandesi e danesi, fino al movimento catalano Vox. L’Italia si troverebbe così ad avere dopo le elezioni europee il suo principale partito al centro di una rete di destra estrema organizzata, integrata e ramificata in tutta Europa, che si promette di terremotare — anche da minoranza — il clima politico, gli indirizzi e gli equilibri dell’Unione. Un problema per il nostro Paese, naturalmente, e per Bruxelles e Strasburgo. Ma un problema anche per i grillini, che continuano a non avere una casa europea e stanno confusamente assemblando una specie di Gruppo misto variopinto e senza identità: e che soprattutto, a forza di chiudere gli occhi nel negazionismo delle differenze tra destra e sinistra stanno scendendo nel gorgo leghista, muti. Infine, un problema per la destra moderata, per i liberali superstiti, per i conservatori che ancora pensano ad alleanze con la Lega. A quando un McCain italiano, che chiami per nome la nuova destra e riveli la sua natura, separandosi dal suo destino?