Il mondo è praticamente un labirinto: si confrontano esseri diversi, generi, razze, specie; insomma un labirinto vero e proprio, per il quale citerò una frase tratta da un mio vecchio libro con quel titolo: «Quando la morte arriva e ti tocca la spalla, il labirinto scompare insieme a te. Così tutto finisce e tutto ricomincia, morte e rinascita seguono un percorso che è eterno perché è circolare. Sempre eguale e sempre diverso: questa è l’essenza degli universi, degli astri, dei pianeti. Il nulla non esiste, non è pensabile. Tutto scorre, nulla permane, nell’acqua del fiume si entra una sola volta perché l’acqua che scorre non è mai la stessa. Eraclito lo disse e nessuno meglio di lui ha disegnato la legge che tutto governa».
Avrete capito, ma probabilmente ognuno queste cose le sa per conto proprio, che il labirinto è un tratto distintivo della politica italiana da almeno quaran…
Avrete capito, ma probabilmente ognuno queste cose le sa per conto proprio, che il labirinto è un tratto distintivo della politica italiana da almeno quaran…
Il mondo è praticamente un labirinto: si confrontano esseri diversi, generi, razze, specie; insomma un labirinto vero e proprio, per il quale citerò una frase tratta da un mio vecchio libro con quel titolo: «Quando la morte arriva e ti tocca la spalla, il labirinto scompare insieme a te. Così tutto finisce e tutto ricomincia, morte e rinascita seguono un percorso che è eterno perché è circolare. Sempre eguale e sempre diverso: questa è l’essenza degli universi, degli astri, dei pianeti. Il nulla non esiste, non è pensabile. Tutto scorre, nulla permane, nell’acqua del fiume si entra una sola volta perché l’acqua che scorre non è mai la stessa. Eraclito lo disse e nessuno meglio di lui ha disegnato la legge che tutto governa».
Avrete capito, ma probabilmente ognuno queste cose le sa per conto proprio, che il labirinto è un tratto distintivo della politica italiana da almeno quarant’anni in qua. Mario Draghi l’aveva capito da un pezzo e fece tutto ciò che gli era possibile per dare un ordine al labirinto, almeno sul versante della stabilità economica. In parte ci riuscì ma il labirinto rimase anche se in alcuni punti cambiò natura. Oggi siamo al massimo, almeno dall’inizio di questo secolo-millennio in poi. I partiti esistenti e operanti sono una quantità quale mai prima d’ora. Normalmente, in un paese che abbia un certo ordine istituzionale, ci sono partiti di sinistra, di destra, di centro. Il centro è vago ma destra e sinistra sono posizioni chiare: la destra è conservatrice delle istituzioni esistenti che vogliono perpetuare il passato; la sinistra è esattamente l’opposto, anch’essa molto chiara, vuole aggiornare le istituzioni e quindi opera per una pacifica ma efficace rivoluzione. Quella di oggi è una situazione che rispecchia questo schema di conoscenza della politica? No, non lo rispecchia affatto. Appioppare l’aggettivo di conservatori o riformatori è pressoché impossibile nella situazione odierna. Salvini è un conservatore? No, non lo è affatto. Forse lo è Di Maio? Meno ancora: è un populista grillino, che è cresciuto nelle ambizioni anche se assai più debole di Salvini nelle forze in campo. Salvini si avvicina al 40 per cento e con alcuni suoi fedeli alleati arriva a superare di poco ma nettamente il 50. Di Maio oscilla intorno alla metà di questa cifra, intorno al 22; il divario è quindi assai elevato e tuttavia Salvini vorrebbe mantenere l’alleanza con Di Maio, in quel modo realizzerebbe un blocco del 70 per cento dal quale in breve tempo riuscirebbe a tirar fuori una dittatura assistita da una seconda linea di piccole dittature dipendenti da quella maggiore che tutte le riassumerebbe. Siamo a questo? Le prossime elezioni europee ci faranno fare un passo in questa direzione? No. Niente di simile.
Le elezioni europee non conteranno granché, come già abbiamo detto. Conterebbero ben diversamente se l’Europa fosse una federazione di Stati, ma non lo è. È una sconnessa confederazione, un’accozzaglia che serve soltanto in alcuni momenti e in alcuni punti ma non nella complessità unificante e sia pure tuttora confederata. A maggio voteremo e il solo dato interessante sarà di vedere l’affluenza alle urne e naturalmente i voti riscossi dai principali gruppi. Non è granché ma qualche cosa lo è.
I gruppi più osservati saranno due: il partito democratico guidato da Zingaretti e il movimento-partito dei Cinque Stelle guidato da Di Maio. Esaminiamoli con attenzione.
Di Maio è molto indebolito. Quando Grillo si ritirò parzialmente e affidò il partito a quel suo luogotenente pensava probabilmente di poterlo guidare con le occhiate e le mezze parole d’un comico politicizzato e molto intelligente. Per un primo periodo ci riuscì, l’obbiettivo era di far sparire le classi dirigenti e affidare il Paese a un populismo guidato con intelligenza. Questo era il programma che il Movimento Cinque Stelle ereditò dal suo vero fondatore. Ma Di Maio, talvolta con la compagnia di Di Battista che preferiva però girare il Paese in bicicletta, ciclista sportivo e ciclista politicizzato, si distaccò gradualmente dal grillismo. Chiamarli ancora grillini è al di fuori della realtà e dispiace fortemente al Di Maio capo. Erano arrivati, questi ex grillini cinquestellati, al 30 per cento e anche più del flusso elettorale in varie situazioni locali, regionali, nazionali. Avevano fatto una bella rimonta perché l’eredità di Grillo era più bassa. Senonché la scena politica cominciava a vedere l’emergere della Lega non più del Nord ma nazionale. L’operazione principe di Salvini fu questa: sempre molto forti al Nord e specialmente nel lombardo-veneto, ma robusti e in crescita veloce al centro-sud, dalle ex regioni rosse d’un tempo fino a Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna. Insomma Italia. Naturalmente sia la Lega ormai nazionale sia i cinquestellati guardavano alto; volevano un paese del tutto nuovo e ognuno sognava che sarebbe stato come lui lo pensava e insieme a lui gli interessi che si integravano con uno dei due partiti.
Il risultato è stato una crescita graduale ma costante di Salvini e una crescita traballante di Di Maio, a volte in su e a volte in giù. Abbiamo già visto la situazione attuale: Salvini più Berlusconi e più Meloni va oltre il 50; Di Maio ha delle oscillazioni in alto e in basso molto più marcate e non graduali: è un ballo non molto armonioso, talvolta somiglia a una rumba, talaltro a un valzer e infine a un bolero battendo i piedi sempre sullo stesso punto del pavimento. La battuta dei piedi a posto fisso è piuttosto stancante e il ritmo rallenta e anche l’intensità della battuta. Questo è il Di Maio odierno. Tra poche settimane si voterà per l’Europa ed è un voto — l’abbiamo già detto — che conta concretamente assai poco, ma rivela l’intensità del bolero nel caso dei Cinque Stelle. È molto probabile che il ritmo di quel ballo diminuisca e anche il volume della musica che lo accompagna. Sarebbe già un risultato se Di Maio restasse in piedi ma è possibile che si stanchi elettoralmente parlando e che abbia bisogno di mettersi seduto arretrando fino al 20 e magari pure qualche cosa al di sotto: non più seduto ma addirittura sdraiato per terra. Questo è quello che si attende nella politica italiana, turbata anche sia nella zona Salvini che in quella Di Maio, da alcuni reati di moralità pubblica e paramafiosa.
Reati che in verità sono stati presenti anche nell’Umbria guidata dal Pd di Zingaretti. Il nuovo segretario del Pd, appena venuto a conoscenza di quei reati, è intervenuto con energia, determinando le dimissioni della presidente Marini e ha deciso di istituire una sorta di comitato di vigilanza che sarà presente nella regione per garantire l’onestà politica. Dimostrazione di una nuova classe dirigente la quale tuttavia avrà bisogno di integrare la novità con la continuità dei fondatori storici del Pd. Se Zingaretti riuscirà in questa integrazione il rilancio nel Pd si vedrà presto e susciterà movimenti di fiancheggiamento abbastanza estesi. Il tema è il rilancio della sinistra, ma la parola rilancio si esprime con numeri e quei numeri acquistano un senso politico se arrivano e superano il 30 per cento dei votanti, altrimenti resta una sinistra puramente figurativa, una comparsa e non un attore vero e proprio. Vedremo e nelle prossime elezioni ne avremo una prima prova.
Terminerò con una frase molto impegnativa di cui è autore Denis Diderot nel libro Il sogno di d’Alembert: “Nascere, vivere e trapassare, è cambiar forme. E che importa una forma o l’altra? Ogni forma ha la felicità e l’infelicità che le è propria. Dall’elefante alla pulce, dalla pulce alla molecola sensibile e vivente, origine di tutto, non un punto nell’intera natura che non soffra o non goda”.
Avrete capito, ma probabilmente ognuno queste cose le sa per conto proprio, che il labirinto è un tratto distintivo della politica italiana da almeno quarant’anni in qua. Mario Draghi l’aveva capito da un pezzo e fece tutto ciò che gli era possibile per dare un ordine al labirinto, almeno sul versante della stabilità economica. In parte ci riuscì ma il labirinto rimase anche se in alcuni punti cambiò natura. Oggi siamo al massimo, almeno dall’inizio di questo secolo-millennio in poi. I partiti esistenti e operanti sono una quantità quale mai prima d’ora. Normalmente, in un paese che abbia un certo ordine istituzionale, ci sono partiti di sinistra, di destra, di centro. Il centro è vago ma destra e sinistra sono posizioni chiare: la destra è conservatrice delle istituzioni esistenti che vogliono perpetuare il passato; la sinistra è esattamente l’opposto, anch’essa molto chiara, vuole aggiornare le istituzioni e quindi opera per una pacifica ma efficace rivoluzione. Quella di oggi è una situazione che rispecchia questo schema di conoscenza della politica? No, non lo rispecchia affatto. Appioppare l’aggettivo di conservatori o riformatori è pressoché impossibile nella situazione odierna. Salvini è un conservatore? No, non lo è affatto. Forse lo è Di Maio? Meno ancora: è un populista grillino, che è cresciuto nelle ambizioni anche se assai più debole di Salvini nelle forze in campo. Salvini si avvicina al 40 per cento e con alcuni suoi fedeli alleati arriva a superare di poco ma nettamente il 50. Di Maio oscilla intorno alla metà di questa cifra, intorno al 22; il divario è quindi assai elevato e tuttavia Salvini vorrebbe mantenere l’alleanza con Di Maio, in quel modo realizzerebbe un blocco del 70 per cento dal quale in breve tempo riuscirebbe a tirar fuori una dittatura assistita da una seconda linea di piccole dittature dipendenti da quella maggiore che tutte le riassumerebbe. Siamo a questo? Le prossime elezioni europee ci faranno fare un passo in questa direzione? No. Niente di simile.
Le elezioni europee non conteranno granché, come già abbiamo detto. Conterebbero ben diversamente se l’Europa fosse una federazione di Stati, ma non lo è. È una sconnessa confederazione, un’accozzaglia che serve soltanto in alcuni momenti e in alcuni punti ma non nella complessità unificante e sia pure tuttora confederata. A maggio voteremo e il solo dato interessante sarà di vedere l’affluenza alle urne e naturalmente i voti riscossi dai principali gruppi. Non è granché ma qualche cosa lo è.
I gruppi più osservati saranno due: il partito democratico guidato da Zingaretti e il movimento-partito dei Cinque Stelle guidato da Di Maio. Esaminiamoli con attenzione.
Di Maio è molto indebolito. Quando Grillo si ritirò parzialmente e affidò il partito a quel suo luogotenente pensava probabilmente di poterlo guidare con le occhiate e le mezze parole d’un comico politicizzato e molto intelligente. Per un primo periodo ci riuscì, l’obbiettivo era di far sparire le classi dirigenti e affidare il Paese a un populismo guidato con intelligenza. Questo era il programma che il Movimento Cinque Stelle ereditò dal suo vero fondatore. Ma Di Maio, talvolta con la compagnia di Di Battista che preferiva però girare il Paese in bicicletta, ciclista sportivo e ciclista politicizzato, si distaccò gradualmente dal grillismo. Chiamarli ancora grillini è al di fuori della realtà e dispiace fortemente al Di Maio capo. Erano arrivati, questi ex grillini cinquestellati, al 30 per cento e anche più del flusso elettorale in varie situazioni locali, regionali, nazionali. Avevano fatto una bella rimonta perché l’eredità di Grillo era più bassa. Senonché la scena politica cominciava a vedere l’emergere della Lega non più del Nord ma nazionale. L’operazione principe di Salvini fu questa: sempre molto forti al Nord e specialmente nel lombardo-veneto, ma robusti e in crescita veloce al centro-sud, dalle ex regioni rosse d’un tempo fino a Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna. Insomma Italia. Naturalmente sia la Lega ormai nazionale sia i cinquestellati guardavano alto; volevano un paese del tutto nuovo e ognuno sognava che sarebbe stato come lui lo pensava e insieme a lui gli interessi che si integravano con uno dei due partiti.
Il risultato è stato una crescita graduale ma costante di Salvini e una crescita traballante di Di Maio, a volte in su e a volte in giù. Abbiamo già visto la situazione attuale: Salvini più Berlusconi e più Meloni va oltre il 50; Di Maio ha delle oscillazioni in alto e in basso molto più marcate e non graduali: è un ballo non molto armonioso, talvolta somiglia a una rumba, talaltro a un valzer e infine a un bolero battendo i piedi sempre sullo stesso punto del pavimento. La battuta dei piedi a posto fisso è piuttosto stancante e il ritmo rallenta e anche l’intensità della battuta. Questo è il Di Maio odierno. Tra poche settimane si voterà per l’Europa ed è un voto — l’abbiamo già detto — che conta concretamente assai poco, ma rivela l’intensità del bolero nel caso dei Cinque Stelle. È molto probabile che il ritmo di quel ballo diminuisca e anche il volume della musica che lo accompagna. Sarebbe già un risultato se Di Maio restasse in piedi ma è possibile che si stanchi elettoralmente parlando e che abbia bisogno di mettersi seduto arretrando fino al 20 e magari pure qualche cosa al di sotto: non più seduto ma addirittura sdraiato per terra. Questo è quello che si attende nella politica italiana, turbata anche sia nella zona Salvini che in quella Di Maio, da alcuni reati di moralità pubblica e paramafiosa.
Reati che in verità sono stati presenti anche nell’Umbria guidata dal Pd di Zingaretti. Il nuovo segretario del Pd, appena venuto a conoscenza di quei reati, è intervenuto con energia, determinando le dimissioni della presidente Marini e ha deciso di istituire una sorta di comitato di vigilanza che sarà presente nella regione per garantire l’onestà politica. Dimostrazione di una nuova classe dirigente la quale tuttavia avrà bisogno di integrare la novità con la continuità dei fondatori storici del Pd. Se Zingaretti riuscirà in questa integrazione il rilancio nel Pd si vedrà presto e susciterà movimenti di fiancheggiamento abbastanza estesi. Il tema è il rilancio della sinistra, ma la parola rilancio si esprime con numeri e quei numeri acquistano un senso politico se arrivano e superano il 30 per cento dei votanti, altrimenti resta una sinistra puramente figurativa, una comparsa e non un attore vero e proprio. Vedremo e nelle prossime elezioni ne avremo una prima prova.
Terminerò con una frase molto impegnativa di cui è autore Denis Diderot nel libro Il sogno di d’Alembert: “Nascere, vivere e trapassare, è cambiar forme. E che importa una forma o l’altra? Ogni forma ha la felicità e l’infelicità che le è propria. Dall’elefante alla pulce, dalla pulce alla molecola sensibile e vivente, origine di tutto, non un punto nell’intera natura che non soffra o non goda”.